I dati drammatici

Il fallimento del carcere: il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

Dal 2022 il sistema penitenziario si è andato sempre più chiudendo all’interno e verso l’esterno, oltre il 60% dei reclusi trascorre l’intera giornata in cella. Una pena che produce rabbia e isolamento non restituisce cittadini migliori, ma solo persone più fragili e pericolose

Giustizia - di Pasquale Prencipe

20 Maggio 2026 alle 15:40

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Il fallimento del carcere: il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

Il carcere “tutto chiuso” non produce sicurezza, produce solo oblio e recidiva. Dal 2022 il sistema penitenziario si è andato sempre più chiudendo, sia verso il mondo esterno e sia al proprio interno. Oltre il 60% dei detenuti trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della propria cella. Sono aumentati gli istituti in cui i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e degradate, e cresce il numero di persone sottoposte a isolamento e sorveglianza speciale. L’ingresso della società civile è sempre più ostacolato mentre nelle sezioni di alta sicurezza viene tolta ogni speranza. Da qui il titolo del XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell’Associazione Antigone: “Tutto chiuso”. L’elenco delle criticità delle carceri italiane aumenta e si aggrava.

Il sovraffollamento è ormai endemico e sistemico, e nulla è stato tentato per ridurre la sua costante crescita. Al 30 aprile 2026, i detenuti nelle carceri italiane erano 64.436. A fine aprile la capienza regolamentare era di 51.265. Tuttavia i posti realmente disponibili erano solo 46.318 (in calo di 537 da gennaio 2025, quando è stato lanciato il “piano carceri”). Il tasso di affollamento reale a fine aprile aveva raggiunto il 139,1%. Da fine marzo la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più in un mese, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. Nel frattempo sono ormai 73 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%, come Lucca (240%), Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%) e Milano San Vittore (210%). Gli istituti che non hanno raggiunto il “tutto pieno” sono ormai solo 22 in tutta Italia. La situazione è critica ed ogni giorno più ingestibile.

La gravità della crisi in cui versa il sistema penitenziario è certificata dai Tribunali di Sorveglianza: tra il 2018 e il 2024, i giudici hanno accolto oltre 30.000 ricorsi presentati da detenuti che denunciavano di aver subito trattamenti inumani o degradanti. Il fenomeno è direttamente proporzionale all’incremento del tasso di sovraffollamento, risiedendo la violazione principale nella mancata garanzia dello spazio minimo individuale di 3 mq. Per dare un’idea della proporzione, la storica sentenza Torreggiani della Corte CEDU, che condannò l’Italia nel 2013, scaturì da 4.000 ricorsi. Il costante e preoccupante incremento della popolazione detenuta all’interno degli istituti di pena trova una delle cause nell’ipertrofia penale che sta caratterizzando l’attuale legislatura. L’analisi sistematica della produzione normativa oltra a confermare una profonda mutazione istituzionale, in cui il baricentro del potere legislativo si è ormai stabilmente spostato verso l’Esecutivo, svela che la materia “giustizia” è infatti diventata terreno di legiferazione quasi esclusiva del Governo. Lo stesso Governo che dall’inizio della legislatura ha fatto ricorso, in modo sistematico, allo strumento della decretazione d’urgenza, con ben 130 decreti-legge emanati. All’interno di questa cornice di egemonia governativa si sviluppa un’architettura repressiva che non trova eguali nella storia recente del Paese. La spinta punitiva si è tradotta concretamente nell’introduzione di oltre 55 nuove fattispecie di reato e di più di 60 circostanze aggravanti. Questa logica punitiva non ha risparmiato il diritto amministrativo, dove l’introduzione di oltre 30 nuove sanzioni pecuniarie e interdittive viene utilizzata come strumento di controllo preventivo, finendo spesso per colpire e stigmatizzare le fasce di popolazione caratterizzate da maggiore marginalità sociale.

Antigone non si limita alla denuncia e indica una strada alternativa in 15 punti. Serve un piano d’urto che parta dal ritiro delle circolari restrittive per riaprire le celle e il dialogo con l’esterno. È necessario garantire telefonate quotidiane per tutti, come stabilito dai giudici, per mantenere i legami affettivi. Ma soprattutto, serve il coraggio di depenalizzare i reati minori legati alle droghe (che alimentano il 30% delle presenze) e investire realmente nel lavoro professionalizzante. Basterebbe anche solo applicare la legge. Si pensi che alla fine del 2025, ben 24.348 si trovavano in carcere con una pena residua da scontare al di sotto dei tre anni e avrebbero potuto avere accesso a una misura alternativa. Continuare a costruire nuove carceri non serve se non si capisce che un carcere sovraffollato e isolato è un fallimento per tutti. Una pena che produce solo rabbia e isolamento non restituisce cittadini migliori alla società, ma solo persone più fragili e pericolose. Se il sistema scoppia, la colpa non è di chi vi è rinchiuso, ma di chi ha deciso di buttare la chiave.

20 Maggio 2026

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