Il Rapporto del Comitato Onu

Torturati in Libia, abbandonati dall’Italia: così il nostro Paese lascia sole le vittime sopravvissute alle violenze

Solo tre regioni hanno recepito le linee guida del ministero, che comunque non prevedono disposizioni giuridicamente vincolanti. Insomma: il nostro Paese è in evidente e radicale violazione degli obblighi di cui all’art.14 della Convenzione ONU contro la tortura

Politica - di Gianfranco Schiavone

29 Maggio 2026 alle 17:00

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Torturati in Libia, abbandonati dall’Italia: così il nostro Paese lascia sole le vittime sopravvissute alle violenze

La tortura è un elemento strutturale dell’esperienza migratoria di chi arriva in Europa: molti studi evidenziano come tra la popolazione migrante e rifugiata, la percentuale di quanti hanno subito tortura oscilli tra il 5% e il 35%, ma in Italia tale percentuale è certamente superiore perché ricomprende persone che hanno subito tortura in paesi di transito dove la tortura e l’esposizione a trattamenti inumani e degradanti è sistemica, come in Libia e lungo la rotta balcanica. La Libia in particolare rimane l’epicentro di un sistema diffuso di assoggettamento, sfruttamento e violenza dimostrato anche dal recente rapporto “Business As Usual: Human Rights Violations and Abuses Against Migrants, Asylum-Seekers and Refugees in Libya, febbraio 2026” realizzato congiuntamente delle agenzie delle Nazioni Unite UNSMIL e OHCHR e di cui scrissi nell’edizione del 5 marzo scorso.

La Convenzione ONU contro la tortura, ratificata dall’Italia ancora nel gennaio 1989, sancisce all’articolo 14 che “ogni Stato Parte garantisce, nel suo sistema giuridico, alla vittima di un atto di tortura, il diritto di ottenere riparazione e di essere risarcito equamente ed in maniera adeguata, inclusi i mezzi necessari alla sua riabilitazione più completa possibile”. Nel 2012 il Comitato di esperti nominato dalle Nazioni Unite per monitorare l’implementazione della Convenzione ha chiarito che per programmi di riabilitazione si deve intendere un sostegno socio-sanitario basato su un “approccio integrato di lungo termine” e servizi specialistici che siano “disponibili, appropriati e immediatamente accessibili”. Nel suo Settimo Rapporto Periodico presentato nel 2021 al Comitato ONU contro la Tortura, il Governo italiano aveva affermato di aver dato attuazione agli obblighi dell’articolo 14 della Convenzione ONU contro la tortura principalmente attraverso l’elaborazione e la pubblicazione, a marzo 2017, da parte del Ministero della Salute, di specifiche “Linee Guida” per la presa in carico dei rifugiati e migranti che hanno subito torture o violenze estreme. Inoltre nel 2023, il Ministero dell’Interno ha diffuso un “Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di protezione e accoglienza” invitando le Prefetture a istituire coordinamenti locali tra attori istituzionali ed enti di accoglienza con il compito di definire delle procedure operative standard (SOP).

La ReSST (Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura) ha pubblicato il 21.05.26 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi dell’articolo 14” che nasce sia dal monitoraggio effettuato dalle organizzazioni della Rete, sia dalla rielaborazione degli esiti di un questionario rivolto ad operatori attivi nei settori della salute e dell’accoglienza in tutta Italia. Nel suo rapporto, appena presentato al Comitato ONU contro la tortura in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia (aprile 26), la ReSST evidenzia come le citate Linee Guida del Ministero della Salute, elaborate oltre nove anni fa da una commissione di esperti, per quanto pregevoli nei contenuti, rimangono meri atti di indirizzo che per essere realmente applicate necessitano di “un recepimento normativo da parte delle singole Regioni. Le Regioni sono inoltre tenute a predisporre adeguate misure organizzative, di finanziamento e di monitoraggio dei servizi” (pag.5). Già nel 2022 Medici Senza Frontiere aveva condotto un’analisi comparativa nelle diverse Regioni da cui emergeva un quadro assai critico ma quanto rilevato quattro anni dopo dalla ReSST è sconcertante in quanto “solo tre Regioni hanno recepito formalmente le Linee Guida attraverso appositi atti. Dal punto di vista giuridico, questa lacuna è particolarmente rilevante: nell’ordinamento costituzionale italiano (art. 117 della Costituzione), la tutela della salute è materia di legislazione concorrente. Laddove le Linee Guida non sono state recepite, la concreta fruibilità dei servizi territoriali per la riabilitazione delle vittime di tortura risulta di fatto nulla” (pagg. 5-6). Di fronte a tale generale mancato recepimento ed implementazione delle Linee Guida da parte delle regioni, il Ministero della Salute rimane tuttavia, da anni, del tutto inerte.

