La riforma del voto alla Camera il 26 giugno
Legge elettorale: Meloni ordina il blitz e il Parlamento ubbidisce, i ricatti a Roma e Milano
I capigruppo della maggioranza eseguono il diktat della premier: in aula arriverà un testo diverso da quello discusso in commissione tra le proteste dell’opposizione: “Esautorato il Parlamento, calpestata la Consulta”
Politica - di David Romoli
La premier ordina, la maggioranza esegue. Bisogna correre sulla legge elettorale e infatti i capigruppo di maggioranza alla Camera hanno imposto la calendarizzazione a partire dal 26 giugno, con tempi di discussione contingentati. L’aspetto un po’ surreale è che il testo non sarà quello discusso sinora in commissione. Non ci sarà dunque tempo per esaminare il nuovo testo, simile ma non identico a quello già presentato. L’opposizione protesta, chiede di riaprire le audizioni sul nuovo testo ma il rifiuto è già certo. La premier ha fretta e bisogna anche mettere nel conto la possibilità di interventi da parte della Corte, che obbligherebbero a varare un ennesimo testo in tempi record, ignorando il monito della Consulta sull’inopportunità di varare una legge elettorale nell’anno precedente il voto.
In materia di legge elettorale, in Italia, nulla è mai certo ma a questo punto, date la determinazione della leader e il semaforo verde degli alleati, è quanto meno molto probabile che si voti con il premio di maggioranza, dunque con l’obbligo di superare gli avversari anche di un solo voto per accaparrarsi un’ampia maggioranza di seggi. Con queste regole, quella che si aprirà sarà dunque una partita a quattro. Certo i partiti in Italia sono molti di più ma il Campo largo ne riunirà 5, due dei quali, Verdi e Sinistra italiana sotto l’unico cartello Avs e il centrodestra ne coalizzerà quattro. La soglia di sbarramento al 3% dovrebbe essere accompagnata dalla norma già in vigore che permette al partito della coalizione meglio piazzato al di sotto del 3% di entrare comunque. Se ne avvantaggeranno Renzi a sinistra e Lupi, con la sua Noi Moderati a destra. Però non ci sono solo i giocatori principali e in una sfida all’ultimo voto i comprimari rischiano di rivelarsi decisivi. Sono due: Azione, il partito di Calenda la cui collocazione naturale sarebbe nel centrosinistra, e Futuro nazionale, la formazione di Vannacci che invece è dichiaratamente di destra radicale. La soglia di sbarramento è stata tenuta così bassa proprio per evitare che i voti di Azione, vista l’improbabilità di superare soglie più alte, finissero al Campo in nome del voto utile. Se ne avvantaggia però anche Vannacci, per il quale funziona la stessa logica e che rischia di sottrarre alla destra anche più di quel che Calenda dovrebbe scippare a sinistra.
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A destra nessuno vorrebbe allearsi con il generale, temuto da tutti anche se da ciascuno dei partiti del centrodestra per un motivo diverso. I voti che porterebbe non possono essere aggiunti senza ulteriori calcoli a quelli accreditati dai sondaggi al centrodestra: una parte dell’elettorato moderato abbandonerebbe probabilmente una formazione con al suo interno una forza apertamente neofascista. Ma se i sondaggi indicassero comunque i voti del generale come determinanti ci sarebbero poche vie d’uscita. I forzisti, che dal punto di vista dell’orizzonte politico e non del solo eventuale danno elettorale sono i più ostili a Vannacci puntano, con poche speranze di riuscita ad arruolare invece proprio Calenda, sbilanciando così l’alleanza al centro invece che a destra come avverrebbe arruolando il generale. FdI, sempre più partito della destra moderata, non avrebbe probabilmente nulla in contrario, a differenza della Lega. Conoscendo Calenda però si può profetizzare con ragionevole certezza che il problema non si porrà mentre salvo rassicurazioni solide dall’oracolo dei sondaggi con Vannacci la destra dovrà fare i conti e fare una scelta difficile e comunque molto sofferta.
Però non c’è solo palazzo Chigi. L’anno prossimo si voterà anche a Roma e Milano e lì i due giocatori minori nella partita nazionale sarebbero necessari. Vannacci tiene i cugini del centrodestra sulla corda, promettendo che le sue liste ci saranno e forse anche suoi candidati ma rinviando ogni decisione su eventuali alleanze. Calenda fa a propria volta il prezioso sottolineando che il suo appoggio alla riconferma di Gualtieri, nella capitale, non è affatto scontato. Si vedrà. Capita infine che entrambe le formazioni siano decisive per i ballottaggi in due piazze, Arezzo e Vigevano. Nella prima a fare la differenza saranno i centristi, intorno al 20% e corteggiatissimi dal centrodestra. Nella seconda a decidere lo scontro diretto sarà il candidato già sostenuto da Vannacci, con il suo 14%. Storie locali che avranno un riflesso e saranno interpretate come segnali chiari su scala nazionale.