Aveva 69 anni
È morto Evaristo Beccalossi, addio al fantasista e bandiera dell’Inter: quando sbagliò 2 rigori in una partita e l’amicizia con Franco Califano
Si mise in testa di diventare mancino per somigliare a Sivori. “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me”
News - di Antonio Lamorte
In campo era stato simbolo della fantasia, del gesto tecnico improvviso e geniale che appassionava i tifosi e che gli faceva perdonare anche l’incostanza, l’inconcludenza di certe prestazioni. Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni Evaristo Beccalossi, il 12 maggio, colpito nel gennaio 2025 da un malore che aveva causato un lungo periodo di coma dal quale si era ripreso e nel quale era ricaduto di nuovo. È morto a Brescia, la sua città, alla clinica Poliambulanza il numero 10 e bandiera dell’Inter che pochi giorni fa ha matematicamente vinto il 21esimo Scudetto della sua storia.
“Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone”, il cordoglio della società nerazzurra nella quale ha lasciato “un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo”.
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Beccalossi in nerazzurro era arrivato nel 1978, 217 presenze e 37 gol. Aveva vissuto le stagioni più importanti della sua carriera sotto la guida di Eugenio Bersellini con la conquista dello Scudetto nella stagione 1979/1980 e della Coppa Italia in quella 1981/1982. Memorabile la doppietta al Milan nel derby del 29 ottobre 1979. Memorabile anche quella gara di Coppa delle Coppe nel 1982 quando sbagliò due rigori nel giro di sette minuti di gioco, episodio che ispirò un celebre monologo del comico Paolo Rossi. “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole“, la frase dell’avvocato Peppino Prisco.
Centrocampista offensivo di grande classe e giocate geniali, era stato soprannominato “Driblossi” dal giornalista Gianni Brera. “Sono Evaristo, scusa se insisto”, l’adagio che lo accompagnò per tutta la carriera e che lo rese subito riconoscibile. Aveva raccontato nella sua autobiografia edita da Diarkos, scritta con la giornalista Eleonora Rossi, che da bambino era destro ma che per imitare Omar Sivori si mise in testa di diventare mancino. Fumatore, appassionato di automobili.
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Aveva raccontato della sua amicizia con i cantanti Enrico Ruggeri e, soprattutto, con Franco Califano al Corriere della Sera: “Io ho la calamita per i personaggi strani e lui era così, diverso da tutti. Di notte non dormiva, forse per un senso di angoscia. Quando veniva a Brescia era d’obbligo vederci dopo il suo spettacolo. Ma tutti i bar chiudevano e andavamo all’autogrill di Dalmine. Guardavamo le auto passare sotto. La malinconia? Parlavamo spesso anche di quella, soprattutto perché lui, che poteva avere tutto e mi presentava una ragazza nuova ogni sera, non trovava mai quella giusta, non riusciva a sistemare il cuore”.
Prima della maglietta dell’Inter, dove arrivò per 700 milioni di lire, aveva vestito quella della squadra della sua città. “Union Brescia esprime il più profondo cordoglio per la scomparsa di Evaristo Beccalossi”, in una nota ufficiale. “Una visione del gioco fatta di concretezza e, al tempo stesso, di straordinaria sensibilità artistica” capace di lasciare “un segno indelebile dentro e fuori dal campo”. Dopo la maglia dei nerazzurri, dal 1984 in poi avrebbe indossato quelle di Sampdoria, Monza, Barletta e Pordenone. Il rimpianto: il commissario tecnico Enzo Bearzot lo escluse dalle convocazioni della Nazionale pe il Mondiale, vinto, in Spagna nel 1982. “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me”. Dopo l’addio al calcio giocato l’impegno da commentatore, opinionista televisivo e dirigente, ricoprì anche il ruolo di capo delegazione delle giovanili della Federcalcio.