Il portavoce di Amnesty International Italia

“A 25 anni dal G8 di Genova continua il cammino verso l’autoritarismo, repressione aumentata col governo Meloni”, parla Noury

«Restrizione, repressione, criminalizzazione degli spazi di libertà: una tendenza che ha visto il suo inizio e il suo picco durante il G8 del 2001. Sotto l’attuale governo questa dinamica si è ulteriormente accentuata»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

13 Febbraio 2026 alle 09:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Che giudizio dà sul decreto-legge sulla sicurezza del 5 febbraio?
Intanto che è il secondo in meno di un anno, a conferma del fatto che sicurezza è una delle parole-chiave della politica di questo governo. Lo schema approvato la settimana scorsa mette insieme disposizioni per il contrasto alla criminalità comune e provvedimenti in materia di manifestazioni, i quali ultimi risultano, nel modo in cui sono stati scritti, di difficile attuazione ed efficacia, di dubbia costituzionalità, inclini a essere usati in modo arbitrario e comunque destinati, nelle intenzioni dei proponenti, a restringere ulteriormente il diritto di protesta.

Siamo ormai di fronte a una sorta di “criminalizzazione predittiva”?
È una definizione adeguata. Penso alla parte sul “daspo”. Il divieto di prendere parte a una manifestazione, nel luogo e nel tempo di convocazione, derivante da precedenti condanne anche non definitive, così come pure da semplici denunce, pare essere basato su una presunzione di reiterazione del reato, in assenza di tale circostanza nel luogo e nel tempo dati. Quanto al fermo preventivo, nella misura in cui si basa su comportamenti, atteggiamenti, oggetti portati con sé o vestiario, pare fondarsi su una percezione di pericolosità anziché sull’attuale, concreta e immediata minaccia di un’azione violenta o del suo esercizio, che giustificherebbero l’esecuzione di tale provvedimento. Ad alcuni commentatori, pensando a cosa potrebbe avvenire durante quel massimo di 12 ore di fermo, sono venuti in mente un luogo, un mese e un anno: Bolzaneto, Genova, luglio 2001.

Che altro c’è che preoccupa?
Alcune condotte tradizionalmente previste come reati, in particolare quelle legate alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono sottratte alla sfera penale ma rimpiazzate da sanzioni amministrative di importo molto elevato, applicate direttamente dall’autorità prefettizia. Il cosiddetto “scudo penale”, la cui estensione a chiunque non si capisce quale maggiore sicurezza dovrebbe fornire a cittadine e cittadini, prevede un registro alternativo rispetto all’iscrizione a quello degli indagati e rischia così di favorire l’impunità degli operatori delle forze di polizia. L’articolo 16 ha poi un titolo già inquietante: “Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”.

“Violenti al servizio delle strategie sicuritarie del governo”, “Manifestanti complici dei violenti”. Abbiamo sentito anche questo…
Due narrazioni opposte e infondate. Sappiamo bene che, nelle manifestazioni, gli episodi di violenza sono purtroppo costanti senza che vi sia bisogno di una “ispirazione” esterna, ma sappiamo altrettanto bene che chiamano in causa una piccola parte di persone. Quella narrazione politica e giornalistica del “tutti violenti, tutto è violenza” fa un torto alle grandi maggioranze di persone che manifestano pacificamente. C’è un chiaro problema di gestione dell’ordine pubblico. Ricordo che il diritto internazionale autorizza l’uso della forza per isolare e neutralizzare atti di violenza e persone violente ma sottolinea che la protesta pacifica non solo deve proseguire ma dev’essere protetta, perché non perde la sua natura pacifica a causa della violenza di alcuni.

E il ministro della Giustizia Nordio ha dichiarato che vuole evitare il ritorno ai tempi delle Brigate rosse…
Nessuno vuole ritornare ai lugubri tempi delle Brigate rosse. Per giustificare provvedimenti sicuritari chi sta al governo tende a usare delle iperboli. Ma tra un’iperbole e un paragone temporale che suona come un’offesa alla memoria del nostro paese, alle vittime delle Brigate rosse e alle loro famiglie c’è una bella differenza. Dalle sue parole si può trarre la conclusione che c’è un progressivo deterioramento della tenuta dei diritti umani in Italia. È così. L’attenzione quasi esclusiva per la sicurezza da parte di questo governo si inserisce in una tendenza di lungo periodo verso la restrizione, la repressione e la criminalizzazione degli spazi di libertà, che ha visto il suo inizio e il suo picco 25 anni fa durante il G8 di Genova. A questo proposito, ricordo che da allora ci sono voluti 16 anni per avere il reato di tortura e mancano ancora i codici identificativi per le forze di polizia. Sotto l’attuale governo questa dinamica si è ulteriormente accentuata: si sono rafforzate le garanzie per le forze di polizia ed è diventata prassi ordinaria l’uso della forza contrario agli standard internazionali sui diritti umani (penso all’abnorme e illegale uso dei gas lacrimogeni) mentre si sono ridotte le tutele per chi manifesta pacificamente, il tutto accompagnato da una narrazione pubblica che tende a criminalizzare e a definire violenti interi movimenti di protesta. È un percorso verso l’autoritarismo.

