L'intervista al saggista e scrittore

“Ho coltivato la memoria della Shoah, oggi a Gaza ne sento gli echi”, parla Stefano Levi Della Torre

«La fame forzata rievoca le immagini del Ghetto di Varsavia, i bambini affamati il Lager, i trasferimenti di massa le deportazioni. Queste risonanze nella mia memoria ebraica sono inevitabili»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

8 Agosto 2025 alle 08:00

Condividi l'articolo

“Ho coltivato la memoria della Shoah, oggi a Gaza ne sento gli echi”, parla Stefano Levi Della Torre

Stefano Levi Della Torre, saggista, critico d’arte, è tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano.

“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì”. Così David Grossman in una intervista a Francesca Caferri per la Repubblica. Il tabù è sfatato?
Per aver citato Grossman sul genocidio, il 4 agosto il deputato Cassif è stato cacciato dalla Knesset: un atto radicalmente antidemocratico. I caratteri democratici di Israele sono minacciati dalla destra e, prima dell’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, grandi manifestazioni si erano ripetute per contrastare l’attacco del governo Netanyahu all’indipendenza della magistratura per subordinarla al governo. È una tendenza che caratterizza tutte le involuzioni in corso delle democrazie, compresa l’Italia, l’Ungheria, gli Stati Uniti di Trump. Diffusamente, la parola ‘genocidio’ è tabù, se non è quello subito dagli ebrei, la Shoah, e le dichiarazioni di Grossman si sono scontrate con quel tabù. Per cui da destra il deputato Vaturi ha dichiarato fake news l’esistenza stessa dell’intervista di Grossman: la menzogna come strumento sistematico di governo, sprofondamento nel degrado di un parlamento “democratico”. Il degrado segnala un crollo di civiltà.

Cos’altro ancora?
È un crollo di civiltà quando si ritiene plausibile, e quindi convincente, fare strage indiscriminata di civili perché Hamas e Jihad li usano o li userebbero come “scudi umani”; quando si ritiene plausibile e quindi convincente che l’uccisione e la mutilazione in massa dei bambini previene il fatto che essi, crescendo, diverranno nemici; se si ritiene plausibile e quindi convincente coltivare la convinzione che coloro che nascono palestinesi non sono umani “come lo siamo noi” perché “noi siamo per la vita e loro per la morte”; se si ritiene plausibile e quindi convincente che non esistono innocenti a Gaza, perché non si può distinguere tra chi subisce la dittatura di Hamas e chi collabora con essa; se quindi si ritiene plausibile e dunque convincente che Hamas e “scudi umani” vadano distrutti senza troppe distinzioni tra obiettivi diretti e i cosiddetti “effetti collaterali”, tanto che sono questi ad essere non più “collaterali” ma centrali, poiché la guerra contro Hamas si è da tempo generalizzata e trasformata in guerra contro il popolo palestinese in quanto tale, a Gaza ad opera dell’esercito, in Cisgiordania ad opera dei coloni appoggiati dall’esercito. Per cui il terribile trauma dell’aggressione inaspettata del 7 ottobre si è trasformato per la destra nell’inaspettata occasione per sradicare i palestinesi dalla Palestina con lo sterminio, il terrorismo e la devastazione delle possibilità di vita: per procedere insomma alla soluzione finale della “questione palestinese” come problema politico, demografico e territoriale. C’è in Israele una profonda angoscia etnica e bio politica: che coesistendo nella stessa terra, col tempo i palestinesi realizzino, non con le armi ma per fecondità, una sostituzione etnica ai danni degli ebrei.

