Olio di ricino al filosofo "non allineato"

“Via Marx dai libri di testo”, il MinCulPop della Meloni epura un gigante del pensiero perché dissenziente

Finito il tempo dei tentativi di furto maldestri alla sinistra, vedi Gramsci e Pasolini, il circoletto di Colle Oppio passa al manganello. Dimostrando di non aver capito quanto il padre del Capitale sia stato decisivo nella modernità

Cultura - di Michele Prospero

20 Maggio 2026 alle 17:30

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“Via Marx dai libri di testo”, il MinCulPop della Meloni epura un gigante del pensiero perché dissenziente

Le teste d’uovo del circolo delle sorelle Meloni finora hanno inseguito l’egemonia attraverso l’assorbimento delle idee altrui. Con operazioni spericolate hanno persino tentato di rubare alla sinistra i busti di Gramsci e Pasolini. Adesso, esaurito il tempo del furto, tra i reduci di Colle Oppio prevale la strategia del respingimento. Nei programmi scolastici, infatti, non deve più esserci spazio per alcuni giganti della ragione occidentale. I “Fasci di cancellamento” ordinano per via ministeriale la soppressione della teoria critica di Marx, forse perché hanno interpretato in maniera alquanto grossolana la sua contestazione della metafisica. Che il Moro non sia filosofo in un senso tradizionale, non ci sono dubbi. Engels colse bene questa esplosione dei paradigmi della speculazione quando scrisse che Marx aveva deciso di andare oltre i tormenti della logica hegeliana in merito all’inizio poiché «con l’essere e con il nulla, non si combina niente» (Opere, vol. XLVIII, Roma, 1983, p. 313).

L’invito marxiano era pertanto quello di accantonare le questioni del cominciamento, della contraddizione, dell’essere e del divenire, per spostare invece l’indagine sugli enigmi che accompagnano il funzionamento di un determinato oggetto storico-sociale. La sua filosofia, in tal senso, non è consegnata in una trattazione organica delle categorie auree della metafisica, ma è racchiusa nella mappa concettuale impostata per avviare la critica dell’economia politica. Non sorprende poi che accanto alla testa di Marx sia caduta anche quella di Leibniz. Nota è l’ammirazione che l’autore del Capitale provava per il poliedrico investigatore della sostanza individuale. «Kugelmann mi ha mandato per il mio compleanno due pezzi dei parati dello studio di Leibniz, cosa che mi ha molto divertito. La casa di Leibniz è stata infatti demolita quest’ultimo inverno, e quegli stupidi di hannoveriani – che a Londra avrebbero potuto fare un affare con le reliquie – hanno buttato via tutto. Ho attaccato tutti e due i pezzi nel mio studio. You know my admiration for Leibniz» (Marx, Opere, Roma, 1975, vol. XLIII, p. 544).

L’edificio teoretico leibniziano molto stuzzicava Marx, alla ricerca di una solida logica della scoperta. Per questo egli studiò le fondamenta del calcolo infinitesimale, la diversità tra la fondazione «mistica» di Leibniz e quella di Newton, il rapporto tra funzione e derivata, tra esistenza e definizione, il nesso tra i ritrovati simbolici o «figure d’ombra senza corpo» e il passaggio reale (L. Lombardo Radice, a cura di, Dai “manoscritti matematici” di Marx, Roma, 1972). Pur accennando ai limiti dei «puri matematici», che falliscono nella creazione di sistemi formali mediante una procedura logico-linguistica pura e dichiaratamente priva di presupposti, Marx comunque perfezionò gli arnesi della logica, della matematica. Nella sua biblioteca saranno sempre più radi i testi di filosofia, nel tempo sostituiti da libri di storia, economia, diritto, antropologia e statistica. I volumi di Leibniz facevano però eccezione, campeggiando sugli scaffali già nel 1841. E negli ultimi anni (1876-79), in quaderni recentemente pubblicati (MEGA 2, IV/25), Marx tornò a frequentare le pagine del pensatore di Lipsia. Gli toglie di dosso la patina teologica, in virtù della nitida attenzione ai valori e ai fini, e lo accomuna a Cartesio quanto a modernità di analisi («Il mondo delle monadi di Leibniz alla fine diventa un grande automa, cioè sembra una macchina come quella di Cartesio»).

Gli appunti di Marx spaziano dalla dinamica delle forze, intese come principi interni da cui scaturiscono i movimenti e le relazioni, alla problematica del mutamento, collegato all’urto tra gli elementi antagonisti che premono entro le spinte di reali opposizioni («entrambi i fattori di attività sono per loro stessa natura forze che si resistono l’una all’altra, si escludono reciprocamente. Differiscono l’una dall’altra, non può quindi esistere un’unica forza infinita come forza primordiale perché questa non potrebbe opporre alcuna resistenza reale, non potrebbe essere effettivamente unità»). Del sostenitore dell’armonia prestabilita dell’universo (nonché ammiratore «del celebre Galilei»), Marx apprezza proprio il tentativo di oltrepassare l’identità statica per afferrare il mutamento delle sostanze, che viene provocato dalle relazioni effettive di molteplici centri individuali. Sul terreno più etico-politico, con echi di Stuart Mill o di Tocqueville, Marx stesso denuncia i rischi dell’omologazione in una modernità che, perpetuando le diseguaglianze, nondimeno spegne la «eccentricità» o «individualità» quale carattere abitualmente attribuito agli inglesi.

Nell’ottica di Marx, «l’intenso sviluppo, l’estrema divisione del lavoro e quella che viene chiamata opinione pubblica, manipolata dai brahmini della stampa, hanno prodotto una monotonia di carattere tale che sarebbe impossibile per uno Shakespeare, ad esempio, riconoscere i suoi stessi compatrioti. Le differenze non appartengono più agli individui ma alla loro professione e classe. A parte la sua professione, nella vita di tutti i giorni un rispettabile inglese è così simile a un altro che perfino Leibniz difficilmente può scoprire una differenza, una differenza specifica, tra di loro». Della monade di Leibniz, che vive tutta sola con se stessa, non c’è più traccia nella tarda società borghese popolata da atomi standardizzati. Si può capire allora perché Marx e Leibniz vengano colpiti dalla cancel culture condita in salsa nera. Da Villa Torlonia o dal Torrino, la destra sempre reclama l’assoluta omogeneità delle credenze, l’uniformità delle aspettative, l’appiattimento dei modi di vivere. Il pensiero critico, naturalmente, urta contro il mediocre conformismo venerato come requisito indispensabile dell’homo melonicus.

20 Maggio 2026

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