E arriva anche l’ennesimo provvedimento in materia di migranti…
Recepiti il Patto Ue su immigrazione e asilo, negativo per i diritti umani, e il voto di martedì del Parlamento europeo sui “paesi di origine sicuri” come Egitto e Tunisia, ecco il solito schema: blocco navale, restrizioni sull’accoglienza, sui ricongiungimenti familiari e sulle condizioni detentive e altro. Come sempre, non tenendo conto che ci sono obblighi di diritto internazionale, come quelli sul soccorso o sull’esame individuale delle domande d’asilo, che vanno rispettati.

Intanto in Parlamento vanno avanti le discussioni su altre questioni riguardanti i diritti umani. Una è quella della modifica del reato di stupro…
Ecco, questo è l’unico caso in cui la parola “dissenso” piace: come quando è stata scritta, al Senato, al posto della parola “consenso”, che era contenuta nel testo approvato unanimemente alla Camera. Poi qualche parlamentare e un po’ di opinionisti hanno cominciato a ironizzare sulla presenza del notaio-guardone col compito di certificare l’avvenuto consenso precedente l’atto sessuale e a sproloquiare sull’attentato al principio costituzionale della presunzione d’innocenza. Ai di là del fatto che per tradurre nell’ordinamento interno obblighi internazionali basterebbe, per l’appunto, tradurli alla lettera anziché cambiare le parole, qui siamo di fronte a un testo, quello riformulato dalla commissione Giustizia del Senato, palesemente insoddisfacente. Sostituisce un modello consensuale puro (“solo sì è sì”) con uno limitato (“no significa no”), in contrasto persino con la giurisprudenza della Cassazione che negli anni si è adeguata agli obblighi internazionali dell’Italia. Il modello “no significa no” è problematico, poiché implica automaticamente l’esistenza del consenso in tutte le situazioni in cui non c’è un espresso rifiuto a intraprendere un atto sessuale, opposto all’interpretazione del consenso come partecipazione attiva ed espressione affermativa. Secondo quel modello, le donne acconsentono sempre al sesso a meno che non affermino diversamente.

Il secondo tema è quello dei disegni di legge sull’antisemitismo, su cui Amnesty International si è pronunciata in modo critico.
Da mesi c’è questa frenesia. Ora nella commissione Affari costituzionali del Senato c’è un testo condiviso e l’obiettivo è quello di arrivare a una legge per il contrasto agli atti di antisemitismo, basata sulla definizione operativa adottata nel 2016 dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Intanto, vorrei sottolineare che la stessa Ihra precisò che tale definizione non era stata pensata perché diventasse legge. Infatti, nell’Unione europea è stata sì fatta propria dalla maggioranza degli stati membri ma in nessuno di questi è stata assunta come base per un provvedimento legislativo. L’Italia potrebbe essere l’apripista… La definizione di antisemitismo dell’Ihra è accompagnata da undici “esempi contemporanei di antisemitismo”. Sulla base di questi, sono definibili antisemitismo contemporaneo anche i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele nei confronti della popolazione palestinese, come quello pubblicato da Amnesty International nel 2022. Le accuse di antisemitismo investono poi le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele da parte della società civile internazionale e, più recentemente, l’attivismo contro il genocidio israeliano a Gaza. Le preoccupazioni di Amnesty International sono avallate da pareri legali che spiegano come adottare una legge contenente disposizioni che richiamano la definizione di antisemitismo dell’Ihra non solo rischi di porsi in contrasto con diversi principi costituzionali quali la tutela della libera manifestazione del proprio pensiero (articolo 21), della libertà accademica e di insegnamento (articolo 33), delle analoghe garanzie e tutele per appartenenti ad altre confessioni e minoranze in base al principio di uguaglianza (articolo 3), ma violi anche principi cardine del diritto penale democratico, ovvero il principio di legalità (articolo 25, comma 2) che esige norme chiare, tassative e prevedibili. Concludo sottolineando che una legge che introducesse nel diritto positivo italiano, in vari ambiti, disposizioni attribuenti status giuridico e conseguenze legali alla definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra, si porrebbe in contrasto con gli obblighi dell’Italia ai sensi della Convenzione europea dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda il principio di legalità sancito dall’articolo 7, la libertà di espressione e, di conseguenza, la libertà di associazione e di riunione, tutelate dagli articoli 10 e 11.

Però, come ha detto il ministro degli Esteri Tajani, “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”
Infatti, si vede.

13 Febbraio 2026

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