Parla l'ambasciatore
Intervista a Pasquale Ferrara: “Israele e Palestina? Nessuna pace finché non ci saranno due Stati”
«Si dice che riconoscere lo Stato di Palestina non serve a nulla, invece ribadirebbe che non c’è soluzione militare a questo conflitto, ma solo politico diplomatica. Tutto il resto è guerra»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Ambasciatore Pasquale Ferrara, una vita in diplomazia. Già Direttore generale per gli affari politici e di sicurezza della Farnesina, nel 1984 è entrato nella carriera diplomatica ed ha prestato servizio, tra l’altro, presso il Gabinetto del Ministro, e successivamente (1987- 88) presso l’Ufficio del Consigliere Diplomatico del Presidente della Repubblica. Ha svolto diversi incarichi all’estero, in particolare a Santiago del Cile (1989 al 1992), Atene (come Console, 1992-1996), Bruxelles (alla Rappresentanza d’Italia presso l’Unione Europea, 1999-2002) e infine a Washington (2002-2006). È stato dal 2006 al gennaio 2009 capo del servizio stampa e portavoce del Ministro e dal 2009 al 2011 Capo dell’Unità di Analisi e Programmazione del Ministero degli Esteri. Ambasciatore ad Algeri dal 2016 al 2020, nello stesso anno è stato nominato Inviato Speciale per la Libia del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nel suo campo, un’autorità assoluta.
Ambasciatore Ferrara, lei è stato il promotore dell’appello degli ambasciatori – che ha raggiunto il ragguardevole numero di 72 e sulla piattaforma Change.org ha già superato le 56.000 adesioni (per aderire www.change.or/palestinastato) – rivolto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni affinché l’Italia riconosca lo Stato di Palestina. Perché oggi?
Sarebbe facile rispondere con un’altra domanda retorica: se non ora quando? La verità è che con il ritorno al potere di Netanyahu, ben prima del 7 ottobre, è del tutto scomparsa una prospettiva di soluzione politica, per non parlare del percorso negoziale disegnato nel famoso processo di pace. Si dice che il riconoscimento dello stato di Palestina non serva a nulla, ma nessuno ci ha spiegato a cosa sia servito finora non riconoscerlo, se non a lasciare campo libero al colonialismo d’occupazione e all’espansionismo degli insediamenti nei territori palestinesi. Farlo oggi significa contestare in radice chi sostiene che la causa palestinese sia stata archiviata, persino dagli arabi dopo gli accordi di normalizzazione (proditoriamente chiamati “Accordi di Abramo”, scomodando addirittura il grande Patriarca). Significa ribadire che non c’è nessuna soluzione militare a questo conflitto, ma solo politico-diplomatica. Tutto il resto è guerra senza fine. Le mire egemoniche di Israele sono ideologiche e messianiche, rimettersi a parlare di diplomazia è, al contrario, il vero approccio realistico. Se è vero che non c’è pace senza sicurezza, per Israele e per la Palestina, come per tutti i paesi, è anche vero che non c’è sicurezza senza pace, né in Medio Oriente, né altrove. E non ci sarà nessuna pace, temo, finché non ci saranno due Stati. Il nostro obiettivo è questa pace, l’unica credibile e sostenibile.
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Sostiene il ministro degli Esteri Antonio Tajani che non si può riconoscere uno Stato che non esiste.
Non spetta certo a me commentare una legittima e rispettabile posizione politica. Non ne ho la pretesa, né titolo, anche perché per tutta la vita ho fatto un altro mestiere, quello dell’analista e del consigliere. Diciamo che la mia prospettiva è storico-diplomatica. Cerco di capirne le ragioni. È un fatto che le promesse degli Accordi di Oslo non si sono ancora realizzate. Tuttavia, neanche lo Stato di Israele esisteva prima del piano ONU del 1947 che sancì la fine del Mandato britannico e aprì la strada alla creazione di due Stati: uno ebraico (poi proclamato unilateralmente) e uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Venendo al dunque: gli Stati esistono perché esistono i popoli, i territori, i governi. Il popolo palestinese esiste ed esiste in teoria anche il suo territorio – nei confini precedenti al 1967 – solo che è in gran parte sotto occupazione illegale israeliana, a cui bisogna mettere fine per via negoziale. Esiste poi un governo legittimo palestinese, quello dell’Autorità Nazionale. Insomma, la Palestina non è – come disse Metternich per l’Italia – una mera espressione geografica. Va aggiunto che il riconoscimento è un atto politico, non un atto notarile. Non riconoscere è anch’esso un atto politico. Osservo che oltre 138 su 193 Stati membri delle Nazioni Unite riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina, che ne è membro osservatore dal 2012 (con il voto favorevole dell’Italia, tra l’altro) partecipando a numerose organizzazioni multilaterali (UNESCO, Corte Penale Internazionale, ecc.). Come ha ribadito il Cardinale Pietro Parolin, la Santa Sede lo ha fatto da un pezzo. Io mi fido della saggezza plurisecolare della Chiesa cattolica. Non si può ignorare questa realtà diplomatica consolidata. E non si può continuare a ripetere di volere la soluzione a due Stati riconoscendone solo uno. È fuori dubbio che sono necessari negoziati per definire i rispettivi confini. Ma per ballare il tango occorre essere in due, come dicono gli Americani. Critica dal versante opposto: il riconoscimento dello Stato di Palestina non fermerebbe la mattanza d’Israele e l’occupazione di Gaza ordinata da Netanyahu. Non sono, non siamo, Alice nel paese delle meraviglie. È lampante che gli unici che possono davvero bloccare la carneficina sono gli Stati Uniti, ma è improbabile che lo facciano (e non è solo Trump). Dinanzi a questa innegabile realtà, ci sono due vie: la rinuncia ad agire per non esporsi o prendersi qualche rischio. Nella lettera di più di 70 ambasciatori alla Presidente del Consiglio ci sono ben 5 misure concrete. Il riconoscimento ne è solo una, anche se la più vistosa. Sono tutte azioni realizzabili, se ce ne fosse la volontà politica.