A cosa ha portato questa angoscia collettiva?
Le cose ritenute plausibili sono state fatte e dette dal governo israeliano, ed esprimono un degrado di civiltà, di mentalità, di razzismo. Abbiamo giustamente coltivato e diffuso la memoria della Shoah, e non malgrado questo ma grazie a questo è impossibile, non solo per me, che certi fatti non evochino qualcosa della mia memoria ebraica. La fame forzata rievoca in me le immagini del Ghetto di Varsavia nel 1943 coi cadaveri per strada uccisi dalla fame, i corpi di bambini consumati dalla fame ricordano il Lager, i trasferimenti di massa obbligati e nel frattempo mitragliati su e giù per la Striscia di Gaza rievocano per me le deportazioni. Gli spostamenti forzati di massa furono usati come mezzo di sterminio dai tedeschi contro gli Herero in Africa, dai turchi contro gli Armeni e furono definiti prodromi di Shoah. Queste risonanze dell’oggi nella mia memoria ebraica mi sono inevitabili; sarebbe un artificio per me far tacere quest’eco tra attualità e memoria. Condanniamo nell’aggressione senza riserve l’intenzione genocida inscritta nella barbarie di Hamas e Jihad la mattina del 7 ottobre 2023, ma la risposta di Israele ha travalicato da gran tempo la necessaria reazione di rivalsa e di ricostituzione della deterrenza difensiva. Si è andati oltre. Crimini affini a quelli perpetrati da Hamas in un giorno, Israele li sta facendo non in un giorno ma da 700 giorni, giorno per giorno e su più larga scala, e con strumenti militari enormemente maggiori di sofferenza inflitta e di morte. Compreso il ricatto degli ostaggi, perché come ostaggi sono in Cisgiordania i prigionieri palestinesi per “detenzione amministrativa”, cioè senza accuse e tempi determinati di detenzione e senza avvocati; come ostaggi sono i deportati di Gaza nel campo di concentramento e tortura di Sde Teiman nel Neghev.

Il tutto riporta a quella parola indicibile…
Si può parlare ormai di genocidio. Che cos’è “genocidio”? È la distruzione intenzionale e sistematica di un gruppo umano, di un’identità collettiva. L’entità della strage, il numero delle uccisioni non è sufficiente per definire “genocidio” un massacro. Ci sono massacri in corso con ancora più morti, come in Ciad, nel Darfur, ma non so dire, per mia ignoranza e minor coinvolgimento, se siano genocidio. È anche la durata a dire l’intenzione di arrivare alla soluzione finale del problema che un gruppo umano rappresenta per i perpetratori israeliani del massacro. Il bombardamento indiscriminato, la fame e la sete indotte programmaticamente con la distruzione del sistema economico, alimentare, sanitario ed energetico e le conseguenti epidemie dicono la distruzione intenzionale di un ambiente fisico, culturale, politico e infrastrutturale, al fine di rendere impossibile l’esistenza di una collettività palestinese. C’è un sintomo che in sé riassume il genocidio perché distrugge non solo il presente, ma il futuro di un gruppo: è il massacro indiscriminato e la mutilazione di massa dei bambini e delle donne incinte. Questi sono i fatti. Con strazio, non solo Grossman ma anche importanti storici ebrei della Shoah, come Bartov, liberano ormai il termine “genocidio” dal tabù. C’è chi, non senza ragioni, vuol conservare la censura del tabù a difesa dall’antisemitismo, il quale ama che “le vittime si facciano carnefici” per obliterare le vittime. Allora cadiamo in un groviglio: è antisemita chi accusa Israele di fare quello che sta facendo? Ma quel che sta facendo Israele è “antisemita”? Io penso che lo sia, che ne abbia il carattere.

Annota ancora Grossman: “Anche solo pronunciare questa parola, genocidio, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto[…] Genocidio. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza”.
Se arriviamo a definire “genocidio” quello che si sta svolgendo, esso non è equiparabile alla Shoah: non ne ha le dimensioni continentali, né i caratteri ideologici e mitologici con le loro ascendenze secolari, né i metodi tecnologici e burocratici. Parlare di genocidio può anche confondere le idee, invece che chiarirle. Condivido le riserve autorevolmente enunciate dalla senatrice Liliana Segre: l’accusa di genocidio rivolta ad Israele, se è una realtà, è al contempo un incentivo per la banalizzazione della Shoah e degli insegnamenti universali che discendono dalla sua memoria. L’accusa di genocidio lanciata contro Israele ha un senso del tutto particolare, ha un risvolto molto attraente per l’antisemitismo, una sua insperata soddisfazione e il vanto di una conferma: gli ebrei che ci tengono sotto ricatto con la memoria della Shoà, ecco, sono loro stessi a praticare quel che lamentano. Genocidio la Shoah, genocidio la strage dei palestinesi. Tra Auschwitz e Gaza ecco un cortocircuito: la Shoah non è una questione dell’intera umanità, ma una questione ebraica, Gaza è un luogo dove gli ebrei annullano la dignità della loro testimonianza della Shoah. Sono fatti privati, tra gli ebrei e i loro nemici diretti, a cominciare dai nazisti, se la vedano tra loro. Il mondo se ne sta fuori, estraneo, non implicato, non responsabilizzato, al massimo è un arbitro giudicante nella terzietà di un giudice estraneo.

