Il caso a Locri

Il dramma di Marjan: accusata di essere scafista dai tre che volevano violentarla e sbattuta in carcere da 5 mesi

Accusata di essere una trafficante dai tre che hanno tentato di violentarla. Appena sbarcati, hanno firmato la denuncia contro di lei e sono spariti. Irreperibili. La Procura crede a loro, non a lei. Testimoni? Mai sentiti. Lei? Nemmeno. Abbiamo dato un’occhiata alle carte e a quelle strane veline sui giornali.

Cronaca - di Angela Nocioni - 24 Febbraio 2024

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Il dramma di Marjan: accusata di essere scafista dai tre che volevano violentarla e sbattuta in carcere da 5 mesi

Guardate bene la ragazza nella foto. Si chiama Marjan Jamali, ha 29 anni, è di Teheran. Chiedetevi quanto è compatibile quel viso di donna con il modello (ufficiale) di femmina secondo il regime degli ayatollah di Teheran.

Ecco, suo padre dev’essersi dato grosso modo la vostra stessa risposta e ha fatto di tutto per mettere insieme i 14 mila dollari necessari a far scappare dall’Iran lei – fragile, sola, determinata a vivere all’occidentale – e suo figlio, di 8 anni. Il bambino, bellissimo, si chiama Faraz Nemati.

Marjan e Faraz arrivano in Turchia, vanno fino alla costa. Nella notte tra il 22 e il 23 di ottobre dell’anno scorso salgono a bordo di una barca a vela. Destinazione Europa. La barca è di quindici metri. Dentro ci sono un centinaio di persone.

Sottocoperta, stretta con lei e Faraz c’è tanta gente, ci sono anche alcune famiglie iraniane, parlano persiano come lei. Si scambiano numeri di telefono. Il cibo scarseggia, quasi subito finisce l’acqua. Tensioni. Liti per accaparrarsi un posto dove circoli un po’ d’aria.

Un giorno, durante la traversata, mentre lei è stesa assopita, con il bambino accanto che non sta dormendo, si sveglia di soprassalto sentendosi mani che le si infilano sotto i vestiti, le palpano il seno, il sedere, provano a scoprirla. Lei strilla. Chiede aiuto alle persone stipate insieme a lei lì sotto. Solo un ragazzo la difende. Iraniano, come lei. Si chiama Amir Babai. La pagherà carissima.

Dice ai quattro di smettere, di lasciarla in pace. Parte un litigio. Faraz guarda immobile, terrorizzato. I quattro sono furibondi. Si chiamano Rahen Khalid Rasul, Rahman Izadi, Mohammed Lateef Hasan e Ali Bishwan Darwish. Tutti e quattro iracheni. L’ultimo, Ali Bishwan Darwish, dice Marjan, era uno dei capitani. Il più violento, dice lei, era Rahen Khalid Rasul.

Bishwan Darwish la minaccia: te la faccio pagare. Ci sono persone che possono confermare? La barca era stracolma. Sì, dice Marjan. Sono tutti iraniani quelli che dopo l’hanno un po’ aiutata. Alì Hussein, Irfan Barzigar, Mortaza Abbasi ed Aronzo Abbasi.

Qualcuno alla Procura di Locri l’ha cercati? Perché poi, quando la barca è intercettata e i migranti nel porto di Roccella identificati, alla solita domanda che gli agenti di polizia fanno agli sbarcati “chi sono gli scafisti?” i tre a rispondere sono proprio, Rahman Izadi, Mohammed Lateef Hasan e Ali Bishwan Darwish, ossia tre degli aggressori della ragazza. E chi indicano? Lei e Amir Babai, l’iraniano che l’ha difesa.

Ora, qualcuno si è chiesto se siano attendibili le accuse di iracheni, maschi, sunniti contro due iraniani sciiti? E soprattutto, dato per assodato che sono state prese per buone quelle accuse (uniche prove per sbattere in galera due persone su cui non grava nessun altro indizio) qualcuno si è assicurato di avere gli accusatori a disposizione per un incidente probatorio comandato dalla legge?

