La norma
Legge elettorale: perché quella del governo Meloni è una riforma messa a punto dall’arco incostituzionale
Viola le norme della Carta, ignora i principi essenziali della democrazia, difficilmente potrà essere firmata dal Presidente della Repubblica
Politica - di Piero Sansonetti
Una volta le riforme elettorali non si facevano. Il sistema elettorale fu deciso subito dopo la caduta del fascismo, nel 1946, per l’elezione della assemblea Costituente, e poi perfezionato nel 1948 per adattarlo all’elezione di Camera e Senato. Dopodiché (a parte una piccola modifica sulla durata della legislatura del Senato, che all’inizio era di sei anni anziché cinque) nessuno più ha pensato a modificarlo per quasi mezzo secolo. È stato il mezzo secolo nel corso del quale l’Italia è cresciuta molto sul piano economico, ha sviluppato fortemente la democrazia e lo Stato di diritto.
La legge elettorale del 1948 fu decisa dai partiti dell’arco costituzionale. Per arco costituzionale si intendeva l’insieme dei partiti che avevano partecipato alla scrittura della Costituzione. Poi l’arco costituzionale è diventato quello dei partiti eredi dei partiti che avevano scritto la Costituzione. Poi è sparito dal gergo politico. Oggi l’unico partito erede dell’arco costituzionale è il Pd, formato dagli eredi della Dc, del Pci e di una parte del Psi, del Psdi e del Pri. Tutti gli altri partiti sono nati dopo gli anni 80, senza essere la prosecuzione di partiti precedenti. Tranne Fratelli d’Italia, che è l’erede del Msi, ma il Msi non è mai stato considerato parte dell’arco Costituzionale: Casomai, in passato, ci fu qualche dubbio sul fatto che il Msi, in quanto a sua volta erede del partito fascista, fosse compatibile con la Costituzione.
Oggi la nuova legge elettorale, che sarà approvata a fine legislatura, è stata scritta e pensata tutta da partiti fuori dall’arco costituzionale, e soprattutto è stata scritta dal partito erede del Msi. Questo probabilmente spiega anche il perché molti aspetti di questa legge siano in evidente contrasto con la Costituzione. Possiamo dire anche di più: in contrasto con le regole essenziali della democrazia. La nuova legge prevede che per partecipare alle elezioni i partiti debbano esprimere il nome del premier, violando la Costituzione che stabilisce che il premier sia scelto dal presidente della Repubblica. Poi prevede un premio di maggioranza su scala nazionale anche per l’elezione del Senato, mentre la Costituzione prevede che il Senato sia la camera delle autonomie, e dunque, eventualmente, i premi di maggioranza possano essere previsti solo regione per regione. Infine la nuova legge stabilisce che il nome degli eletti non sia deciso dai cittadini, cioè dal voto popolare a suffragio elettorale, ma che venga invece deciso dai partiti, e più precisamente dai segretari dei partiti.
Da cosa dipende questo stravolgimento delle regole? Probabilmente dalla scarsissima confidenza dei partiti di maggioranza con la Costituzione e con i principi essenziali della democrazia politica. E forse anche da un’altra cosa. E cioè dall’idea che la Costituzione non debba essere un tabù. Verissimo. Nessuno immagina che la Costituzione non possa essere riformata. Però esistono delle regole che stabiliscono come si può riformare. Non sembra invece ragionevole che la Costituzione possa essere violata da leggi approvate a maggioranza semplice. E questa osservazione fa pensare (o almeno sperare) che la nuova legge non sarà firmata dal presidente della Repubblica e sarà eventualmente respinta dalla Corte costituzionale.