Edward Said ebbe a scrivere: la tragedia dei palestinesi è essere vittime delle vittime.
Edward Said a me pare colga un punto centrale. Una collettività come quella ebraico israeliana, che ha al cuore della propria identità il fatto di essere stata vittima emblematica di un male estremo, facilmente preserva al centro del suo modo di pensare sé stessa due pulsioni fondamentali: la paura inveterata e il senso di rivalsa. Queste sono le casse di risonanza nella percezione degli eventi. Gli israeliani vivono corpo a corpo con i palestinesi. Non sono in una distanza coloniale come, ad esempio, lo era la Francia con l’Algeria, separate dal mare. Il fatto è che anche i palestinesi vivono le stesse due pulsioni. E le consonanze, le somiglianze tra le due collettività possono essere fattori di reciproca comprensione e riconoscimento, o al contrario di incompatibilità. Le vicende tra i due popoli hanno oscillato tra queste due possibilità: rispecchiamento reciproco o incompatibilità. Perché le affinità esasperano la concorrenza. E le due nazioni nuove, israeliani e palestinesi (non gli “arabi” da secoli in Palestina e che per questo amano la loro terra ma la specifica coscienza nazionale palestinese formatasi nel conflitto) sono nati come coetanei da un’unica terra madre. Ma la situazione non è affatto simmetrica: gli israeliani sono nati sottraendo terra ai palestinesi, i palestinesi sono nati dalla sofferenza di perdere terra. Di fondo, gli israeliani sono passati dal mondo delle vittime al mondo dei vincitori, mentre i palestinesi sono nel mondo delle vittime.

In Italia ha fatto molto discutere un articolo del professor Sergio Della Pergola per la rivista il Mulino, nel quale si definiscono i morti di Gaza “danni collaterali”, mettendo in discussione anche la dimensione di quella mattanza.
Il problema di Della Pergola per me non è tanto nello sminuire con quella frase la dimensione della catastrofe palestinese e della sofferenza, ma di non aver capito affatto quello che sta succedendo e di adeguarsi alle retorica del governo: a me pare che l’obiettivo vero del governo di destra non è tanto quello di distruggere Hamas, ma quello di cogliere l’occasione offerta dalla ferocia di Hamas per risolvere una volta per tutte la questione palestinese, per cui la strage di civili non è collaterale ma obiettivo diretto e principale. La lotta “senza quartiere” contro Hamas è la retorica propagandistica ritenuta plausibile e quindi convincente che copre l’intenzione di distruggere i “quartieri”, cioè la possibilità di vita dei palestinesi in Palestina. Della Pergola si attiene alla retorica, e non si accorge che “collaterale” è la lotta contro Hamas, centrale la strage e il terrorismo sui civili per spingerli in massa a lasciare la terra. Della Pergola, come molti, si salva l’anima dichiarandosi radicalmente nemico del governo Netanyahu, ma poi si piega alla sua retorica e aderisce alla logica della sua azione. Israele ha bisogno di una svolta, che comporta il pericolo di una guerra civile scatenata dai coloni armati, non di una continuità solo più decente e moderata. Se l’opposizione a Netanyahu si riduce a sostenere una sostanziale continuità nella politica di Israele, le nostre speranze di svolta, pericolosa ma necessaria, saranno deluse.

Il Governo italiano continua a rifiutare il riconoscimento di uno Stato di Palestina.
Ci fu un Asse Roma-Berlino che imponeva di parlare il peggio possibile degli ebrei; ora c’è un asse Roma-Berlino che proibisce categoricamente di dir qualcosa di negativo intorno agli ebrei. L’atteggiamento di questo nuovo “asse” è volto ad emendarsi degli obbrobri dell’asse antisemita precedente. Per affinità ideologiche, le destre ebraiche si prestano a dichiarare emendate le destre di ascendenze fasciste e antisemite, se contro le sinistre “pro-pal” e “antisioniste” si schiereranno in appoggio di Israele dominato dalla destra, qualunque cosa faccia o diventi. Ora, se il precedente asse Roma–Berlino di ispirazione nazifascista chiudeva gli ebrei in un ghetto a “discriminazione negativa”, cioè antisemita, l’asse attuale relega gli ebrei in un ghetto a “discriminazione positiva”, cioè nel privilegio della esenzione da critiche. Ma ogni privilegio accumula ostilità e odio. Per cui sento come minaccia questo ghetto dorato, animato da un amore interessato o prostituito tra destre ebraiche e destre politiche. Timeo Danaos et dona ferentes.

8 Agosto 2025

Condividi l'articolo