La conferma dal vertice di maggioranza

Legge elettorale, Salvini e Tajani tirano il freno tra paura e “mani libere”: a volere la riforma è solo Meloni

Lega teme di perdere i collegi del Nord, FI vuole tenersi le mani libere. Ma anche pezzi centristi del Pd frenano: a voler la riforma è soltanto Meloni

Politica - di David Romoli

12 Maggio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Il vertice di maggioranza del centrodestra sulla legge elettorale di ieri sera non basta a chiarire quali sono le reali possibilità di arrivare alle urne, tra un anno o poco più, con una nuova legge elettorale. Alla Camera proseguono le audizioni alle quali i parlamentari di Lega e Fi per lo più non partecipano, segno piuttosto chiaro del loro scarso entusiasmo. Tajani insiste sulla necessità di dialogare con l’opposizione e fosse per lei Meloni sarebbe più che disponibile: la proposta del centrodestra può essere rimaneggiata e modificata quasi a volontà. Su un solo punto Meloni non transige: il premio di maggioranza ci deve essere. Magari un po’ ridimensionato, se del caso modificato anche più radicalmente come chiede, ma a mezza bocca, il partito azzurro. Però il premio che limita, senza peraltro cancellarlo, il rischio di pareggio per la premier è imperativo. Il problema è che proprio quel premio è il nodo intorno al quale si gioca l’intera partita.

Salvini ha stretto un patto con la premier che non intende tradire: sosterrà la sua legge elettorale. Ma il partito del Nord è un’altra cosa. Lì l’idea di sacrificare i collegi maggioritari, dove il Carroccio va più forte, non piace affatto. Lo scoglio però, ancor più della Lega, è Forza Italia. Sarebbero Marina Berlusconi in persona e il redivivo Gianni Letta a premere per mantenere la legge elettorale attualmente in vigore. È vero, espone al rischio di pareggio o di vittoria di misura degli uni o degli altri. Ma questo per molti in Fi e ancora di più in Fininvest, non sarebbe un guaio ma una splendida opportunità per affrancarsi dalle gabbie rigide del centrodestra e dalla imperiosa leadership di Giorgia Meloni. Sono pulsioni in qualche misura condivise da Luca Zaia e il suo incontro di pochi giorni fa con Marina è stato da questo punto di vista proficuo. Il solo problema, per il “partito del pareggio”, è l’impossibilità di dichiarare apertamente le proprie intenzioni, che l’elettorato di destra non capirebbe e punirebbe. S’impone quindi una classica strategia ostruzionistica camuffata che mira a prendere tempo per impedire alla premier di chiudere la partita entro giugno come vorrebbe. L’appello alla necessità di dialogare con l’opposizione va probabilmente in quella direzione perché è difficile immaginare che quel dialogo, se per opposizione si intendono anche i partiti maggiori, non è praticabile.

Schlein è stata certamente tentata, se non proprio dalla convergenza almeno dall’ipotesi di un’opposizione morbida, una sorta di semaforo verde camuffato. Il pareggio, per lei, non sarebbe un’ipotesi rosea: se a dare le carte fosse il capo dello Stato le sue chances di approdare a palazzo Chigi, come quelle di Meloni e Conte di restarci o tornarci, sarebbero sotto zero. Ma il partito tutto è compattamente contrario anche se per motivi diversi e a volte opposti. Prima di tutto secondo i calcoli del Pd con questa legge la vittoria sarebbe probabile grazie alla conquista di quasi tutti i collegi maggioritari nel centrosud. La nuova legge renderebbe tutto molto più difficile. Per i fedelissimi della segretaria questa è la considerazione eminente: meglio una legge che promette vittoria e in caso contrario offre il pareggio di una che invece mette a rischio di sconfitta. Ma un’intera area del partito punta invece, pur senza poterlo ammettere, proprio sul pareggio per affrancarsi da una politica considerata troppo sbilanciata a favore della linea M5S-Cgil-Avs.

Dopo il referendum, poi, nessuno nell’opposizione vuole rinunciare a una denuncia molto strillata della “forzatura antidemocratica” veicolata dalla legge elettorale della destra e quella campagna proibisce ogni tentazione di dialogo. Ieri 120 costituzionalisti hanno diffuso un appello, firmato subito da molti giornalisti e magistrati, in cui si denunciano le “rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa” contenute nel progetto di legge. I costituzionalisti citano tra i punti critici il “premio abnorme”, le liste bloccate, la trasformazione delle elezioni “in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori”. Ma è definito “grave” anche “il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto”. Tra un’opposizione che ha già deciso la crociata e la fronda interna la premier rischia di trovarsi con le spalle al muro e le mani legate. Ma rinunciare alla legge elettorale maggioritaria probabilmente non può. Su quel fronte dunque non si gioca solo l’esito delle prossime elezioni ma forse la tenuta stessa del centrodestra.

12 Maggio 2026

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