L'artista rom

Ceija Stojka e quei dipinti su Auschwitz che raccontano anche di Gaza

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

16 Maggio 2026 alle 17:00

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Ceija Stojka e quei dipinti su Auschwitz che raccontano anche di Gaza

Amira Hass, tra le più conosciute e apprezzate giornaliste israeliane a livello internazionale, racconta su Haaretz la storia di Ceija Stojka. I dipinti e i disegni dell’artista, attivista, scrittrice, autrice di testi e sopravvissuta all’Olocausto, sono attualmente in mostra al Drawing Center di New York.

Scrive Hass: “Con oltre 60 opere, la mostra ‘Ceija Stojka: Making Visible’ affascina fi n dal primo sguardo. Sorprendente, eppure familiare. Ogni opera singolarmente, e tutte insieme. Dal figurativo all’espressivo e quasi astratto, i dipinti trasmettono l’orrore che Stojka ha vissuto da bambina: la crudeltà e il potere senza limiti che ha dovuto affrontare, la bellezza della natura profanata e corrotta da quel male, e la cancellazione di ogni persona vivente”.

La sua storia innanzitutto: nata nel 1933, Stojka fu deportata con la madre e i cinque fratelli dall’Austria ad Auschwitz nel 1943, dove furono sistemati su strette brande in una baracca vicino al camino. Suo padre era stato precedentemente mandato a Dachau e ucciso nel 1942. Il suo fratello più piccolo morì di tifo. Molti membri della famiglia allargata scomparvero nel fumo dei forni crematori. Da lì, Stojka, sua madre e due sorelle furono trasferite a Ravensbrück, un campo di concentramento a circa 100 chilometri a nord di Berlino. Nel gennaio 1945 furono deportate di nuovo, questa volta a Bergen-Belsen, dove rimasero fino alla liberazione a metà aprile. Quando tornarono a Vienna, trovarono i loro fratelli vivi.

Racconta Hass: “Ad Auschiwtz, sui loro bracci erano stati tatuati dei numeri. Il numero della piccola Ceija, di dieci anni, era Z6399. La lettera Z indicava i detenuti rom come lei. Nel 1948, il Ministero dell’Interno austriaco emanò un decreto relativo al “fastidio degli zingari” che prevedeva l’espulsione dei rom apolidi. Negli anni ’60, dopo una lunga lotta per il riconoscimento del genocidio dei rom, i rom austriaci iniziarono a ricevere un risarcimento. Stojka ha cresciuto quattro figli e si è guadagna da vivere vendendo tappeti. La vita nomade ha lasciato il posto a una residenza permanente. Ha iniziato a raccontare la sua storia, a scrivere e dipingere solo alla fine degli anni ’80, all’età di 55 anni, e come se tutto fosse successo il giorno prima, è morta nel 2013”.

Quei dipinti scuotono Amira Hass: “Ogni pennellata nell’opera di Stojka risuona con ciò che i miei genitori hanno vissuto, conosciuto e raccontato. I morti e i vivi si accalcavano. Folle stipate accanto alle baracche e alle camere a gas. E i nazisti, con un ampio sorriso, osservavano coloro che erano stati segnati per la deportazione e li frustavano. Stojka dipinge i loro stivali pesanti e, qua e là, mi sembra, i loro sorrisi. I sorrisi che si vedono nelle fotografie dei nazisti che maltrattano i prigionieri o li guardano marciare verso i vagoni merci mi hanno riempito, fin dall’infanzia, di repulsione, disprezzo e odio. Stojka eccelle nel liberare quelle emozioni, che sfidano i limiti del linguaggio, e nel canalizzarle nella pittura. Un sorriso di per sé non è violenza. Ma i sorrisi documentati nei video caricati dagli stessi soldati delle IDF sui social media – accanto a detenuti palestinesi legati e bendati, o davanti ai villaggi e quartieri distrutti – sembrano coltelli nella schiena dei miei genitori. Stojka dipingeva stormi di corvi attirati dall’odore dei cadaveri. Nelle sue opere quelli uccelli diventano simboli della crudeltà inesauribile degli assassini e della morte stessa, sulla quale scrisse: “Persino la morte ha paura di Auschwitz”. Sulla persecuzione e la discriminazione che i Rom hanno continuato a subire dopo la guerra, ha scritto in seguito: “Temo che l’Europa stia dimenticando il suo passato e che Auschwitz stia solo dormendo”.

E la mente corre a Gaza. “A Gaza – scrive Hass – non sono i corvi, ma i ratti. E sono molto reali. Dopo aver rosicchiato i resti umani sotto le macerie, fanno irruzione nelle tende dove si rifugiano i vivi e cercano anche la loro carne. Come fi glia di sopravvissuti, ho divorato la letteratura sull’Olocausto durante tutta la mia infanzia e adolescenza. Ricordo le descrizioni dei ratti nel ghetto di Varsavia e nelle fogne. Ricordo mio padre che descriveva, con impotente disgusto, i ratti che gli correvano tra le gambe nel ghetto dove fu incarcerato per tre anni. Come fi glia di sopravvissuti, riconosco l’insensibilità e l’arroganza della negazione quando la incontro. Stojka dipingeva un fuoco metaforico e persone che volavano tra le fiamme. A Gaza, un mondo è svanito tra bombe intelligenti e bombardamenti insensati. Dipingeva figure senza volto dietro il filo spinato, fi lo spinato senza persone e occhi senza volti. Ma gli occhi a mandorla di Amal, la fronte alta di Mustafa, la pipa e lo sguardo ridacchiando di Samir e la fossetta di Yaffa completano i lineamenti di tutti gli altri a Gaza […] In quanto figlia di sopravvissuti all’Olocausto, so che un olocausto non accade semplicemente. Viene perpetrato. E per questo, occorre molto più di pochi leader e comandanti, stivali pesanti e sorrisi. In quanto membro della società ebraica israeliana che perpetra olocausti, mi sono lasciata cadere sulla panca al centro della sala del Drawing Center, e i dipinti di Stojka mi hanno raccontato anche di Gaza”.

16 Maggio 2026

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