L'evento
Popsophia torna a Pesaro per quattro giornate all’insegna di musica, filosofia e spettacolo
Il tema del “Limen” sarà declinato come confine fra il reale e il virtuale, naturale e artificiale, fra l’infanzia e l’età adulta e tra la vita e la morte, l’estrema soglia
Cultura - di Lucrezia Ercoli
“Nella vita moderna siamo diventati molto poveri di esperienze della soglia”. Lo scrive, quasi un secolo fa, nei frammenti della sua ultima opera rimasta incompiuta, uno dei più lucidi indagatori della modernità: Walter Benjamin. Bisogna intenderci sul senso di questa espressione. L’etimologia ci offre un primo indizio sulla ricchezza interpretativa connessa alla parola “soglia”. In italiano, il termine soglia deriva dal latino solia, collegato a solea, la suola del sandalo, che aderisce al suolo (solum) e che è ben radicato a terra. In tedesco, invece, la parola Schwelle indica l’architrave della porta e rimanda al verbo Schwellen, che vuol dire gonfiarsi, lievitare. A partire da questa origine linguistica, Benjamin conia la sua definizione: «la soglia è una linea di confine che si gonfia».
La soglia, quindi, non è un semplice “confine”: non è una linea netta che separa un territorio dall’altro, un muro invalicabile tra un dentro e un fuori, una cesura lineare che divide gli uguali e i diversi. La soglia è una “zona”, uno spazio intermedio, un “tra” in cui si può sostare e che unisce ciò che solitamente è separato. La soglia tiene insieme identico ed estraneo, è una zona di contatto che è dentro e fuori allo stesso tempo. Un luogo “altro” rispetto alla spazialità geometrica definita dalle linee di confine delle carte geografiche che tagliano il mondo e contrappongono i luoghi. Che cosa vuol dire, quindi, fare un’esperienza della soglia? Stare sulla soglia vuol dire attraversare uno spazio di metamorfosi e di cambiamento, dove si mettono in discussione le identità univoche e definite. Attraversare la soglia vuol dire far entrare in comunicazione mondi, esperienze e tempi diversi che si mescolano e si contaminano tra loro. In un’epoca segnata dalla crisi dei confini tradizionali – geografici, culturali, identitari – la soglia si impone come metafora potente. Oggi siamo in grado di sostare in uno spazio-soglia che ci obbliga a pensare in modo nuovo?
SPAZI LIMINALI
Pensare sulla soglia ci obbliga a identificare l’essere umano stesso come a un “essere-soglia”, la cui vita non è che un susseguirsi di momenti di metamorfosi e di trasformazione. Non a caso tutte le civiltà del mondo hanno ritualizzato in modo molto simile i momenti ciclici in cui la vita del singolo subisce una trasformazione radicale. La nascita, la pubertà, il matrimonio, la morte sono le soglie biologiche-culturali in cui si passa da uno status a un altro dell’esistenza, trasformazioni che segnano una discontinuità tra un prima e un dopo. Per questo, la comunità le ha controllate inserendole in rituali rigidamente strutturati. Ecco cosa sono i “riti di passaggio”: cerimonie che danno una forma simbolica all’incertezza del cambiamento. L’antropologo belga Arnold van Gennep – il primo a studiare la struttura ricorsiva di questi rituali in suo famoso lavoro del 1909 – parla della soglia come di uno “spazio liminare” (dal limes latino che designa lo spazio mobile della frontiera al margine dell’Impero) dove avviene il momento più pericoloso e più importante dei riti di passaggio.
I riti di passaggio, secondo van Gennep, sono strutturati in tre momenti: i “riti preliminari” in cui il soggetto è separato dal gruppo, i “riti liminari” dove avviene l’attraversamento della soglia e i “riti postliminari” in cui l’individuo è inserito nel nuovo ambiente. La fase centrale è la più rischiosa perché avviene in una soglia sospesa in cui non si è più ciò che si era prima, ma non si è ancora ciò che si diventerà, in cui non fa più parte del gruppo di appartenenza originario, ma non è ancora parte di un nuovo gruppo. È nello spazio liminare sospeso tra il prima e il dopo che avviene l’iniziazione: una morte simbolica e una seconda nascita che consente l’ingresso a una fase successiva. Le iniziazioni del bambino all’età adulta lasciavano un segno visibile sul corpo: un taglio dei capelli, un tatuaggio sulla pelle, una circoncisione, una cicatrice che mostravano a tutti l’avvenuto passaggio. La soglia – nel tempo desacralizzato nel quali viviamo – ci ricorda l’importanza dello spazio sacro del rito, dello spazio privilegiato dell’evento trasformativo in cui il soggetto mette in gioco sé stesso, mette in discussione la sua stessa identità, accetta il rischio del cambiamento.
CYBERSOGLIE
Il nostro presente è “onlife”, come lo ha definito il filosofo Luciano Floridi: viviamo una vita in cui non c’è più un confine netto tra la dimensione online e quella offline, le esperienze fisiche e quelle virtuali sono sempre più intrecciate e indistinguibili. Con lo sviluppo degli ambienti virtuali, la soglia tra reale e digitale si è fatta permeabile. Nel momento in cui indossiamo un visore VR, per esempio, non esiste più un confine tra un dentro e un fuori perché non siamo davanti a uno schermo, ma dentro lo schermo. L’immagine riempie tutto l’orizzonte del visibile e finisce per perdere una proprietà che l’ha sempre contraddistinta: la sua cornice. Come ha scritto il filosofo Andrea Pinotti nel suo fondamentale saggio Alla soglia dell’immagine, l’immagine digitale non è più ‘incorniciata’ e dunque non è separata dalla realtà che la circonda. In un mondo in cui l’immagine può sostituirsi completamente alla realtà, la riflessione sugli spazi-soglia in cui si mettono in discussione i confini tra identico ed estraneo, tra naturale e artificiale, tra corpo e macchina, tra reale e digitale è il compito a cui è chiamata la filosofia.