Quali sono queste azioni?
Primo, interrompere ogni rapporto nel settore della difesa con Israele. Non parliamo solo di contratti di forniture e armamenti, già sospesi per legge (si suppone), ma dei rapporti di collaborazione, in quanto tali, con un esercito impegnato in una campagna di distruzione e sterminio contestata dai suoi stessi vertici. Secondo: sanzionare i due ministri israeliani, Smotrich e Ben- Gvir, i più oltranzisti nel negare i due Stati, sostenere le violenze dei coloni e volere annettere tutta la valle del Giordano e Gaza. In Europa recentemente lo hanno fatto l’Olanda, paese guidato non certo da estremisti, e la Slovenia, dichiarandoli persone non grate. Non basta sanzionare quattro coloni, bisogna colpire i mandanti e i protettori. Terzo, l’interruzione temporanea dell’accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea, proposta su cui l’Italia, sinora, si è schierata a sfavore, nel Consiglio dei Ministri degli Esteri della UE. Quarto, in caso di annessioni, in tutto o in parte, di Territori palestinesi, riconsiderare lo stesso livello delle relazioni diplomatiche con Israele. Mi pare che con l’annuncio della nuova fase di assalto a Gaza ci stiamo arrivando. Parliamo di gesti diplomatici consueti, nulla di definitivo: richiamo momentaneo dell’Ambasciatore per consultazioni, convocazione dell’Ambasciatore israeliano a Roma…Fermerebbero Netanyahu? Certamente no, ma ne aumenterebbero l’isolamento internazionale. Non è poco.
L’Europa ha sanzionato la Russia per la guerra in Ucraina, mentre non ha fatto nulla di concreto per fermare la pulizia etnica a Gaza o l’instaurazione di un regime di apartheid in Cisgiordania. Due pesi, due misure?
Non è vero che l’Europa non abbia fatto nulla, anche se ha fatto molto poco, limitandosi ad alcune misure simboliche e marginali, oltre alle dichiarazioni. Il problema sono le regole decisionali a Bruxelles. L’unanimità è la vera palla al piede che impedisce una politica estera europea efficace e coerente. Per l’Ucraina c’è stato finora un grande consenso (fatta eccezione per alcune ritrosie ungheresi). Sul Medio Oriente, invece, l’Europa è profondamente divisa. Il che porta alla paralisi. C’è da dire che è una polarizzazione politica che corre anche all’interno degli Stati membri, come abbiamo visto in questi due anni. Il risultato, nei fatti, è la percezione, nel mondo, di un’Europa dei doppi standard, il che ne mina la credibilità. Rischiamo di disperdere un patrimonio di affidabilità basato sulla difesa del diritto internazionale, la giustizia internazionale, sul ripudio dell’unilateralismo e della violenza come metodo di presunta risoluzione delle controversie internazionali. Il Trattato dell’Unione Europea afferma che essa contribuisce alla pace, alla sicurezza, al rispetto reciproco tra i popoli, alla tutela dei diritti umani, in particolare dei minori. Lo abbiamo fatto per Gaza? Ne dubito. Un programma applicato, purtroppo, solo parzialmente e selettivamente.
Chi osa criticare Israele viene subito marchiato di antisemitismo e di essere filo-Hamas. Lei si sente tale?
Mi consenta di non essere per nulla diplomatico su questo punto. La misura è colma. L’antisemitismo è una cosa maledettamente seria e tragica nella storia europea ed occidentale. Farne strumentalmente uno scudo per un governo israeliano che compie atti di sterminio è osceno, immorale e offende la memoria storica. Una tiritera costruita e tavolino e basata, per giunta, sull’ignoranza etnico-culturale, dal momento che anche i palestinesi sono un popolo semita esattamente come quello ebraico. Mi occupo da due decenni di dialogo interreligioso anche a livello accademico e la mia stima dell’Ebraismo è massima, come per le altre religioni del Libro. La travagliata storia del popolo ebraico è una delle vicende più paradigmatiche dell’umanità. Perciò l’insinuazione che ci è stata mossa di essere, di fatto, dalla parte di Hamas è un’idiozia propalata da propagandisti d’accatto al servizio del suprematismo neocoloniale di Netanyahu, che nuoce immensamente ad Israele. Un modo becero per cercare di squalificare chi denuncia una linea fattivamente omicida e politicamente suicida. Una scorciatoia di chi è in malafede per evitare di affrontare il merito delle questioni. Non è un caso che ne abbia scritto solo qualche spericolato foglio di giornale…