Il caso dell'iraniana

A Locri è caccia agli scafisti immaginari: strappata la foto del figlioletto di Marjan

In sala colloqui, a Reggio, origliano l’incontro tra la donna iraniana e il difensore e poi si accaniscono proibendole di tenere in mano l’immagine del bambino. Intanto in appello fioccano le assoluzioni di poveretti stracondannati in primo grado

Cronaca - di Angela Nocioni - 14 Maggio 2024 alle 13:00

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A Locri è caccia agli scafisti immaginari: strappata la foto del figlioletto di Marjan

Guardate che bell’ambientino il Tribunale di Locri. Che interessanti relazioni tra avvocati e pm, che garanzie per gli imputati poveri cristi.

La Camera penale locale ha condannato un pezzo dell’Unità titolato “Pregate Dio di non finire in mano al Tribunale di Locri, la fabbrica degli scafisti” bollandolo in un comunicato mandato ai giornali calabresi come “chiaro ed evidente attacco all’amministrazione della giustizia verso i magistrati del Tribunale di Locri e, quindi, anche dell’avvocatura penale che ne consentirebbe un uso spregiudicato e al di fuori delle regole”.

Strani penalisti questi che si scapicollano a difendere i pm. Come non s’è visto fare da avvocati nemmeno nel Venezuela di Nicolas Maduro, chissà in Afghanistan. Strani, ma generosi. Perché mancava un tassello alla descrizione dell’aria che tira in quel tribunale da cui fioccano condanne in primo grado a persone additate come trafficanti d’esseri umani poi puntualmente smontate in appello a Reggio Calabria.

Persone assolte con formula piena. Perché il fatto non sussiste. Per non aver commesso il fatto. Tutti giovanissimi, tutti con la vita distrutta, tutti costretti a passare anni in cella perché qualcuno ha fatto le indagini coi piedi o non le ha fatte per niente.

Due casi: quello di Shami Mohammad, ragazzino siriano fuggito dalle bombe su Aleppo. Additato come scafista. In primo grado, il 15 giugno del 2023, Giudice Mauro Bottone, condanna a 4 anni e 6 mesi cancellata il 20 febbraio in Appello a Reggio Calabria per assoluzione con formula piena richiesta dal procuratore.

Dei cronisti giudiziari quella mattina in Aula nemmeno l’ombra. Sarà per questo che la notizia è sfuggita alla stampa locale? Eppure non succede spesso di ascoltare un procuratore d’appello chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

Bastava fare una telefonata per capire che non c’entrava nulla con quell’accusa il ragazzo, ma quella telefonata gli inquirenti non l’hanno fatta. Shami Mohammad era in carcere ingiustamente dal 16 maggio del 2022.

Oppure il caso di Ashoour Mahrous Eldenasaouri condannato in primo grado il 2 marzo del 2023 a 4 anni e 6 mesi (Giudice Mauro Bottone) assolto anche lui per non aver commesso il fatto il 14 marzo del 2024. Era in carcere ingiustamente dal 4 giugno del 2021.

Idem per Ramandan Abou Sbeisbaa El Gendy, Ahmed Mohammed Mahmod Ali, Ashour Mahrous Eldenasaouri Tamer, El Said Hassan Imad Ibrahim, Essaid Hassan Ali Essaid, Jabir Ali Salem Mohammed Jaleh Hid, Rait Ibrahim Said Hassil condannati il 2 marzo 2023 a Locri a 4 anni e 6 mesi (Giudice Mauro Bottone) e assolti il 14 marzo di quest’anno dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello di Reggio presieduta da Davide Lauro per non aver commesso il fatto. Anche loro, tutti scafisti immaginari.

E il caso di Marjan Jamali, una donna di 29 anni, di Teheran, che viaggiava sola con suo figlio di 8 anni, in attesa di giudizio in carcere dalla fine di ottobre, senza mai essere stata interrogata da un magistrato dopo l’interrogatorio di garanzia a ridosso dell’arresto, perché indicata come scafista durante gli interrogatori in banchina, subito dopo lo sbarco, da tre uomini irakeni che durante la traversata avevano tentato di stuprarla.

A quel ritratto del Tribunale di Locri pubblicato sull’Unità il 30 aprile e dei suoi clamorosi errori in primo grado mancava la descrizione dell’avvocatura locale. Ha generosamente rimediato la Camera penale sentitasi in dovere di uscire sui giornali in difesa dei giudici, ma non di persone indifese accusate di un reato infame soltanto sulla scorta di accuse non verificate nel contraddittorio delle parti: “Non sappiamo da chi e come l’articolista abbia appreso le notizie, certo è però che il tono diffamatorio usato verso i singoli magistrati appare come un’ingiustificata e deprecabile esposizione al pubblico ludibrio” scrivono.

