Il nuovo decreto immigrazione

Diritti negati ai migranti, sotto assedio finisce anche la vita affettiva

Dopo la brusca stretta del decreto Cutro sul riconoscimento della protezione speciale il nuovo ddl Immigrazione rischia di trasformare il rispetto della vita privata e familiare in privilegio. Riservato a chi ha un buon reddito e conosce bene la lingua

Politica - di Giovanna Cavallo

28 Aprile 2026 alle 18:00

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Diritti negati ai migranti, sotto assedio finisce anche la vita affettiva

La tutela della vita privata e familiare è diventata, negli ultimi anni, uno dei terreni più contesi del diritto dell’immigrazione, spesso più esposto alle oscillazioni politiche che a una visione coerente di sistema. Dopo la riforma Lamorgese, che aveva ampliato gli spazi della protezione speciale valorizzando i legami personali e l’integrazione sociale così come previsto dall’art 8 della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, il Decreto Cutro del 2023 ha segnato una brusca inversione di rotta, restringendo significativamente l’ambito di applicazione e abrogando i criteri previsti dal Testo Unico. In questo contesto altalenante, l’articolo 6 del nuovo Disegno di Legge Immigrazione, in attesa al Senato, interviene ancora una volta sulla materia, con l’obiettivo di “chiarire” i parametri di applicazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, così come sancito dalla Carta Europea in diretta applicazione dell’articolo 117 della Costituzione.

Tuttavia la riforma appare come l’ennesimo tentativo di ridefinire – anche sotto la spinta di esigenze politiche e narrative emergenziali – l’equilibrio tra controllo dei flussi migratori e tutela dei diritti fondamentali. Secondo le interpretazioni Governative l’intervento legislativo, anche in armonia con gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità compendiati nella recente sentenza della I sezione civile della Corte di Cassazione n. 29593 del 10.11.2025, si propone di chiarire i suddetti requisiti, precisandone il campo di applicazione nonché di elementi oggettivi valutati in altri ambiti del diritto interno. Mentre la finalità dichiarata della riforma è dare attuazione più precisa al principio del rispetto della vita privata e familiare, evitando decisioni arbitrarie e disomogenee, il vero intento del legislatore è trasformare un principio ampio e interpretato caso per caso, in una serie di criteri concreti e verificabili. Ma è proprio qui che nasce il problema. La riforma costruisce un sistema basato su quattro requisiti cumulativi, come un soggiorno regolare di almeno 5 anni, il possesso di una certificazione linguistica di livello B1, la disponibilità di un alloggio idoneo e di un reddito sufficiente negli ultimi tre anni. Questi elementi dovrebbero dimostrare un radicamento reale nel territorio italiano. In pratica, però, si passa da una valutazione flessibile e individuale a una logica quasi burocratica con la quale si devono soddisfare tutti i requisiti, oppure si è fuori.

Il rischio è trasformare un diritto in un privilegio

Il diritto al rispetto della vita privata e familiare deriva dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che riconosce a ogni individuo la tutela delle proprie relazioni personali e affettive contro interferenze arbitrarie dello Stato. Questo principio, recepito nell’ordinamento italiano anche attraverso l’articolo 117 della Costituzione e sviluppato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Cassazione, si fonda su un approccio flessibile e proporzionato, che richiede un bilanciamento concreto tra gli interessi pubblici e la situazione individuale della persona. La nuova disciplina, invece, irrigidisce questo bilanciamento e chi ha costruito legami forti in Italia come una relazione stabile, figli inseriti a scuola, una rete sociale consolidata, potrebbe comunque essere escluso solo perché non raggiunge il livello linguistico richiesto, oppure perché ha un reddito discontinuo e ancora vive in una situazione abitativa precaria. Si tratta di condizioni tutt’altro che rare. Anzi, sono spesso la norma per chi vive ai margini del mercato del lavoro. I requisiti scelti riflettono un’idea di inserimento socio economico “perfetto” perché stabile, regolare, certificato e paradossalmente ricordano quelli che fondano la richiesta di cittadinanza italiana. Ma la realtà è molto diversa. Molte persone migranti lavorano in settori caratterizzati da precarietà strutturale (assistenza domestica, agricoltura, edilizia). Altre vivono in contesti abitativi condivisi o temporanei, non sempre formalmente conformi ai parametri richiesti. Questo significa che la norma non fotografa l’integrazione reale, ma una sua versione idealizzata che la strategia stessa delle politiche italiane non intende perseguire visti i continui disinvestimenti nel sistema di accoglienza e le condizioni di estrema precarietà del diritto di soggiorno.

L’onere della prova diventa l’ostacolo decisivo

Un altro elemento critico è l’onere della prova interamente a carico del richiedente. Non si tratta solo di dimostrare i requisiti, ma di farlo con documentazione formale e completa. Per molte persone, questo è un ostacolo enorme per difficoltà linguistiche oppure magari spesso per impossibilità di reperire documenti necessari ad esempio comprovati una sfera privata caratterizzata da legami sociali che prescindono dalla burocrazia. Il rischio concreto è che le domande vengano respinte per incapacità di provare i requisiti. La norma prevede anche l’esclusione della protezione in caso di pericolosità per l’ordine pubblico o la sicurezza in linea con il diritto europeo, tuttavia, anche qui emerge una criticità in quanto si considerano rilevanti condanne non definitive. Questo solleva dubbi sul rispetto del principio di proporzionalità e della presunzione di innocenza.

Una domanda di fondo

La riforma nasce da una esigenza necessaria, rendere più chiari e uniformi i criteri di tutela ma anche e soprattutto accessibili. Ma resta una domanda fondamentale. Può un diritto come quello alla vita privata e familiare essere ridotto a una somma di requisiti tecnici? Se la risposta è no, allora il rischio è trasformare uno strumento di protezione in un meccanismo selettivo, che tutela solo chi riesce a rientrare in parametri rigidi, lasciando fuori proprio le situazioni più fragili. Perché, alla fine, non si tratta solo di regole. Si tratta di persone, storie e legami che difficilmente possono essere ridotti a una checklist.

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28 Aprile 2026

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