Il “cartello” del petrolio
Gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’Opec, la crepa tra i grandi produttori di petrolio dopo la crisi nel Golfo
Con sole 72 ore di preavviso, gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato che dal primo maggio usciranno dall’Opec, Organization of the Petroleum Exporting Countries, organizzazione che riunisce 12 tra i più importanti Paesi esportatori di petrolio del pianeta, che ormai da decenni influenzano con le loro decisioni il prezzo globale dei carburanti.
La monarchia del Golfo ha comunicato in una nota la decisione, sottolineando che la scelta è arrivata a seguito di una “revisione completa della politica di produzione degli Emirati Arabi Uniti e della loro capacità attuale e futura” e che si basa “sul nostro interesse nazionale e sul nostro impegno a contribuire efficacemente a soddisfare le pressanti esigenze del mercato”.
Lo scenario in cui va inquadrata la mossa emiratina è ovviamente legato al conflitto in corso nel Golfo Persico dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran dello scorso 28 febbraio e la successiva rappresaglia della Repubblica Islamica contro i Paesi vicini: non solo con gli attacchi militari ai loro danni, ma soprattutto con la decisione di bloccare lo stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio mondiale prodotto dalle monarchie del Golfo.
La chiusura di Hormuz da settimane ormai ha praticamente azzerato la capacità di esportazione dei Paesi dell’area, mentre la reazione iraniana ha preso di mira anche gli impianti di estrazione e lavorazione del petrolio dei Paesi vicini e alleati di Washington: per le riparazioni e il ritorno alla “normalità” produttiva potrebbero volerci anni.
Tra pochi giorni dunque gli Emirati Arabi, uscendo dall’Opec di cui è membro dal 1967, potranno gestire la propria produzione di petrolio senza dover rispettare i limiti di produzione e di vendita imposti dall’organizzazione: attraverso riunioni regolari, l’Opec fissa quote di produzione per i membri, controllando circa l’80% delle riserve mondiali accertate. D’altra parte Abu Dhabi più volte in passato aveva minacciato di lasciare l’Opec, lamentando i vincoli stringenti imposti dall’organizzazione con sede a Vienna e fondata nel 1960 da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela.
La scelta degli Emirati Arabi Uniti è anche il segnale di una rottura nell’alleanza tra i Paesi dell’area anche in relazione proprio alla risposta da tenere di fronte all’offensiva iraniana. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, lunedì aveva criticato alcuni Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione di cui fanno parte anche Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar e Arabia Saudita, sottolineando che la loro reazione agli attacchi di Teheran fosse stata troppo debole.
L’uscita degli Emirati è un problema in particolare per l’Arabia Saudita, la monarchia retta dal principe ereditario Mohammad bin Salman che si pone come principale “rivale” nell’area dell’Iran: la decisione di Abu Dhabi comporta per il governo di Riyad la perdita di uno dei più importanti alleati sul piano politico e nella gestione dell’Opec stesso.