La camminata sulla fune di Giorgia

Dall’Iran al referendum, Meloni è rimasta sola: la premier tra paura per le ricadute sull’economia e l’incubo del No alle urne

Se la guerra non finisce in fretta avrà ricadute sull’economia. E la premier teme di restare schiacciata anche dalla possibile vittoria del No

Politica - di David Romoli

4 Marzo 2026 alle 08:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Una fitta coltre di nuvoloni molto scuri si è addensata in pochi giorni sull’inquilina di palazzo Chigi. Minacciano un diluvio di proporzioni tali da sommergere quei ridenti indici di popolarità favorevoli dei sondaggi sulla popolarità della premier.

L’opposizione la reclama in aula per spiegare la sua (tanto per cambiare) equilibrista posizione sulla guerra in Iran. La premier non vuole esporsi troppo: non intende prendere le distanze da Trump, tanto più che in Europa, a parte la Spagna, nessuno lo fa davvero, ma non vuole nemmeno apparire vassalla obbediente di un presidente che in Italia è sempre più impopolare. Ha tentato l’escamotage dell’addossare a Putin e al suo strappo del 2022 la responsabilità di qualunque efferatezza sia accaduta in seguito ma Mosca le ha risposto direttamente a muso duro ricordandole i casi della Serbia, dell’Iraq e della Libia, precedenti all’attacco contro l’Ucraina, ma anche quello dell’Iran, di molto successivo.

La camminata sulla fune di Giorgia si fa sempre più difficile. Non vorrebbe esporsi in una situazione ancora troppo confusa, mira a rinviare la relazione in aula ma così rischia di finire a ridosso del referendum, un imbuto nel quale precipita ormai di tutto incluso un tema sideralmente distante come la guerra e il rapporto con Trump. Non è il solo guaio che l’improvvisata di Trump e Netanyahu provoca. Se la guerra finirà in pochi giorni la tempesta sull’economia non sarà davvero preoccupante: passerà presto. Ma se al contrario la guerra dovesse rivelarsi un pantano di quelli nei quali è facile entrare e difficilissimo uscire, le ricadute sarebbero a tutto campo: sul maledetto prezzo dell’energia, sui consumi, forse sull’inflazione, di certo sui conti pubblici. Su quel fronte Meloni e Giorgetti hanno dovuto già registrare uno scacco.

Dal 2024 al 2025 il deficit è sceso di tre decimali, dal 3,5 al 3,1% ma quel decimale fa la differenza. Significa che per un pelo l’Italia non rientra nel parametro del 3% che permetterebbe l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione. Sarebbe un guaio sia in termini materiali che simbolici perché all’uscita a tambur battente dalla procedura la premier ha affidato parte della sua immagine in Italia e nelle centrali finanziarie e perché doverci rimettere le mani in un panorama terremotato dalla guerra e dai rincari dell’energia non sarebbe un gioco. Il verdetto non è ancora definitivo e di qui alla fine del mese Giorgetti farà il possibile per rovesciarlo nei finali.

La crisi del Golfo, inoltre, ha già messo in evidenza l’inconsistenza della Ue. L’Europa non c’è ma per quel poco che cerca di esserci non è targata Ue bensì E3, il formato composto dai tre Paesi maggiori, Francia, Germania e Regno Unito. Giorgia si è data molto da fare e con successo per conquistare un posto di rilievo al tavolo di Bruxelles. Solo che ora quel tavolo sembra già destinato allo sgabuzzino dei cari ricordi e nell’Europa che si sta affermando, quella della E3, della corsa al nucleare capitanata da Macron nemico di Giorgia, del muso (quasi) duro con Trump che provoca la prima vera crisi tra Usa e Gran Bretagna da tempo immemorabile.

In questo puzzle nebbioso anche una vicenda secondaria e un po’ da commedia all’italiana come l’increscioso incidente occorso al ministro Crosetto con la pochade di Dubai fa il suo danno. La figura è stata ridicola e in politica niente è meno perdonabile. Come sempre in questi casi proliferano dubbi e sospetti. Quel che pesa è la figuraccia e quella ormai è passata in Cassazione. Va da sé che ciascuna di queste spine diventerebbe molto meno appuntita in caso di vittoria del Sì al referendum. In compenso verrebbero conficcate tutte nella fronte della premier in caso di sconfitta il 22 e 23 di marzo. Per Meloni il mese più lungo..

4 Marzo 2026

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