Il parlamentare Pd

“Alle Regionali prevedo successi per il centrosinistra, il ‘campo largo’ si può costruire ovunque”, parla Roberto Morassut

«Le maggiori potenze vogliono demolire il tentativo europeo, rischioso per il modello economico dominante, di affermare un progetto umano diverso, basato sui diritti civili e sociali, e un sistema industriale rivoluzionario che punta alla riduzione delle emissioni»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

19 Agosto 2025 alle 07:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Roberto Morassut, parlamentare e membro delle Direzione nazionale del Partito democratico, vicepresidente della Fondazione Giacomo Matteotti. Che valutazione si può dare dell’incontro fra Trump e Putin?
L’incontro tra Putin e Trump ha due aspetti importanti. Il primo è il luogo. L’Alaska è una regione importantissima, una vera e propria frontiera strategica tra gli interessi americani e quelli russi. Ma anche quelli cinesi. Le tre maggiori potenze del mondo, in qualche modo, hanno motivi di incontro e di scontro in quella gelida ma ricca terra di meno di 800mila abitanti e grande come le quattro maggiori nazioni europee continentali. Una terra che domina il Mare Artico, il Mare della pace o della guerra del futuro che, liberato sempre più rapidamente dalla coltre glaciale, rende accessibili i suoi tesori di gas, petrolio, terre rare, rotte commerciali, posizionamenti militari. Sull’Artico la Russia sta messa meglio di tutti, perché la sua lunga costa settentrionale di quasi 40mila chilometri (quanto l’equatore) va sciogliendosi più rapidamente (a causa del calore della terra) delle coste nordamericane, frastagliate e interrotte da ampi mari interni. Gli Stati Uniti vorrebbero avvicinarsi, in particolare lo vogliono i vertici militari, cui Trump dà voce con le sue esternazioni sul Canada e sulla Groenlandia. La Cina, come è noto, ha bisogno dello stretto di Bering per ridurre la lunghezza delle sue rotte commerciali marittime verso l’ovest.
Insomma, l’Alaska è il gorgo dove ruotano interessi e scelte geopolitiche e Trump ha voluto evidentemente mostrare i muscoli facendo volare quelle squadriglie di B2 e di caccia all’arrivo di Putin. Questa storia dell’Alaska ha ancora un suo peso nella coscienza russa. Fu ceduta per quattro soldi a metà dell’800 a uno Stato come gli USA che non era così potente oggi.

Il secondo aspetto importante?
Direi la evidente scarsità di risultati. Almeno dal punto di vista americano e sicuramente dal punto di vista europeo. Mentre Putin certamente ha portato a casa non pochi punti. Trump ha chiesto i voti con la promessa di chiudere la guerra in Ucraina e in Medio Oriente, ma non ha una strategia efficace. Per il momento, si muove teatralmente, anche se l’obiettivo della riduzione a zero del ruolo dell’Europa gli sta riuscendo benissimo e senza opposizioni né interne né esterne. Il fatto è che per avere la pace in Ucraina e anche in Medio Oriente non si può prescindere dal ruolo attivo e autonomo dell’Europa. Un’Europa divisa, debole e senza un ruolo diplomatico e politico, senza una propria soggettività militare è la condizione migliore sia per Putin che per Netanyahu per mantenere una politica aggressiva, camuffata – a torto o a ragione, ma più a torto – come difesa preventiva. Anzi, nel caso ucraino, il riarmo europeo, nella confusa ispirazione della von der Leyen, accentua gli argomenti russi, perché nei fatti si sta traducendo in un poderoso riarmo tedesco, che è quanto di più minaccioso la coscienza russa, la storia del secolo passato – con le sue tragedie e il sangue versato per difendere la Patria – possa percepire. Putin, in Alaska, si è sdoganato dalla posizione di criminale di guerra, non ha subito alcun vincolo rispetto al cessate il fuoco, ha mostrato disponibilità. Insomma, ha discusso da una posizione di forza, proprio grazie al presupposto comune con Trump, che l’Europa non conta nulla e forse anche grazie al fatto che Trump è un personaggio non totalmente libero nel rapporto con i russi, il suo establishment, i suoi servizi di sicurezza.