Le notizie, confesso, le ho apprese come qualsiasi cronista che non campa di carte passate dalla Procura. Ho preso un treno e sono venuta a Locri a vedere quel che accade in Tribunale. Ho assistito a un’udienza in Corte d’assise per un processo a presunti scafisti. E ho fatto due chiacchiere con il procuratore capo Giuseppe Casciaro.

Ne succedono di cose strane lì dentro. Fuori dalla porta dell’Aula della Corte d’Assise una signora piena di faldoni, dipendente del Tribunale, mi ha fermata: “Lei chi è? Cosa ci fa qui? Una giornalista? Carta stampata? Ma ce l’ha il permesso per assistere all’udienza? Non si può assistere senza permesso”. Come se non fosse pubblica un’udienza di processo in un tribunale italiano.

All’uscita dall’Aula un agente della polizia giudiziaria mi ha rincorsa chiedendomi i documenti, ha voluto sapere il nome del giornale perché, diceva, “gli imputati nel box si sono lamentati”. Lamentela che non risulta a nessuno dei difensori, i quali poche ore dopo sono andati a trovare gli imputati tornati in cella.

***

Non sono finite le pene ingiuste di Marjan Jamali, i cui diritti violati agli avvocati della Camera penale di Locri paiono premere molto meno della suscettibilità della procura di cui dovrebbero essere controparte.

Non solo la detenuta in attesa di giudizio non è mai stata sentita dalla pm Luisa D’Elia della Procura di Locri (e ne avrebbe di dettagli da riferire, saprebbe indicare i capitani, i testimoni). Non solo i suoi accusatori sono stati presi per oracolo dagli inquirenti nonostante si siano dileguati e resi irreperibili appena firmata la dichiarazione d’accusa.

Non solo è stata trasferita di punto in bianco, appena depositata la denuncia per violenza, al reparto psichiatrico dell’ex manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto senza che fosse avvisato il suo difensore, senza che fosse possibile farle incontrare suo figlio.

Non solo alla prima udienza del processo, svolto con rito ordinario perché la Pm D’Elia ha richiesto di procedere con giudizio immediato senza accogliere la richiesta di interrogatorio presentata nei termini di legge, quando il difensore ha sollevato la nullità degli atti tutti presentati all’accusata in una lingua che lei non conosce – eppure è abbastanza noto che a Teheran si parla l’iraniano – Marjan è stata sepolta in cella a Reggio Calabria ad attendere la prossima udienza fissata per il 17 giugno ed è stata rigettata con mezza paginetta la richiesta di sostituzione della misura cautelare per farla stare, per esempio, nella stessa comunità dove sta suo figlio.

“Non è emerso alcuno novum” ha scritto il collegio del tribunale di Locri composto da Mario Boccuto, Raffaele Lico e presieduto da Rosario Sobbrio. Invece c’è la ricevuta di pagamento all’agenzia di Teheran del biglietto ai trafficanti, pagato dal padre della ragazza. 14mila dollari. Anche in questo caso, bastava fare una telefonata.

Ci sono i testimoni, che vanno cercati. Certo, bisogna lavorare. C’è la logica: ma è credibile che sia una ragazza con un bambino iraniana a gestire una barca di maschi iracheni? Non sembra per la verità che nessuno abbia indagato un bel nulla, è stato soltanto preso per buono il verbale con le dichiarazioni dei migranti accusatori lasciati sparire nel nulla senza occuparsi di assicurarseli disponibili per un incidente probatorio come comanda la legge.

Non bastasse tutto ciò per capire che c’è qualcosa che non si spiega nell’accanimento mostrato contro questa donna, neanche il sacrosanto diritto alla riservatezza del colloquio tra lei e il suo difensore viene rispettato.

L’8 maggio, alle 9,40, una agente della penitenziaria è piombata nella sala in cui Marjan Jamali stava parlando con il suo legale, Giancarlo Liberati, e le ha strappato di mano le foto di suo figlio che l’avvocato le stava mostrando.

Arrivata di corsa una superiore ha subito preso le difese della agente. Dell’abuso gravissimo sono stati informati il Garante nazionale dei detenuti e il Garante regionale già allertati delle ripetute illegalità commesse nei confronti di questa donna.

Ora, vorremmo sapere quale norma vieta a un difensore di mostrare a una detenuta la foto di suo figlio, peraltro autorizzato a visitarla in carcere e a fare videochiamate con la mamma. Chi ha autorizzato l’agente, che non ha voluto dire il suo nome, a violare il diritto alla segretezza del colloquio tra Marjan e il suo avvocato? Nella sala c’erano solo loro due.

Tanto è riservato il colloquio della persona detenuta con il suo difensore che i magistrati possono legalmente registrarlo soltanto se c’è la prova di un reato: come si è accorta la agente che la ragazza stava guardando la foto? Stava forse origliando, li stava spiando? Lo abbiamo chiesto alla direzione della sezione femminile del carcere di Reggio Calabria, di cui è responsabile la dottoressa Velletri. Che non ha risposto.

14 Maggio 2024

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