No. E gli accusatori, ovviamente, arrivederci e grazie e sono spariti. Questo succede tutti i santi giorni. Chi arriva da clandestino e viene identificato ha subito notificato il reato commesso (ex articolo 10 bis Testo unico sull’immigrazione). Non si ferma lì cortesemente ad aspettare di passare altri guai. Si allontana prima possibile.

Qualcuno si è preoccupato di ascoltare la ragazza indicata come scafista? Eppure è strano che in una barca gremita di 100 persone comandi una ragazza. Lei viene identificata. Nel verbale di identificazione c’è scritto che lei parla e capisce l’arabo. Non è vero.

L’interprete che le traduce quelle domande e quelle risposte fondamentali per la sua vita è un iracheno, maschio, sunnita che forse non capisce troppo bene il persiano che lei parla ma al verbale di tutto ciò niente risulta. Tanto poco capisce l’interprete che non capisce nemmeno come si chiama la ragazza.

Maryam Qaderi, sta scritto nel rapporto, nata il primo gennaio del 1995. Sbagliato anche il nome del bambino. Bastava guardare nell’Iphone che la ragazza aveva con sé per trovare le foto dei passaporti con i nomi corretti e le date di nascita.

Gli accusatori vengono lasciati liberi di sparire, insieme a loro e a tutti gli altri spariscono pure i due scafisti iracheni. Insieme a Marjan e l’iraniano Amir che l’ha difesa vengono fermati due egiziani uno dei quali confermerà di essere uno scafista e forse, se glielo avessero chiesto avrebbe potuto dire che quei due iraniani, la ragazza e il ragazzo che l’ha difesa, erano dei passeggeri.

D’altra parte basta fare una minuscola inchiesta, cioè due telefonate, una al padre della ragazza e una all’agenzia dove sono stati pagati i soldi per il viaggio – il cui nome è scritto bello grosso sulla ricevuta di pagamento – per verificare che qualcuno ha pagato 14mila dollari il viaggio di Marjan e di suo figlio: 9mila per lei e 5mila per il bambino. Niente di tutto ciò è stato fatto dagli inquirenti.

Non sembra per la verità che nessuno abbia indagato un bel nulla, è stato soltanto preso per buono il verbale con le dichiarazioni dei migranti accusatori (lasciati sparire nel nulla senza occuparsi dii assicurarseli disponibili per un incidente probatorio come comanda la legge) con le traduzioni all’accusata fatte da un interprete che non parlava la lingua della accusata di un reato infame, il 27 Marjam è stata fermata, il 30 convalidato il fermo dal Gip di Locri.

Il bambino affidato dal Tribunale dei Minori a una famiglia afghana in una comunità in Calabria. La madre portata a Reggio Calabria, in carcere. Dove non è mai stato portato suo figlio fino a pochi giorni fa.

Un bambino di otto anni, strappato alla madre dopo una odissea dall’Iran al porto di Roccella, non ha visto sua madre fino a febbraio. A lei sono stati notificati tutti i documenti in arabo, nonostante Teheran sia in Iran e in Iran si parli iraniano.

Viene fatta istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare, perché almeno possa essere mandata ai domiciliari con tutte le misure di sicurezza ritenute necessarie nella comunità. La presenta per lei l’avvocato Giancarlo Liberati. Istanza respinta dopo nemmeno 24 ore in mezza paginetta dal gip di Locri.

Vengono anche trasmessi gli atti in procura segnalando le false generalità che avrebbe fornito Marjan sulla sua identità: come se fosse colpa di lei l’errore nel nome e non di chi le ha preso i dati senza nemmeno guardare il telefono dove le foto dei passaporti coi nomi c’erano. La ragazza da ottobre ad oggi non è mai stata sentita, avrebbe molte cose da dire utili agli investigatori.

