Il tycoon all'attacco della premier

Trump insulta anche Meloni, il divorzio dopo lo scontro con Papa Leone: Schlein condanna l’attacco alla premier

L’ira del tycoon per aver difeso il Papa: “Inaccettabile è lei, la credevo coraggiosa”. E Schlein tuona: “Ferma condanna per l’attacco alla premier”

Politica - di David Romoli

15 Aprile 2026 alle 07:00

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Foto LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili
Foto LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili

Da amici del cuore quasi a nemici giurati. Il divorzio tra il presidente americano e la premier italiana si consuma intorno allo scontro sull’attacco di Trump, e ieri anche di Vance, al papa. Meloni conferma la solidarietà al pontefice e le critiche al presidente americano: “Le parole di Trump sono inaccettabili. Non mi troverei a mio agio in un mondo dove i leader religiosi obbedissero a quelli politici”. L’iracondo Donald, evidentemente già furibondo per la vicenda delle basi italiane negate per gli attacchi americani, sbotta: Inaccettabile è lei. Sono scioccato. Pensavo che fosse coraggiosa. Mi sbagliavo”. È un frontale ancora più duro di quelli con Starmer e Macron, ma stavolta amplificato dal fatto che le sberle presidenziali piovono sulla leader europea fino a ieri considerata la più vicina (dopo Orbàn) ai Maga.

La segretaria del Pd Schlein capisce al volo che stavolta non bisogna attaccare ma solidarizzare e non perde tempo: “È accaduta una cosa gravissima e voglio esprimere la nostra più ferma condanna che, sono certa, sarà unanime in quest’aula per l’attacco del presidente, Donald Trump, alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per avere doverosamente espresso solidarietà a papa Leone”. La rottura arriva poco dopo l’annuncio da parte di Giorgia della sospensione del trattato di mutua assistenza militare con Israele: un altro strappo. La lettera del ministro della Difesa Crosetto al ministro israeliano Katz era già partita il giorno prima. In vigore dal 2016, sula base di un memorandum firmato nel 2003, il patto implica collaborazione tra i due Paesi soprattutto sui fronti della difesa informatica, dell’aeronautica e della ricerca tecnologica. Era in scadenza e sarebbe stato automaticamente rinnovato senza la decisione italiana “in conseguenza della situazione attuale”, come ha spiegato laconica la premier. Da tempo, e ancora lunedì, la segretaria del Pd Schlein aveva martellato sulla necessità di denunciarlo. La scelta del governo le permette di segnare un punto importante.

Sulle decisioni di uscire dal limbo del “Non condivido e non condanno” nei confronti di Trump di arrivare a un gesto così drastico con Israele incide senza dubbio la consapevolezza da parte di Giorgia di doversi smarcare dall’abbraccio mortale con Trump e Netanyahu: nulla danneggia oggi la sua popolarità e le sue concrete possibilità di vittoria alle prossime elezioni quanto la vicinanza con due leader condannati non solo dall’elettorato dell’opposizione ma anche da una parte rilevante di quello di destra. Le mosse della premier non erano ancora sufficienti ad affrancarla dall’immagine di “miglior alleata di Trump” che lei stessa aveva voluto imporre e che oggi la soffoca. Segnalavano però l’avvio di un percorso probabilmente non reversibile e che l’irascibile Donald ha provveduto ad accelerare.

Ma Giorgia è anche indirizzata da considerazioni meno legate al consenso immediato. La caduta di Orbàn ha sbilanciato ulteriormente a favore del già potente Ppe gli equilibri europei. Meloni, sin qui, ha come al solito sempre cercato di tenere il piede in due staffe: in quella del sovranismo radicale delle origini ma anche in quella di un europeismo fortemente virato a destra come quello maggioritario nel Ppe. Il terremoto ungherese indica chiaramente che la carta vincente, oggi, è molto più l’asse con il Ppe che non l’appartenenza piena a uno fronte radicale senza più vento in poppa. La svolta ungherese, inoltre, inciderà anche sugli equilibri della sua maggioranza, convincendo i Berlusconi a premere sempre di più, forse anche con la diretta discesa in campo di uno di Piersilvio o Marina, per fare del partito azzurro una forza fortemente connotata in senso centrista e liberale pur se sempre all’interno del centrodestra, almeno per ora.

Meloni in questo momento sa di aver bisogno come forse mai prima dell’Europa. Ieri è tornata a reclamare la sospensione del Patto di Stabilità, necessaria oggi non per fronteggiare una recessione ma per impedire che ci si arrivi. Con la Commissione drasticamente contraria è una battaglia difficilissima che non può essere combattuta solo dalle trincee della destra sovranista. Ma a orientare la premier verso la svolta “antitrumpiana” valgono anche considerazioni meno immediate. La leader di FdI ha vinto le elezioni del 2022 puntando sull’aspetto più identitario e di destra del suo partito: le rivendicate radici missine. Ma il 2022 è lontano anni luce oggi e ancora più lo sarà al momento delle elezioni politiche. Non è affatto escluso che la carta vincente, a quel punto, possa rivelarsi quella opposta al 2022: una destra se non proprio interna almeno tanto vicina al Ppe da esserne difficilmente distinguibile.

15 Aprile 2026

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