La strage silenziata

La strage che non fa scandalo: i suicidi in cella sono il vero svuota carceri

La questione carceraria sembra essere estranea alla coscienza morale e civile di questo Paese. Nessuna indignazione per i 24 reclusi che si sono uccisi dall’inizio dell’anno.

Editoriali - di Francesco Petrelli - 14 Marzo 2024

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La strage che non fa scandalo: i suicidi in cella sono il vero svuota carceri

Il tema del carcere sembra essere estraneo alla coscienza morale e civile di questo Paese. I ventiquattro suicidi dall’inizio dell’anno non sembrano essere motivo di indignazione, di interesse o quantomeno oggetto di pura cronaca.

Gli ultimi tre tragici suicidi consumatisi in soli due giorni in tre diverse carceri, all’esito di una drammatica scia di analoghi eventi, non hanno suscitato alcun allarme e alcuna angoscia.

Che si tratti di un noto trapper trovato impiccato nel carcere di Pavia o di un giovane senza fissa dimora suicida a Secondigliano, o di un ragazzo che ha posto fine alla sua vita nella Casa circondariale di Teramo, nel giorno del suo ventunesimo compleanno, poco importa.

Dal nord al centro al sud la crisi attraversa in maniera ubiquitaria tutte le realtà regionali sulle quali gravita l’universo della detenzione, con eguale inesorabile atroce persistenza.

E, ciò nonostante, il carcere sembra collocato in uno spazio distante dalla nostra “infosfera”, in una dimensione dove non giunge il respiro della maggior parte dei cronisti e dell’opinione pubblica. Si tratta di una frattura grave e di una distanza destinata a produrre guasti ancor peggiori.

Non solo perché il mondo penitenziario, abbandonato a sé stesso, rischia di essere trascinato all’interno di una cieca deriva fatta di disperazione e di repressione.

Ma anche perché – come ci ha ricordato nel suo ultimo bellissimo articolo Riccardo Polidoro – senza umanità della pena non vi può essere sicurezza per i cittadini.

Il sovraffollamento, causato da un eccesso di ingressi e dallo scarso ricorso a misure alternative all’esecuzione intramuraria, fa da catalizzatore a tutte le carenze sanitarie, psichiatriche e trattamentali del sistema, privando i detenuti di quel minimo di speranza e di prospettiva di una vita futura da coltivare dentro e fuori quelle mura.

Per il venti marzo l’Unione delle Camere penali ha indetto un giorno di astensione per denunciare lo scandalo di una condizione carceraria lontana da ogni minimo standard di decenza e di umanità e per richiamare la politica alle proprie responsabilità.

I penalisti italiani intendono così promuovere e sostenere l’iniziativa promossa dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti e dalla Presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini per l’introduzione della liberazione anticipata speciale, attualmente all’esame del Parlamento, chiamando a partecipare alla manifestazione, che si terrà a Piazza Santi Apostoli, tutti i rappresentanti della politica, dei partiti e delle associazioni sensibili alla tragica emergenza carceraria, che intendono sostenere l’adozione di interventi emergenziali necessari a far fronte al dramma dei suicidi e del sovraffollamento.

Una iniziativa alla quale anche il Partito Democratico ha mostrato grande attenzione e sensibilità. Si tratta di un fronte imprevedibilmente ampio che si muove dal rilancio dell’idea dell’indulto e dell’amnistia, alla proposizione di ogni altra forma di contenimento definitivo del numero degli ingressi in carcere, come il “numero chiuso”.

Prospettive dettate dall’emergenza, ma che attingono ad una idea alternativa rispetto a quella prospettata dalle politiche governative, impostate sull’idea della persistente centralità del carcere e dunque sulla necessità di dare impulso all’edilizia penitenziaria, ponendosi sulla strada non della risoluzione e del superamento del problema carcerario ma della sua radicalizzazione e moltiplicazione.

Si tratta di una prima iniziativa dei penalisti che nasce proprio dalla consapevolezza della necessità di superare questo passaggio emergenziale e di impostare nella politica del Paese una nuova stagione di riforme dell’esecuzione penale, che si ponga un obbiettivo più ampio della sola decompressione della condizione di sovraffollamento.

È necessario e urgente, infatti, tornare a riflettere sui destini congiunti della giustizia penale e del problema della pena. Occorre sventare quella divaricazione fra pena e processo, fondata sulla formula del “garantisti nel processo e giustizialisti nell’esecuzione della pena”, svelandone l’assurdità.

Riaffermando la garanzia della dignità dell’uomo in tutte le dimensioni che caratterizzano l’esperienza del processo penale, che gravita nella sua interezza intorno al problema e al mistero e al dramma della pena. E che dal dramma terribile della pena non può essere in alcun modo separato.

*Presidente Unione Camere Penali Italiane

14 Marzo 2024

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