La conferma dal vertice di maggioranza
Legge elettorale, Salvini e Tajani tirano il freno tra paura e “mani libere”: a volere la riforma è solo Meloni
Lega teme di perdere i collegi del Nord, FI vuole tenersi le mani libere. Ma anche pezzi centristi del Pd frenano: a voler la riforma è soltanto Meloni
Politica - di David Romoli
Il vertice di maggioranza del centrodestra sulla legge elettorale di ieri sera non basta a chiarire quali sono le reali possibilità di arrivare alle urne, tra un anno o poco più, con una nuova legge elettorale. Alla Camera proseguono le audizioni alle quali i parlamentari di Lega e Fi per lo più non partecipano, segno piuttosto chiaro del loro scarso entusiasmo. Tajani insiste sulla necessità di dialogare con l’opposizione e fosse per lei Meloni sarebbe più che disponibile: la proposta del centrodestra può essere rimaneggiata e modificata quasi a volontà. Su un solo punto Meloni non transige: il premio di maggioranza ci deve essere. Magari un po’ ridimensionato, se del caso modificato anche più radicalmente come chiede, ma a mezza bocca, il partito azzurro. Però il premio che limita, senza peraltro cancellarlo, il rischio di pareggio per la premier è imperativo. Il problema è che proprio quel premio è il nodo intorno al quale si gioca l’intera partita.
Salvini ha stretto un patto con la premier che non intende tradire: sosterrà la sua legge elettorale. Ma il partito del Nord è un’altra cosa. Lì l’idea di sacrificare i collegi maggioritari, dove il Carroccio va più forte, non piace affatto. Lo scoglio però, ancor più della Lega, è Forza Italia. Sarebbero Marina Berlusconi in persona e il redivivo Gianni Letta a premere per mantenere la legge elettorale attualmente in vigore. È vero, espone al rischio di pareggio o di vittoria di misura degli uni o degli altri. Ma questo per molti in Fi e ancora di più in Fininvest, non sarebbe un guaio ma una splendida opportunità per affrancarsi dalle gabbie rigide del centrodestra e dalla imperiosa leadership di Giorgia Meloni. Sono pulsioni in qualche misura condivise da Luca Zaia e il suo incontro di pochi giorni fa con Marina è stato da questo punto di vista proficuo. Il solo problema, per il “partito del pareggio”, è l’impossibilità di dichiarare apertamente le proprie intenzioni, che l’elettorato di destra non capirebbe e punirebbe. S’impone quindi una classica strategia ostruzionistica camuffata che mira a prendere tempo per impedire alla premier di chiudere la partita entro giugno come vorrebbe. L’appello alla necessità di dialogare con l’opposizione va probabilmente in quella direzione perché è difficile immaginare che quel dialogo, se per opposizione si intendono anche i partiti maggiori, non è praticabile.
Schlein è stata certamente tentata, se non proprio dalla convergenza almeno dall’ipotesi di un’opposizione morbida, una sorta di semaforo verde camuffato. Il pareggio, per lei, non sarebbe un’ipotesi rosea: se a dare le carte fosse il capo dello Stato le sue chances di approdare a palazzo Chigi, come quelle di Meloni e Conte di restarci o tornarci, sarebbero sotto zero. Ma il partito tutto è compattamente contrario anche se per motivi diversi e a volte opposti. Prima di tutto secondo i calcoli del Pd con questa legge la vittoria sarebbe probabile grazie alla conquista di quasi tutti i collegi maggioritari nel centrosud. La nuova legge renderebbe tutto molto più difficile. Per i fedelissimi della segretaria questa è la considerazione eminente: meglio una legge che promette vittoria e in caso contrario offre il pareggio di una che invece mette a rischio di sconfitta. Ma un’intera area del partito punta invece, pur senza poterlo ammettere, proprio sul pareggio per affrancarsi da una politica considerata troppo sbilanciata a favore della linea M5S-Cgil-Avs.
Dopo il referendum, poi, nessuno nell’opposizione vuole rinunciare a una denuncia molto strillata della “forzatura antidemocratica” veicolata dalla legge elettorale della destra e quella campagna proibisce ogni tentazione di dialogo. Ieri 120 costituzionalisti hanno diffuso un appello, firmato subito da molti giornalisti e magistrati, in cui si denunciano le “rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa” contenute nel progetto di legge. I costituzionalisti citano tra i punti critici il “premio abnorme”, le liste bloccate, la trasformazione delle elezioni “in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori”. Ma è definito “grave” anche “il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto”. Tra un’opposizione che ha già deciso la crociata e la fronda interna la premier rischia di trovarsi con le spalle al muro e le mani legate. Ma rinunciare alla legge elettorale maggioritaria probabilmente non può. Su quel fronte dunque non si gioca solo l’esito delle prossime elezioni ma forse la tenuta stessa del centrodestra.