Per ciò che attiene il Vademecum del Ministero dell’Interno il rapporto della ReSST sottolinea che “in assenza di un’organizzazione giuridicamente vincolante dei servizi socio-sanitari previsti dalla Linee Guida, il Vademecum rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti, soprattutto per i servizi sanitari e sociali non direttamente afferenti all’amministrazione del Ministero dell’Interno”.(pag.6). In generale il Rapporto delinea un quadro impietoso per ciò che riguarda l’organizzazione generale dei servizi rivolti alle vittime di tortura in quanto “nella maggior parte dei territori non esistono servizi del SSN, nè strutture formalmente riconosciute, con competenze specifiche nel trattamento delle patologie post-traumatiche di migranti e rifugiati. Sia nelle Regioni che hanno recepito le Linee Guida che in quelle che non lo hanno fatto, gli interventi sono spesso realizzati attraverso reti informali costruite nel tempo con enti del terzo settore. Il coinvolgimento dei servizi sanitari pubblici è spesso marginale o limitato ad aspetti amministrativi” (pag.7). Il rapporto evidenzia anche come “le criticità legate alla formazione del personale riguardano sia gli operatori del sistema di accoglienza che quelli dei servizi sanitari pubblici. Nel sistema di accoglienza, molti operatori non dispongono di una preparazione sufficiente per riconoscere i sintomi delle reazioni post-traumatiche nelle persone sopravvissute a tortura” (pag.8)

Il gigantesco sistema nazionale di accoglienza gestito dal Ministero dell’Interno tramite le Prefetture, del tutto privo di risorse e competenze adeguate e ridotto solo ad un degradato parcheggio nel migliore dei casi può “identificare soltanto le condizioni immediatamente visibili (come gravidanza, disabilità evidente o minore età), mentre restano in gran parte invisibili le vulnerabilità latenti e complesse, tra cui quelle legate a tortura, traumi psichici, violenza sessuale o tratta”. Anche qualora i bisogni vengano individuati “i percorsi di supporto tendono a interrompersi, soprattutto quando la persona esce dal sistema di accoglienza. Ciò accade frequentemente nei casi in cui, dopo il riconoscimento della protezione, non vi siano posti disponibili nel sistema SAI” (pag.9) ovvero il Sistema di accoglienza ed Integrazione gestito dagli Enti Locali, l’unico sistema pubblico italiano di accoglienza che prevede standard adeguati. Mentre il Ministero da anni non investe su un serio sviluppo del SAI, le Prefetture per attuare continui turn-over nelle proprie strutture di accoglienza per i richiedenti asilo, anche nel caso di mancanza di posti per l’accoglienza di coloro che hanno ottenuto una protezione, non attendono che i pochi posti si rendano disponibili né mettono in atto altri interventi temporanei, bensì gettano comunque in strada le vittime di tortura (come le altre situazioni vulnerabili quali famiglie, disabili, anziani, donne sole et) con inaudite conseguenze che chiunque può agevolmente comprendere sulla vita delle persone e sul funzionamento dei servizi socio-sanitari del territorio (anche in termini di costi).

Le conclusioni del Rapporto della ReSST sono nette: l’Italia è in evidente e radicale violazione degli obblighi di cui all’art.14 della Convenzione ONU contro la tortura ed è dunque “necessario e inderogabile provvedere nel minor tempo possibile al recepimento da parte di tutte le regioni delle Linee Guida del Ministero della Salute e alla conseguente predisposizione dei programmi attuativi delle stesse” (pag.16). Ciò in attesa di “un intervento legislativo finalizzato a elevare a norma primaria l’attuale inadeguato livello di regolamentazione degli interventi” (pag.16) in modo da garantire criteri e modalità di intervento uniformi su tutto il territorio ed assicurare la copertura finanziaria necessaria alla realizzazione di un programma nazionale di riabilitazione delle vittime di tortura che trentasette anni dopo la ratifica della Convenzione ONU contro la tortura ancora non c’è.

29 Maggio 2026

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