Le accuse di antisemitismo

Masha Gessen: chi è l’intellettuale del caso del premio Hanna Arendt, “Gaza è un ghetto occupato dai nazisti”

Gessen sul New Yorker aveva pubblicato un commento dal titolo “All’ombra dell’Olocausto”. Criticava l’atteggiamento della Germania verso il movimento di boicottaggio di Israele e descriveva Gaza come un ghetto ebraico. Premio ritirato e poi soltanto posticipato

Esteri - di Redazione Web - 14 Dicembre 2023

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COLLAGE DI FOTO DA LAPRESSE
COLLAGE DI FOTO DA LAPRESSE

Premio ritirato, anzi no. Come quasi sempre quando si raggiunge un compromesso a metà strada, sono tutti scontenti nel caso di Masha Gessen e dell’assegnazione del premio Hannah Arendt che avverrà con una cerimonia ridotta. E esploso tutto per i suoi commenti sulla guerra in corso in Medio Oriente: per via dei passaggi sul movimento di boicottaggio di Israele e sull’assedio da parte delle forze israeliane nella Striscia di Gaza descritta come un ghetto. Editoriali apparsi sul New Yorker, per il quale Gessen scrive, nel suo stile come sempre molto netto e diretto.

“All’ombra dell’Olocausto”, il titolo del pezzo apparso sul New Yorker. Girava intorno al tema dell’Olocausto: al ripudio e alla condanna, alla memoria e all’elaborazione del passato nazista della Germania. “Berlino non smette mai di ricordarti che cosa sia successo lì. Diversi musei sono dedicati al totalitarismo e all’Olocausto; il Memoriale agli Ebrei assassinati d’Europa occupa un intero isolato nel cuore della città. Altri monumenti ti sorprendono all’improvviso”.

Gessen ha scritto del dogma che la memoria ha finito per essere in Germania, con tanti intellettuali che starebbero evitando di esprimere la loro posizione sulla guerra in Medio Oriente per non essere tacciati di antisemitismo. Che resta una piaga reale: in Germania ma non solo, in Europa e in Occidente in generale, dopo gli attacchi di Hamas dello scorso 7 ottobre che hanno provocato la reazione israeliana, si sono moltiplicati i casi di episodi di discriminazione e razzismo. Sono stati diversi intanto i premi e le manifestazioni culturali in cui i riconoscimenti sono stati ritirati per accuse di antisemitismo.

I passaggi che hanno indignato in Germania: la critica alla risoluzione del Bundestag tedesco che qualifica il movimento di boicottaggio d’Israele (BDS) come movimento antisemita e la definizione della Striscia di Gaza come ghetto. La fondazione Heinrich Böll, che assegna il premio Hannah Arendt dal 1994 con la città-stato di Brema, aveva ritirato il proprio appoggio a Gessen dopo che la Deutsche-Israelische Gesellschaft (Dig) aveva scritto una lettera aperta alla Zeit in cui giudicava il premio non opportuno perché “contraddirebbe la necessaria decisa azione contro l’antisemitismo”. Alla fine si è arrivati a un compromesso: l’assegnazione è stata confermata ma rinviata a sabato prossimo e non al municipio.

 

Il protagonista della vicenda ha replicato al caso con un tweet: “Forse starete pensando che, con tutta l’attenzione sulla debacle del premio Arendt, devo essere sommerso di chiamate/messaggi dai media. Vi sbagliate. Nessun giornalista tedesco mi ha cercato per un commento. Soltanto un giornalista americano l’ha fatto. Tutte le notizie sono state riportate senza alcun contributo da parte mia. Si accumulano inesattezze”.

“Gaza è un ghetto”

“Negli ultimi 17 anni, Gaza è stata un compound iper-densamente popolato, impoverito, chiuso da mura. Soltanto una piccola frazione della popolazione l’ha potuta lasciare, e sempre per brevi periodi di tempo. In altre parole, è un ghetto. Ma non come il ghetto ebraico di Venezia, o il ghetto di una città americana: bensì un ghetto ebraico in un qualche Paese dell’Europa orientale, occupato dalla Germania nazista”.

“Nei due mesi da quando Hamas ha attaccato Israele, tutti i cittadini di Gaza hanno sofferto per l’incessante fuoco delle forze israeliane. In migliaia sono morti. In media, un bambino viene ucciso ogni dieci minuti. Le bombe israeliane hanno colpito ospedali, reparti di maternità, ambulanze. Otto cittadini di Gaza su dieci si ritrovano senza casa, costretti a muoversi da un posto all’altro, senza mai trovare sicurezza”.

Chi è Masha Gessen

Attivista LGBT, non binario, si qualifica con il pronome “they”, intellettuale punto di riferimento per le sue critiche a Vladimir Putin. Gessen è nata a Mosca nel 1967, di origini ebraiche, il nonno è stato ucciso dai nazisti. Ha lavorato per trent’anni nella capitale russa come giornalista scientifica, dal 2013 si è trasferita a New York dove fa parte della redazione del New Yorker. È una giornalista pluripremiata, ha scritto nove libri tra cui una biografia non autorizzata del Presidente russo, Putin. L’uomo senza volto (Bompiani, 2012) e Il futuro è storia (Sellerio, 2019). Carbonio Editore ha pubblicato Perfect Rigor, la ricostruzione della vicenda umana del matematico russo Grigorij Perel’man. La Russia ha spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto.

14 Dicembre 2023

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