Le stragi del 1992 a Palermo
Scarpinato e le istruzioni concordate con Natoli su mafia-appalti: il gigantesco conflitto d’interesse dell’ex procuratore
L’obiettivo è capire se l’indagine sui rapporti tra mafia, politica e grandi imprese sia stata gestita in modo tale da essere rallentata, frammentata o archiviata troppo rapidamente
Giustizia - di Paolo Comi
Una premessa è necessaria. Questo giornale, e chi scrive, non ha mai pubblicato intercettazioni telefoniche tratte da atti d’indagine. Quando si parla al telefono, soprattutto tra persone che si conoscono, è naturale lasciarsi andare anche ad espressioni “sopra le righe”, contando sulla tutela della segretezza garantita dalla Costituzione.
Le intercettazioni delle quali parliamo in questo articolo, però sono pubbliche: noi ci limitiamo a ragionarci su. Le intercettazioni tra gli ex magistrati Gian Carlo Caselli, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, attuale senatore pentastellato, che emergono nell’ambito dell’indagine della Procura di Caltanissetta sui presunti depistaggi e sulle possibili anomalie nella gestione del dossier “mafia e appalti” dei carabinieri del Ros allora comandati dal generale Mario Mori, mostrano infatti nella loro estrema crudezza i tentativi di condizionare l’attività della Commissione parlamentare antimafia. Natoli, indagato per depistaggio, è sottoposto ad attività tecnica nell’ambito di questo procedimento che mira a verificare eventuali condotte volte a ostacolare o deviare l’accertamento della verità sulle stragi del 1992.
Alla vigilia della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, Natoli parla spesso con i suoi ex colleghi dell’epoca.
Molte di queste conversazioni riguardano in particolare la “preparazione” dell’audizione ed evidenziano così il gigantesco conflitto d’interessi in questa vicenda dell’ex procuratore generale di Palermo. Scarpinato, in qualità di componente della commissione Antimafia, “concorda” (verbo – a scanso di equivoci per una eventuale querela di Scarpinato – utilizzato dai pm di Caltanissetta, ndr) con Natoli le frasi da dire, suggerendogli domande, argomenti da trattare, e documenti da depositare. Di fatto, una clamorosa e senza precedenti ingerenza nella genuinità della deposizione di un teste davanti agli altri commissari di Palazzo San Macuto. “Ma dobbiamo proprio prenderci tutta ’sta merda addosso da Trizzino, Colosimo eccetera?”. È il 6 aprile 2024 quando questa frase viene intercettata nel corso di una telefonata tra Caselli e Natoli. Il dialogo emergerà poi nel verbale del 2 dicembre 2025 relativo all’interrogatorio dell’ex procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone. Il riferimento è all’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, e alla presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, che da tempo sollecitano chiarimenti sul dossier “mafia e appalti”, ritenuto da più parti una possibile concausa delle stragi. Natoli risponde: “Eh, fratello mio…”. Caselli insiste: “Non possiamo organizzare qualcosa per dire basta? Fatevi furbi, pensate!”. E Natoli aggiunge: “Lo so, lo so, ma è… me lo chiedete tutti”.
Per i magistrati nisseni, questo scambio è indicativo di un clima di pressione diffusa. Il procuratore Salvatore De Luca lo inserisce negli atti “per mera completezza”, ma lo considera utile a delineare il contesto relazionale e le dinamiche tra i protagonisti. Il quadro investigativo in cui si inseriscono queste intercettazioni nasce come sviluppo di precedenti procedimenti, in particolare del cosiddetto “processo depistaggio” sulla strage di via D’Amelio. La Procura di Caltanissetta vuole approfondire quel filone, seguendo una strategia precisa: non riscrivere tutta la storia delle stragi, ma verificare singoli snodi investigativi potenzialmente decisivi. In questo caso, l’attenzione si concentra sul periodo tra il 1990 e il 1992, cioè la fase immediatamente precedente agli attentati. L’obiettivo è capire se l’indagine sui rapporti tra mafia, politica e grandi imprese sia stata gestita in modo tale da essere rallentata, frammentata o archiviata troppo rapidamente. Un punto che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe inciso anche sul contesto in cui maturarono le stragi.
Gli inquirenti individuano alcuni elementi ricorrenti: l’isolamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno dell’ufficio, la loro crescente esposizione e una gestione del dossier ritenuta problematica. Tuttavia, il quadro probatorio resta complesso e non consente di sostenere un’accusa solida in giudizio, portando alla richiesta di archiviazione. Accanto al piano investigativo, le intercettazioni restituiscono un livello personale estremamente duro. In una conversazione ambientale, Natoli attacca la famiglia di Paolo Borsellino: “Una cretina”, riferito a Lucia; “più cretino della sorella”, su Manfredi; fino a “tutti senza neuroni”. Non viene risparmiata Agnese Borsellino, sostenendo che le sarebbe stata attribuita troppa credibilità “solo perché era la moglie dell’eroe”. Ancora più controverso il giudizio sullo stesso Borsellino: “un grande coglione, come me”.
Le conversazioni con Scarpinato, come detto, mostrano invece la “preparazione” della audizione davanti alla Commissione Antimafia. “Fatti vedere in modo che siamo preparati prima che ce la buttino addosso!”. “Devi essere sereno… e indignato… ma per il resto sereno”. Natoli replica: “Sto facendo quest’opera di yoga…”. Scarpinato: “Io ti faccio una domanda!”. Natoli: “Tu mi devi alzare la palla!”. “Certo… quali erano i suoi rapporti con Borsellino? e tu mi dici…”, replica subito Scarpinato. E Natoli “E come no?! minchia! lo stavo facendo ammazzare attraverso i Buscemi ti dirò, no?”. “Non me la fare questa domanda perché io ti dico stavo organizzando la strage di via d’Amelio!”, aggiunge Natoli. Scarpinato: “No, ma… ma tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione, con tutti i contenuti, eccetera eccetera…”. Ancora Natoli: “E mi devi e mi devi dire, per piacere, o mi devi mettere in condizione di spiegare…”.
Per gli inquirenti, questi scambi rappresentano un elemento rilevante per valutare la spontaneità delle dichiarazioni rese in sede istituzionale e la possibile influenza reciproca tra i protagonisti. Ma non mancano giudizi sprezzanti sulla magistratura e sull’opinione pubblica: “A Caltanissetta stanno ancora seguendo mafia e appalti…”. “È troppo complicato per la massa critica dei magistrati italiani …. tanto la gente non capisce niente…”. C’è spazio anche per valutazioni politiche: “Ho sentito dire che lo (Trizzino, ndr) vogliono candidare per Fratelli d’Italia…”. “Immagina se gli rompe il giocattolo… si fa sparare piuttosto”.
(FINE PRIMA PARTE – CONTINUA)