Il membro della Direzione nazionale Pd

Intervista ad Arturo Scotto: “Trump? Vuole ricostruire un ordine mondiale fondato sulla potenza”

«Il presidente Usa piccona tutti gli istituti del diritto internazionale, vuole sbarazzarsi dei contrappesi costruiti dopo la II guerra mondiale. Il destino dei popoli, il loro diritto all’autodeterminazione e la stessa Ue rappresentano un intralcio»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

21 Agosto 2025 alle 09:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Arturo Scotto, capogruppo Pd alla Commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, con una passione coltivata e praticata da sempre per la politica estera.

Dal summit in Alaska ai vertici di Washington. Che racconta questa girandola diplomatica?
Stiamo entrando in una nuova stagione dove tornano a contare più le sfere d’influenza che il diritto internazionale. Era piuttosto evidente che questa sarebbe stata la parabola della nuova presidenza di Donald Trump. Attenzione, il Presidente degli USA – che ambisce al Nobel per la Pace e si fa candidare direttamente da un noto pacifista come Benjamin Netanyahu – dall’inizio del mandato non ha fatto altro che picconare tutti gli istituti del diritto internazionale nonché le organizzazioni multilaterali. Le sanzioni ai giudici della Corte penale dell’Aja o il sabotaggio dell’Organizzazione mondiale della Sanità ci parlano di una leadership che vuole in qualche modo sbarazzarsi dei contrappesi costruiti all’indomani della Seconda guerra mondiale. Prende la parola pace e la manipola, usa la diplomazia a giorni alterni, partecipa ai bombardamenti all’Iran fuori da qualsiasi canone del diritto internazionale – rispolverando persino la teoria della guerra preventiva – ma poi si dice disposto a stipulare un nuovo trattato sul nucleare dopo che aveva fatto saltare quello sottoscritto da Obama. Una condotta non sempre lineare, che ha però un solo filo conduttore: ricostruire un ordine mondiale basato sulla logica di potenza. In questo quadro, il destino dei popoli, il loro diritto all’autodeterminazione, la stessa Unione europea, rappresentano un intralcio. Per questo va così d’accordo con Putin e con altri aspiranti autocrati. E alla fine un qualche accordo si troverà. Sarà una pace fredda o, se preferiamo, una guerra congelata, ma Trump ha assoluto bisogno di raggiungere un risultato.

L’Europa rivendica un suo protagonismo. La stampa di destra esalta il “lodo Meloni” sul nodo Nato. Fu vera gloria?
L’Europa ha rinunciato al suo protagonismo almeno dieci anni fa. Il fallimento degli accordi di Minsk ha rivelato la debolezza politica dei due paesi, Francia e Germania, che si erano fatti garanti di quel compromesso. E da quando si è insediato Trump, questo protagonismo è stato più proclamato che praticato. Basta guardare al disastroso negoziato sui dazi della signora von der Leyen e all’adesione acritica – con la sola eccezione della Spagna – al diktat trumpiano del cinque per cento delle spese militari dei paesi NATO. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina del febbraio del 2022, l’Europa si è limitata esclusivamente a seguire le decisioni della Casa Bianca, fino a sposare persino la fake news della vittoria finale sulla Russia propagandata a tutto spiano dai circoli neocon di Washington. Non ho mai creduto alla possibilità di battere una potenza nucleare sul campo, non ho mai condiviso l’escalation militare senza limiti e senza obiettivi politici, non ho mai pensato che si dovesse escludere lo strumento diplomatico dall’orizzonte. Non è stato così purtroppo per un lungo periodo, dove qualsiasi voce critica rispetto alla retorica della guerra giusta veniva marchiata come potenziale collaborazionista di un regime, quello di Putin, verso cui la destra italiana ha non solo coltivato nel tempo simpatie, ma anche fatto discreti affari. Putin aveva perso la prima mano della guerra: era convinto di entrare a Kiev tra due ali di folla festanti, ma si è impantanato per mesi e ha fallito il regime change in Ucraina. Era quello il momento in cui si doveva costringere la Russia a negoziare e l’Europa poteva avere un ruolo vero, attivo, non subalterno. Invece il conflitto si è cronicizzato, i morti hanno raggiunto numeri spaventosi, il livello di investimenti in armamenti è schizzato. La guerra in Ucraina ha cambiato l’Europa, ha sdoganato un linguaggio bellicista anche nei paesi democratici, ha convinto fette di classi dirigenti che l’unica industria nella quale valeva la pena investire era quella militare, anche a costo di pesanti rinunce al nostro modello sociale. Lo vedremo nel medio periodo, ma le nostre società tenderanno a chiudersi e ad essere meno liberali nei diritti sociali quanto nei diritti civili. È il frutto avvelenato del nazionalismo. Mangiamo tempo, produciamo passato. E quindi ci armiamo.