Quindi la prospettiva della pace è più lontana?
Queste due guerre sono due guerre strane. Nel senso che si alternano tentativi di pace o di accordo, almeno scenografici, e operazioni di guerra spietate. Perché accade questo? Vedo al centro di tutto la volontà delle maggiori potenze, chi più chi meno, e l’obiettivo consapevole di demolire il tentativo europeo faticoso e difficile, ma estremamente rischioso per il modello economico industriale dominante, di affermare un progetto umano diverso, basato sull’espansione dei diritti civili e sociali, su un sistema industriale ed energetico rivoluzionario che punta alla riduzione delle emissioni e a fonti energetiche rinnovabili. Un progetto che, per forza di cose, mette in crisi un sistema consolidato e produce anche ricadute sociali molto pesanti, che dovrebbero essere affrontate con maggiore consapevolezza. Questa via europea alla transizione climatica è da sempre fortemente ostacolata da tutte le grandi potenze mondiali. La guerra è utile perché crea un’alternativa all’uscita dalla crisi prodotta dalla transizione, che resta dentro il vecchio modello industriale: si producono armi e si fa debito per queste, visto che non si possono più produrre automobili (dico in estrema sintesi) o acciaio con un processo produttivo tradizionale. È la classica soluzione che risponde con l’industria bellica all’impasse di un modello civile. Da questo punto di vista, favorire, incoraggiare, far maturare delle guerre limitate e controllate – alle porte dell’Europa – è quanto di più utile possa accadere per piegare questa ambizione del Vecchio Continente. Il tutto accompagnato da un forte appoggio politico e finanziario – sia americano che russo e anche cinese – a tutte quelle forze politiche sovraniste che in Europa si nutrono delle conseguenze di questa gravosa transizione che, certo, non è indolore. Insomma, l’Europa della transizione climatica, digitale e sociale non deve esistere. Deve essere stroncata. Anche favorendo le spinte, le paure e le frustrazioni russe o le forze più estremiste che in Israele hanno sempre sognato una grande Nazione ebraica che non avesse il problema della soluzione politica e della convivenza con l’elemento palestinese. Ma le guerre controllate non esistono, non sono mai esistite…

L’Europa esce ancor più indebolita dal vertice in Alaska
Non è che ci fosse da aspettarsi un beneficio da un evento che non vedeva la presenza dell’Europa in nessuna forma. Non si riesce ad uscire da un vero e proprio coma. Ecco la parola giusta, anche se un po’ crudele: è “coma”, assenza di reazioni, di capacità cognitiva. Ma del resto, cosa vuoi fare con questi governi? Chi più, chi meno, ha ragioni interne di grande debolezza o è perfettamente in linea con le azioni americane, come il nostro Governo che si segnala per la sua attitudine al tradimento dell’Europa e questo, nella Patria di Altiero Spinelli e degli estensori del manifesto di Ventotene, è una vergogna. Ancora una volta, la mente corre agli strali che Dante Alighieri e Machiavelli, inseguendo con lucentezza ideali nazionali e supreme vette di pensiero politico e filosofico, lanciavano contro la miseria politica del loro tempo e delle classi dirigenti del loro tempo.

Ma Meloni e la destra al potere non saranno eterne. Il mondo ormai corre velocemente rispetto a secoli fa…
Certamente non sono eterni. Anzi, ritengo che il conto arriverà ben presto alla coalizione al governo, a questo governo, e che già dalle regionali del prossimo autunno si possano registrare significativi successi elettorali del centrosinistra. La situazione sociale nel prossimo autunno sarà molto pesante per il mondo del lavoro e per le imprese. Si può ritenere che l’effetto dei dazi colpirà il tessuto medio piccolo delle nostre imprese che già sono in agitazione, colpirà le esportazioni che sono il nostro polmone di sfogo, produrrà inflazione e stretta creditizia. Il Governo non ha le risorse per fronteggiare, nella legge di bilancio, le difficoltà di sostegno per i servizi sociosanitari, per la scuola, la casa, i trasporti. Bisogna mettere in campo una politica economica alternativa che abbia contorni generali, che aggredisca finalmente il fardello fiscale con azioni non punitive ma di sollievo per i ceti medi e le imprese, ma segnate da un carattere di giustizia sociale verso le grandi rendite, i grandi patrimoni, le grandi fortune: qui ci vuole coraggio. Bisognerà affrontare meglio e chiedere un chiarimento, anche alle altre forze socialiste europee, sulle spese militari e sul tema della difesa comune, perché il 5% del PIL per le spese militari l’Italia non può reggerlo, nemmeno nella forma ambigua presentata da Crosetto. Alle elezioni regionali, con pazienza, si può costruire davvero un “campo largo” in tutte le regioni, con varianti applicative certo, ma esteso, potenzialmente vincente in almeno 4 Regioni dove possiamo avere candidati forti. Ci sono passaggi delicati da compiere ancora, ma deve prevalere la consapevolezza che ci sono momenti in cui, davvero, le ragioni di tutti sono superiori a quelle dei singoli e credo che Elly Schlein stia affrontando tutto questo nel modo giusto.

Elly Schlein ha lanciato la sua offensiva a tutto campo.
Così deve fare e tutti dobbiamo accompagnarla. Naturalmente anche discutendo negli organismi dirigenti del momento storico che stiamo attraversando. In questi mesi, sono accaduti fatti rilevanti e un partito come il nostro deve sintetizzare i giudizi, mettere a fuoco le analisi, insieme. Mi auguro che alla ripresa vi sia la convocazione di una Direzione e che si possa ragionare anche su un grande appuntamento di massa sulle politiche sociali ed economiche del Governo a ridosso delle regionali, magari subito dopo. Penso che uno dei nodi da discutere insieme sia anche il tema delle nostre politiche per le città che il caso Milano ha messo in luce come un nodo centrale, decisivo per una visione di giustizia sociale, visto il peso che grandi forze finanziarie oramai esercitano sui territori e sulla vita reale di milioni di persone.

19 Agosto 2025

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