Il nuovo Decreto Sicurezza

Decreto sicurezza: il mare non è un muro, non si può recintare

Nel nuovo decreto antimigranti c’è l’interdizione delle acque territoriali per motivi di sicurezza. Peccato però che il diritto internazionale impone il soccorso

Politica - di Ammiraglio Vittorio Alessandro

6 Febbraio 2026 alle 15:30

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Photo credits: Carlo Lannutti/Imagoeconomica
Photo credits: Carlo Lannutti/Imagoeconomica

Secondo quanto si è appreso, il prossimo “decreto sicurezza” — dal 2018 quasi uno all’anno, come il bollo dell’auto — conterrà una sessantina di provvedimenti. Alcuni, come sempre, sull’onda della cronaca spinta fino alla percezione dello stato emergenziale; altri sui temi di fondo — il fenomeno migratorio, soprattutto — che i governi assumono come scenografia stabile per evocare paure e poi rassicurare.

Una delle norme annunciate riguarda il mare territoriale, l’area delle dodici miglia dalla linea di base costiera. Il decreto del 2018 voluto dal ministro dell’Interno Salvini attribuì al Viminale il potere di limitare o vietare l’ingresso delle navi nelle acque territoriali per ragioni di ordine pubblico e sicurezza, introducendo sanzioni amministrative molto elevate per le navi del soccorso civile. In virtù di quella norma, nell’agosto 2019 Salvini lasciò in mare per diciannove giorni — sei dei quali davanti al porto — con 147 naufraghi a bordo, la nave dell’ONG spagnola Open Arms. L’accusa di sequestro di persona aggravato, giudicata incongrua anche da molti tra i suoi più fieri avversari, fu poi giustamente ritenuta infondata: la mancata assegnazione di un porto italiano aveva infatti integrato, semmai, il mancato adempimento di un obbligo d’ufficio sancito da convenzioni internazionali e, dunque, da norme di rango costituzionale.

I governi successivi (2021–2022), pur eliminando le maxi-sanzioni, mantennero — sia pure in forma attenuata — l’impianto dell’accesso selettivo al mare territoriale e delle autorizzazioni caso per caso: un uso amministrativo del diritto del mare in tensione con un principio cardine della disciplina internazionale, quello del passaggio inoffensivo. Nel diritto del mare, infatti, la sovranità dello Stato sul mare territoriale è piena e assimilabile a quella esercitata sulla terraferma quanto ai poteri di controllo e di giurisdizione. Essa è tuttavia funzionalmente vincolata da obblighi inderogabili del diritto internazionale: il passaggio inoffensivo e, soprattutto, l’obbligo di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare e di garantirne lo sbarco in un luogo sicuro. Tali limiti non attenuano la sovranità, ma ne definiscono l’esercizio.

Come ovviare, allora, al rischio che una nuova e più mirata contestazione possa scuotere il palazzo? Ecco il nuovo “decreto sicurezza”, chiamato a blindare il mare. Secondo le anticipazioni di stampa, la bozza prevede la temporanea interdizione delle acque territoriali italiane per motivi di sicurezza nazionale: una “pressione migratoria eccezionale”, sospetti di infiltrazioni terroristiche o emergenze sanitarie.
È lecito chiedersi quale sia oggi tale eccezionalità, quali ne siano i segnali concreti e quali le emergenze imminenti: è come dichiarare lo stato di guerra prima ancora che un nemico si sia manifestato. Si tenta, in realtà, di tornare alla chiusura dei porti invocata da Salvini e alla bandiera del blocco navale che portò Meloni al governo, giustificando la nuova norma con fragili argomenti di ordine e difesa.

Ma il mare non è una frontiera rigida: è, per sua natura, uno spazio fluido, mobile, aperto, che il diritto internazionale ha sempre regolato come luogo di transito e di soccorso, non come muro. Il mare territoriale, come il territorio che calpestiamo, va presidiato, non precluso — tanto più al passaggio delle navi che accorrono a salvare vite umane. A furia di alzare barriere sull’acqua, dopo aver contato i morti, rischiamo di accorgerci di aver rinchiuso non solo i nostri spazi, ma anche le nostre coscienze.

6 Febbraio 2026

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