Pizzo, minacce paghe infime
Schiavi indiani nel cantiere del Consolato Usa di Milano: controllo giudiziario per il colosso delle costruzioni Caddell
Moderni schiavi, quasi un migliaio di cittadini di nazionalità indiana, che con paghe da fame sgobbavano per 12 ore in un cantiere a due passi dai palazzi ‘instagrammabili’ di City Life a Milano.
Il cantiere era quello per la costruzione della nuova sede del Consolato degli Stati Uniti in Piazzale Accursio, dove una volta stavano le palazzine del Tiro a Segno e che ora è interessato all’ennesimo cantiere di “rigenerazione urbana”. È qui che, secondo la Procura di Milano, la ditta di costruzioni statunitense Caddell Construction Co Llc, sede a Montgomery in Alabama, ma distaccamento milanese, praticava forme di “semi schiavismo”.
Per questo la Procura ha predisposto un provvedimento drastico, quello del “controllo giudiziario”: le indagini hanno accertato paghe orarie di 4 euro, con ulteriore detrazione e dimezzamento reale a due euro l’ora quando dallo stipendio teorico i lavoratori indiani si vedevano trattenere 850 euro al mese per vitto e alloggio che in teoria il contratto poneva a carico del datore di lavoro. Queste le cifre che pagava un gigante come Caddell, gruppo con un fatturato di un miliardo e mezzo di dollari e 2mila dipendenti, noto per costruire ambasciate e consolati statunitensi in tutto il mondo.
L’inchiesta vede attualmente due indagati per caporalato: la divisione italiana di Caddell Construction, persona giuridica indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale, e il manager preposto alla guida della sede italiana, il turco Ulas Demir.
Uno sfruttamento che ha compimento finale nel cantiere di Milano, ma che ha inizio in India, dove gli operai venivano reclutati a pagamento, praticamente dietro il pagamento del “pizzo”, da una agenzia di Nuova Delhi. “Tutti i lavoratori – scrivono i pm – sono stati costretti a pagare la medesima somma (500mila rupie, circa 5mila euro) di denaro in contanti ai dipendenti della Dynamic House pur di ottenere il relativo visto per il soggiorno di lavoro”.
Giunti in Italia le promesse di un lavoro e di uno stipendio ben più che dignitoso si sono rilevate una sostanziale truffa, pagata carissimo: il debito contratto per il reclutamento si sposta sul caporale in cantiere, un altro turco, che trattiene buona parte del misero salario corrisposto con la scusa del vitto e dell’alloggio, due residence a Garbagnate Milanese e Pieve Emanuele.
Una indagine possibile grazie al coraggio di 35 lavoratori indiani, ascoltati dai carabinieri nell’ambito dell’inchiesta dei pm Mauro Clerici e Paolo Storari, che si sono esposti rivelando il sistema dietro il cantiere di “rigenerazione urbana”.