L'allarme di Von Der Leyen

Quanto perdiamo ogni giorno con la chiusura di Hormuz: la guerra è costata finora oltre 27 miliardi di euro

In 60 giorni di guerra la spesa per l’import di combustibili fossili aumentata di oltre 27 miliardi di euro, avvisa Von der Leyen. Il tycoon: il regime non sa “come firmare un accordo non nucleare”. Teheran: “risposta militare senza precedenti” se continua il blocco dello Stretto

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

3 Maggio 2026 alle 10:00

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FOTO DA TRUTH
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La guerra di Trump e Netanyahu affonda l’economia dell’Europa. “In soli 60 giorni di conflitto, la nostra spesa per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni di euro al giorno”. Lo ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, intervenuta in sessione plenaria al Parlamento europeo, a Strasburgo. “Questa è la seconda grande crisi energetica nel breve arco di quattro anni. La lezione dovrebbe essere chiara per tutti. In un mondo turbolento come il nostro, semplicemente non possiamo dipendere eccessivamente dall’energia importata”, ha aggiunto. “La strada da seguire è ovvia: dobbiamo ridurre la nostra eccessiva dipendenza dai combustibili fossili importati e potenziare la nostra produzione interna di energia pulita, accessibile e dalle energie rinnovabili al nucleare, nel pieno rispetto della neutralità tecnologica”, ha rimarcato von der Leyen. “L’emergenza potrebbe avere effetti per mesi o addirittura anni”, ha avvertito la presidente della Commissione europea.

L’effetto più immediato dello scoppio della guerra è stato l’aumento dei prezzi di gas naturale e petrolio, conseguenza del blocco di Hormuz. Le quotazioni del gas europeo sono raddoppiate, arrivando a più di sessanta euro al megawattora, dai circa trenta di inizio anno. Anche il Brent, il principale benchmark per il greggio europeo, ha superato la soglia critica dei cento dollari al barile. Anche se lo stretto riaprisse subito, gli effetti della mancata immissione nel mercato di centinaia di milioni di barili (circa venti milioni di barili attraversavano Hormuz ogni giorno) continuerebbero a farsi sentire. Questa crisi della produzione e del commercio di materie prime energetiche ha spinto in alto anche il costo del carburante e delle bollette. Anche se il traffico nello stretto di Hormuz tornasse immediatamente ai livelli prebellici, gli effetti del conflitto si trascinerebbero per diversi mesi. Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fondo monetario internazionale, ha spiegato che a causa della guerra le previsioni di crescita globale sono state riviste al ribasso, da +3,4% a +3,1%. Questo rallentamento dell’economia si accompagnerà a un generale aumento dell’inflazione, con effetti a cascata sul potere d’acquisto e sui consumi dei cittadini. “L’area euro si trova ad affrontare difficoltà economiche crescenti a causa della guerra in Medio Oriente. Il conflitto ha portato l’economia in declino ad aprile e ha spinto l’inflazione nettamente al rialzo”, ha dichiarato Chris Williamson, chief business economist di S&P Global Market Intelligence.

Il passaggio da crisi regionale a shock globale ha un nome preciso: Hormuz. Le analisi dell’Eia e le ricostruzioni Reuters convergono su un punto: attraverso lo Stretto transita circa un quinto dei flussi globali di petrolio e una quota molto rilevante del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Quando questo choke point si restringe o si blocca, l’effetto non resta confinato al Golfo: si trasferisce immediatamente al costo dei carburanti, ai premi assicurativi, ai noli, ai prezzi dei feedstock chimici, alle aspettative di inflazione e alle scelte delle banche centrali. Su questo fronte, il Fondo Monetario Internazionale offre una base empirica molto utile: ogni aumento del 10% del prezzo del petrolio, se persistente per gran parte dell’anno, tende a tradursi in circa 0,4 punti percentuali di inflazione globale in più e in una riduzione dell’output mondiale compresa tra 0,1 e 0,2 punti percentuali. Quanto al Pil, “i rischi per le prospettive di crescita sono orientati al ribasso, soprattutto nel breve termine – scrive la Bce – La guerra in Medio Oriente rappresenta un rischio al ribasso per l’economia dell’area dell’euro, inasprendo un contesto politico mondiale già mutevole. Il protrarsi del conflitto potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi dei beni energetici per un periodo più lungo rispetto alle attese correnti, oltre che pesare sul clima di fiducia”. Il risultato è il più forte allarme stagflazione emerso dai sondaggi europei da anni. Una situazione che rischia di aggravarsi visti i chiari di luna che ispirano la Casa Bianca.

Donald Trump ha nuovamente attaccato l’Iran in un post sui social media, affermando che il regime deve «darsi una regolata» e non sa «come firmare un accordo non nucleare».  Il post, pubblicato quando a Washington sono le 4 del mattino, è accompagnato da un’immagine evidentemente generata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae mentre impugna una mitragliatrice in piedi di fronte a una catena montuosa sconvolta dalle esplosioni.  «BASTA CON MISTER GENTILEZZA», recita la didascalia, riprendendo un precedente post di Trump in cui il presidente affermava di voler adottare una linea dura nei confronti dell’Iran. Una tesi che trova altre autorevoli conferme. Trump avrebbe incaricato i suoi collaboratori di prepararsi a un blocco prolungato dei porti iraniani. Lo rivela il Wall Street Journal che cita funzionari statunitensi e spiega che il tentativo è colpire le casse del regime nel tentativo di costringere Teheran a una «capitolazione nucleare» che da tempo rifiuta. Trump preferirebbe una «vittoria decisiva» ma nessuna delle opzioni disponibili gli garantisce una rapida uscita dal conflitto. In recenti incontri, tra cui uno lunedì nella Situation Room, si legge, Trump avrebbe optato per continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio iraniano bloccando le spedizioni da e verso i suoi porti. Ha valutato che le altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – comporterebbero rischi maggiori rispetto al mantenimento del blocco, hanno affermato i funzionari, secondo il Wsj.

Sempre secondo quanto appreso da Axios, martedì Trump e i suoi più stretti collaboratori hanno incontrato alla Casa Bianca dirigenti del settore petrolifero e del gas per discutere delle conseguenze energetiche della guerra con l’Iran e di altri argomenti. Tra i partecipanti – viene spiegato – c’era anche l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth, come confermato da un portavoce dell’azienda. Le continue azioni navali statunitensi intorno allo Stretto di Hormuz potrebbero incontrare una risposta militare «pratica e senza precedenti». Lo ha riferito Press TV, citando una «fonte di sicurezza di alto rango». La fonte ha affermato che le forze armate iraniane, operanti sotto il comando del quartier generale di Khatam al-Anbiya, ritengono che la pazienza abbia un limite e che potrebbero agire se Washington mantenesse quello che definisce un blocco navale. La fonte ha aggiunto che la moderazione mostrata finora mirava a consentire la prosecuzione del processo diplomatico, ma ha avvertito che una risposta diversa potrebbe essere adottata qualora le condizioni poste dall’Iran non venissero soddisfatte. Una sfida intollerabile per Washington. «Non possiamo tollerare che Teheran gestisca Hormuz», avverte il segretario di Stato Marco Rubio. La guerra di (e per) Hormuz è destinata a durare. Il conto lo paga l’Europa.

3 Maggio 2026

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