E Giorgia Meloni in tutto questo?
Meloni in questa partita è stata poco più che una comprimaria. Alla Casa Bianca il suo intervento di appena due minuti si è limitato a una sfilza di salamelecchi con Donald Trump, senza nemmeno chiedere una cosa banale che accomunava gli altri leader europei presenti al tavolo: il cessate il fuoco. Il Presidente Usa l’ha elogiata davanti a tutti dicendole che è una grande leader. Dal canto suo, in questo siparietto patetico dove si capisce benissimo chi è il capo e chi è il vassallo, Meloni gli ha anche confessato in un fuori onda che con la stampa italiana non ci parla. D’altra parte, è noto che a Trump piacciono molto quelli che gli dicono sempre sì e che detestano i media non controllati direttamente da loro. Sono a tutti gli effetti una coppia di fatto.

Attiva sull’Ucraina, inerme su Gaza. Che Europa è quella che non sanziona i responsabili della pulizia etnica condotta nella Striscia e la dittatura dei coloni in Cisgiordania?
Dagli americani non mi aspetto nulla su Gaza. Biden aveva raccomandato alla leadership israeliana dopo il 7 ottobre di non reagire come fecero loro nel post 11 settembre. Osservazione più che condivisibile. Poi ovviamente non ha mai smesso di rifornirli di armi, anche quando era chiaro che l’obiettivo era la punizione collettiva. Con Trump la musica non è cambiata, al contrario si è aggravata la stretta sul dissenso a partire dalle proteste nelle università e si è spianata la strada all’occupazione totale della Striscia e alla colonizzazione integrale della Cisgiordania. Si sono saldate le nuove destre mondiali attorno al progetto della Grande Israele teorizzato dal Likud e portato avanti dalla politica omicida di Netanyahu. L’Europa non solo non è pervenuta, ma è stata complice. Alla Russia sono stati giustamente comminati 18 pacchetti di sanzioni per fare pressione sul regime, a Israele nemmeno mezzo. Solo dichiarazioni di principio, senza però mettere in campo nulla di concreto. Questo non ha aiutato nemmeno chi in Israele critica da diverse angolature la politica di Netanyahu e del suo governo di estrema destra. Eppure, come si vede, lo sciopero generale ha sprigionato nuove energie in quel paese che è stanco della guerra, che capisce che la strategia di Bibi dell’occupazione di Gaza non porterà alla salvezza di chi è ancora nelle mani di Hamas, ma solo altro sangue e altri lutti. Solo la pressione internazionale e una strategia di isolamento del governo attuale di Israele può aiutare l’opposizione interna a cambiare il quadro politico attuale. Chi sostiene il contrario, non capisce o non vuole capire quale è la partita in gioco. Il Pd insieme alle altre forze dell’opposizione da mesi chiede la sospensione del Trattato Ue-Israele, dove all’articolo 2 si dice chiaramente che non si può collaborare con un paese che viola i diritti umani. Il Governo italiano invece si è opposto e ha bloccato, insieme alla Germania, i 17 paesi Ue che volevano procedere in questa direzione. Per non parlare del riconoscimento dello Stato di Palestina: Meloni e Tajani hanno detto che non è il momento, mentre persino Francia e Gran Bretagna lo annunciano come imminente. L’Italia si è messa dal lato sbagliato della storia, fuori dalla propria tradizione diplomatica e contro un’opinione pubblica indignata dalla svolta genocidaria della leadership israeliana.