Saprebbe indicare i capitani, i testimoni. Il suo difensore dice: “Ho chiesto l’interrogatorio alla pm Luisa D’Elia, siccome non mi rispondeva sono andato fisicamente lì il 28 gennaio, a chiederglielo di persona. Lei ha detto di no, che non l’avrebbe interrogata perché, mi ha detto, aveva già chiesto il giudizio immediato. Ma non era vero che il 27 aveva già depositato la richiesta di giudizio immediato. Anche se sull’atto c’è scritta la data del 26, la sua richiesta l’ha depositata registrata il 29”.

Ora, a parte che il giudizio immediato si chiede quando le prove a carico dell’imputato sono schiaccianti, va notato che la pm ha chiesto il giudizio immediato senza aver nemmeno sentita l’accusata e dopo che il difensore nei termini di legge ha chiesto l’interrogatorio.

L’udienza è fissata per l’11 marzo davanti alla sezione penale collegiale del Tribunale di Locri. L’accusata in carcere ha già due volte tentato di ingurgitare overdosi di psicofarmaci. Vuole vedere suo figlio, è preoccupatissima per il bambino. Il bambino, dicono sempre rigorosamente anonimi dalla comunità dove sta, chiede sempre della mamma.

Qualcuno in Procura, in questi quattro mesi, si è domandato come mai i tre accusatori che hanno indicato la “donna scafista” e poi sono stati lasciati liberi di rendersi irreperibili, nella loro dichiarazioni non hanno menzionato l’esistenza del bambino? non si erano accorti che insieme a lei c’era un bambino di 8 anni?

Ora leggete bene cos’è uscito l’11 gennaio su Avvenire: “È stata lei, assieme a due complici, a gestire il viaggio che lo scorso 27 ottobre ha portato 105 migranti su una barca a vela fino al porto di Roccella Jonica (…). Per lei non era la prima volta. Gli investigatori della Polizia hanno, infatti, accertato che la giovane donna aveva fatto già altri due viaggi, cambiando nome e età. Non con ruoli secondari. Non guidava le barche ma si occupava soprattutto della parte economica, intascando i soldi pagati dai migranti per il viaggio dalla Turchia e dando loro ordini a bordo. Ma questa terza volta si era portata il figlio di dieci anni, non è chiaro se voleva chiudere con questa attività illegale o se, molto più probabilmente, lo aveva portato per meglio confondersi tra gli altri migranti, una mamma in fuga da guerre e violenze come altre sulla barca. Un modo per mimetizzare i suoi affari tra i dolori e le sofferenze. Ma il trucco non le è riuscito, grazie alle indagini degli investigatori del Commissariato della Polizia di Siderno. Alcuni migranti hanno raccontato del suo ruolo di comando, con autorità e risolutezza. Ma anche di come durante i cinque giorni del viaggio tra il porto turco di Izmir e le coste calabresi, avesse più volte assunto cocaina”.

Pezzo simile su Il Giornale: “I poliziotti del commissariato di Siderno sono risaliti a lei grazie alle testimonianze dei migranti. La stessa donna infatti era stata individuata nel ruolo di scafista altre due volte, nelle quali aveva presentato documenti e identità differenti. (…) Durante i cinque giorni di viaggio dalla Turchia alla Calabria, la donna più volte avrebbe fatto uso di cocaina. Accertamenti in tal senso sono ancora in corso”.

Al giornalista che firma il pezzo di Avvenire ieri ho chiesto chi gli avesse dato queste informazioni preziose: i due viaggi precedenti, il ruolo a bordo e la cocaina. Mi ha risposto che la notizia veniva da persone della comunità dove è il bambino e che a loro le aveva presumibilmente date il mediatore, il traduttore, l’iracheno che parla arabo e traduceva dal persiano. Presumibilmente.

24 Febbraio 2024

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