La norma perfetta per il macero della Consulta

Legge elettorale, così Meloni prepara un miscuglio incostituzionale: l’unico principio è far vincere Giorgia

Il testo approdato alla Camera è un formidabile miscuglio di ingredienti incostituzionali: dal voto dei trentini e dei valdostani, che non concorrono ad assegnare il premio di maggioranza, alle liste bloccate, che sospendono la democrazia e la immolano a partiti padronali

Politica - di Salvatore Curreri

29 Maggio 2026 alle 10:13

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Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

Archiviato per difetti congeniti il c.d. premieratomadre di tutte le riforme”, cui solo la ministra Casellati – come l’ultimo giapponese nella giungla – continua a credere benché da due anni fermo in un binario morto alla Camera, era inevitabile che la battaglia politica si spostasse sulla legge elettorale.

Del resto, in assenza di riforme costituzionali del nostro sistema parlamentare, dal 1993 è sempre stata questa la “via italiana” per cercare di assicurare la c.d. governabilità del Paese. Il che in parte spiega perché, al contrario di altri Stati europei, con quella di cui oggi si discute saremmo alla quinta legge elettorale, dopo quelle del 1993 (Mattarella), 2005 (Calderoli), 2015 (Renzi), 2017 (Rosato). Lo spiega ma non lo giustifica perché, quando la maggioranza vuole cambiare la legge elettorale nell’ultimo anno di legislatura, il rischio di riforme tarate sul proprio interesse è alto. Che poi ciò effettivamente si realizzi è altro discorso, come dimostra la vittoria di Berlusconi nel 2006 se non avesse cambiato legge elettorale. Per questo il Consiglio d’Europa ha vivamente sconsigliato di cambiare legge elettorale in tal periodo. Se anziché perdere tempo con il premierato, ci si fosse concentrati sulla riforma elettorale sin dall’inizio della legislatura non saremmo a questo punto.

Le novità introdotte l’altro ieri dalla maggioranza rispetto al testo base non fugano queste perplessità. Certamente è positivo l’aumento dal 40 al 42% della soglia per far scattare il premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) al duplice fine sia di consentire effettivamente alla medesima lista o coalizione di liste vincente in entrambe le camere di ottenervi la maggioranza, sia di ridurre lo scarto tra voti ottenuti e seggi assegnati, dipendente anche dalle liste sotto lo sbarramento del 3% (c.d. voto disperso). Ciò spiega anche la rinuncia al ballottaggio perché al di sotto del 42% (la proposta iniziale lo prevedeva se le prime due liste o coalizioni avessero ottenuto tra il 35 e il 39 per cento dei voti) il premio potrebbe comunque rivelarsi insufficiente a garantire la maggioranza dei seggi e, dunque, irragionevole perché inidoneo a raggiungere lo scopo per cui è previsto (D’Alimonte). Parimenti positiva è la riduzione del limite massimo di seggi ottenibile da 230 a 220 alla Camera (pari al 55% del totale) e da 114 a 113 al Senato (pari al 57%, superiore in considerazione dei senatori a vita che il premierato voleva abrogare).

Non si tratta, però, di un limite massimo perché da esso rimangono esclusi – e quindi andrebbero aggiunti – sia i seggi della circoscrizione Estero (8 deputati e 4 senatori), sia quelli assegnati in collegi uninominali in Trentino Alto Adige (7 deputati e 6 senatori) e Valle d’Aosta (un deputato e un senatore). La maggioranza di governo, quindi, potrebbe raggiungere, o comunque avvicinarsi molto, ai quorum dei due terzi (degli aventi diritto e/o dei votanti) previsti per eleggere i membri dei due organi di garanzia (Csm e Corte costituzionale); per non dire della maggioranza assoluta richiesta per eleggere dal quarto scrutinio il presidente della Repubblica, che pare essere il vero convitato di pietra dell’attuale riforma, visto che nella prossima legislatura sarà eletto il successore di Mattarella.

Ma i veri punti critici che il nuovo testo presentato dalla maggioranza sono due.
Il primo riguarda l’esclusione degli italiani all’estero e degli elettori del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta dal calcolo nazionale ai fini della aggiudicazione del premio di maggioranza, come se fossero italiani di serie B. Si tratta di una palese violazione del principio costituzionale dell’eguaglianza di voto (art. 48 Cost.) stavolta proprio “in partenza” e, dunque, assolutamente ingiustificabile. Del resto, come segnalato (Ceccanti), le precedenti leggi elettorali a premio hanno sempre incluso tali elettori (così sia la c.d. legge truffa di De Gasperi sia l’Italicum di Renzi, mentre la legge Calderoli escludeva dal calcolo solo gli elettori della Valle d’Aosta). Si tratta di una quota di elettori, peraltro, che potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del risultato nazionale, come ad esempio fu nel 2006 per la vittoria di Prodi su Berlusconi. Non si comprende proprio, pertanto, come si possa evitare sul punto un immediato giudizio d’incostituzionalità da parte della Corte che – è opportuno ricordare – può essere chiamata a pronunciarsi sulla riforma in via preventiva.

Ma ciò che appare veramente insopportabile è l’abolizione dei collegi uninominali a favore della aggiudicazione di tutti i seggi tramite liste bloccate; liste bloccate che anzi raddoppiano, dato che alle liste bloccate a livello circoscrizionale (6 candidati alla Camera, 4-5 al Senato) si aggiungono i “listoni” bloccati nazionali da cui si attingeranno i 105 parlamentari (70 deputati e 35 senatori) che verranno eletti grazie al premio, peraltro anche a scapito degli eletti circoscrizionali. Lo scrivo senza troppi giri di parole: la scelta da parte degli elettori dei parlamentari è diventata un’emergenza democratica! Non è solo una questione che riguarda il rapporto tra elettori ed eletti, ma che investe il ruolo del parlamentare all’interno del suo partito e gruppo politico e, di conseguenza, la stessa dignità del Parlamento.

È superfluo qui dimostrare – ed il caso Minetti ce l’ha di recente ricordato – che “questi” partiti (personali, se non padronali, e dunque non democratici all’interno) non si sono rilevati all’altezza del senso di responsabilità istituzionale che le liste bloccate presuppongono al momento della selezione delle candidature (e dunque degli eletti). Il recupero della qualità della classe politica degli eletti presuppone un sistema che permetta agli elettori di valutare le qualità professionali ed etiche dei singoli candidati, chiamati a adempiere le funzioni pubbliche affidate con disciplina e onore (art. 54 Cost.). Dal recupero di una legittimazione personale, oltreché politica, del singolo eletto dipende la democrazia tanto all’interno del partito/gruppo politico che all’interno del Parlamento, così da riequilibrare un rapporto tra Governo e maggioranza parlamentare che oggi vede la seconda supinamente asservita al primo.

Indipendentemente dalla soluzione che si vorrà in tal senso adottare – personalmente preferirei collegi uninominali abbinati ad un sistema proporzionale (come il Senato fino al 1993) alle preferenze che aumenterebbero le spese elettorali e la competizione all’interno dei partiti – certo si è che un Parlamento composto al cento per cento con liste bloccate è quanto di più indesiderabile si possa immaginare. E in tempi di crescente astensionismo elettorale, non ce lo possiamo davvero permettere.

29 Maggio 2026

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