Non solo in politica estera l’Europa è marginale. Non meno significativo è il fronte della guerra dei dazi con le ricadute pesanti sull’economia e l’occupazione in Europa e in Italia.
Ho trovato sconcertante il modo in cui la destra italiana ha raccontato l’accordo sui dazi. Il 15 per cento viene descritto come uno sconto fedeltà di un amico generoso. E invece è un vero e proprio atto di guerra commerciale che pagheranno le nostre imprese e i nostri lavoratori. Confindustria parlava davanti a una ipotesi di dazi al 10 per cento di 118000 posti di lavoro a rischio. Meloni non si è nemmeno degnata di venire in Parlamento a spiegare quali contromisure metterà in campo. Anche perché non sa cosa fare e cosa dire. In questo frangente abbiamo capito di che pasta sono fatti: il loro patriottismo si ferma davanti allo studio ovale della Casa Bianca dove amano fare anticamera. Ma questa ansia di legittimazione la paga il paese, soprattutto la parte più fragile della società. Serve uno scudo per i salari e l’occupazione, rischiamo un autunno difficilissimo.

Dal salario minimo alla difesa della sanità pubblica. Elly Schlein cerca di porre al centro dell’agenda politica del Pd e del centrosinistra i grandi e irrisolti problemi sociali, ma l’attenzione è sul suk delle candidature alle Regionali.
La destra ha detto “no” a tutte le nostre proposte per difendere il lavoro, per rilanciare la politica industriale e per difendere il welfare. Spesso nemmeno senza degnarsi di spiegare il perché. Ci indigniamo per il ragazzo di 20 anni che ha protestato perché veniva pagato 3 euro l’ora a Rimini per fare l’animatore, ma poi è vietato discutere di salario minimo. Addirittura, lo mettono su un binario morto con una delega truffa seppellita da due anni al Senato e impugnando la legge toscana davanti alla Corte costituzionale. Se affermiamo che è assurdo moltiplicare le forme di lavoro precario – dai voucher ai contratti a termine, passando per il lavoro somministrato – ci dicono, talvolta anche a sinistra, che siamo antimoderni. Abbiamo archiviato troppo presto il risultato del referendum, che purtroppo è andato al di sotto delle aspettative, ma che ci dice che tra gli under 35 il quorum è stato raggiunto. Significa che c’è una generazione che si ribella all’idea che il lavoro sia questa cosa qui: merce vile. La campagna delle elezioni regionali deve vedere al centro la questione sociale: è su quel terreno che la destra ha tradito l’elettorato popolare che pure l’ha portata a Palazzo Chigi. Veniamo da una estate dove un italiano su tre non ha fatto nemmeno un giorno di vacanza, entriamo dentro un autunno dove la priorità per una larga parte di famiglie sarà pagare l’affitto e le bollette, comprare i libri per la scuola, fare almeno due pasti proteici a settimana. Le risposte del governo non esistono, encefalogramma piatto. Il loro problema è occupare tutto quello che possono, dalla tv ai Cda delle principali aziende pubbliche italiane, minacciare di silurare il ministro della Salute perché ha osato licenziare due no vax da una Commissione scientifica, nascondere i dati sulla produzione industriale, che cala da 29 mesi consecutivi. Nel frattempo, non hanno individuato ancora i candidati nelle principali regioni italiane, ma tutti guardano alle contraddizioni del campo alternativo. Che nessuno nega, ma vorrei informare che in autunno andremo uniti in sette regioni su sette. Sono sempre di più gli atti parlamentari – leggi, mozioni, emendamenti, interpellanze – che vengono firmati e presentati insieme da tutte le forze di opposizione. Dalla politica estera al lavoro, dall’economia alla sanità, passando per la scuola e il fisco: le cose che ci uniscono sono nettamente più di quelle che ci dividono. Tant’è che la maggioranza è ferma da mesi sui principali dossier, perché l’unica ossessione che hanno è quella di mettersi d’accordo per varare una legge elettorale che ci faccia perdere o pareggiare a tavolino. Dobbiamo sicuramente fare di più, va costruita una grande occasione di confronto sulle idee per l’alternativa di Governo. Larga, inclusiva, aperta alle parti sociali come all’associazionismo. Leggo tuttavia che c’è qualche dirigente del Pd che spiega che il “testardamente unitari” della segretaria Schlein non è sufficiente. Mi pare ovvio, ma sicuramente questa impostazione è un passo avanti rispetto alla stagione dello “splendidamente isolati” che scaldava poco il cuore e faceva sicuramente perdere le elezioni. Non mi pare poco.

21 Agosto 2025

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