Il caso ad Agrigento

Detenuto in alta sicurezza si toglie la vita, era così sorvegliato che è riuscito ad ammazzarsi…

Ad Agrigento un detenuto in regime di “Alta sicurezza” sì è ucciso pochi giorni fa. L’opinione pubblica non si indigna, si invocano più reati, più galera. Ma l’approccio securitario non garantisce nessuno, né in carcere né fuori.

Giustizia - di Luigi Miceli - 18 Gennaio 2024

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Detenuto in alta sicurezza si toglie la vita, era così sorvegliato che è riuscito ad ammazzarsi…

Sul fronte carcere il nuovo anno è iniziato come si era concluso il precedente: il 13 gennaio, nel penitenziario di Agrigento, si è suicidato un detenuto recluso in regime di “alta sicurezza”.

All’ovest niente di nuovo, si potrebbe dire, continuando a risultare vani i richiami ai diritti umani, alla presunzione di non colpevolezza, al rispetto della dignità del condannato e alla funzione rieducativa della pena, ad ogni piè sospinto invocati dalle Camere Penali, tanto che al tema del carcere viene dedicato il titolo dell’imminente inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani.

Questo caso risulta, però, ancor più beffardo proprio in “ragione” del regime detentivo applicato al povero detenuto suicida: “ALTA SICUREZZA”!

Come è possibile che un detenuto, sorvegliato speciale anche in carcere, possa “liberamente” togliersi la vita all’interno della propria cella? Questo è ovviamente inaccettabile, ma non indigna a sufficienza l’opinione pubblica dominante, che continua a considerare il carcere come una discarica sociale, istigando il legislatore di turno a prevedere sempre nuove figure di reato, ad aumentare le pene e a restringere l’accesso alle misure alternative, nella falsa convinzione di migliorare le condizioni di “sicurezza” di tutti…

“Sicurezza”? Ma quando mai. Spinte “securitarie”, pacchetti “sicurezza”, reati ostativi, regimi detentivi speciali di “alta sicurezza” e … suicidi proprio nel reparto di “alta sicurezza”.

È ovvio, almeno per chi ragiona con la testa e non con la pancia, che questo sistema non funziona, proprio perché non rassicura nessuno, né i cittadini e neppure i detenuti, istituzionalmente presi incarico dallo Stato che, purtroppo, non riesce a garantire la sicurezza all’interno delle proprie strutture.

Questo è il dato più allarmante per chi ha il senso dello Stato e crede nella Giustizia, sia dal punto di vista del rispetto delle garanzie individuali e sia come un diritto di comunità.

Non ci resta che auspicare, ancora una volta, che questa tragedia infinita (sono già quattro i suicidi avvenuti nei primi quindici giorni dell’anno) possa servire almeno a stimolare una riflessione seria e concreta su carcere e sicurezza, tenendo finalmente in considerazione il dato statistico indicativo del rapporto inversamente proporzionale tra carcere e recidiva, nel senso che la percentuale di recidiva scende notevolmente quando i detenuti finiscono di scontare la pena con una misura alternativa.

Un uomo, insomma, non deve essere mai privato della speranza, lo cantava Lucio Dalla, addirittura nel 1971, con la sua “La casa in riva al mare”, ma “almeno” quel detenuto, sognando l’amore, se ne andava per cause naturali.

*Componente Giunta Ucpi

18 Gennaio 2024

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