“Il governo Meloni smantella il welfare e si accanisce contro i più indifesi: poveri, disabili e donne”, parla Ilenia Malavasi

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

16 Maggio 2026 alle 09:00

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“Il governo Meloni smantella il welfare e si accanisce contro i più indifesi: poveri, disabili e donne”, parla Ilenia Malavasi

Ilenia Malavasi, deputata del Partito Democratico e capogruppo in commissione Affari Sociali a Montecitorio, non usa mezzi termini: “Questo governo smantella pezzo per pezzo il welfare universale. E lo fa scegliendo sempre le stesse vittime: i poveri, le persone con disabilità, le donne, chi non può difendersi”.

Partiamo da un dato che fa male. Il Servizio Sanitario Nazionale compie quarantasette anni. Come sta?
Una precisazione necessaria. In Italia abbiamo un sistema sanitario pubblico di grande qualità, che oggi sta pagando le conseguenze di scelte sbagliate, di tagli e di mancata programmazione. E quindi oggi sta male. Molto male. E non è una valutazione politica, è la fotografi a che ci restituiscono i numeri. Quasi sei milioni di italiani hanno rinunciato nel 2024 a cure, a prestazioni sanitarie necessarie, alla prevenzione perché non potevano permetterselo economicamente, evidenziando un aumento significativo rispetto ai 4,5 milioni del 2023. Le liste d’attesa sono diventate un muro invalicabile: per una risonanza magnetica si aspettano mesi, per una visita oncologica anche di più. Il personale sanitario è esausto, sottopagato e scappa, all’estero o verso il privato. Con questo governo il finanziamento rispetto al PIL è sceso dal 7,1% quando governava il centrosinistra al 6,4% attuale, privando il Servizio Sanitario Nazionale di circa 14 miliardi di potere d’acquisto reale e allontanandoci ulteriormente dalla media europea, che viaggia sopra l’8% con giganti come Germania e Francia oltre il 10%. Il finanziamento reale al SSN, al netto dell’inflazione, è in calo. Il governo mente parlando di risorse aggiuntive: si tratta di briciole rispetto al fabbisogno reale. Intanto il privato avanza, e avanza perché il pubblico arretra. È una scelta politica, non una fatalità. Peraltro, in tutti questi anni il governo ha mostrato una pericolosa tendenza antiscientifica. Ricordo che nel maggio 2025, l’Italia si asteneva, insieme a Iran, Russia e Israele, sul nuovo piano pandemico. Credo sia giunto il momento di rivedere questa posizione assurda e pericolosa.

Questo attacco alla sanità è una scelta politica o, come sostiene il governo, una necessità dettata dai conti?
Quando trovi miliardi per il taglio delle tasse ai redditi alti, le risorse per aumentare le spese militari, non tocchi i privilegi fiscali di alcune categorie e poi dici che non ci sono soldi per la sanità pubblica, stai facendo una scelta politica. Stai dicendo che la salute è un bene per chi se la può permettere, non un diritto universale. Stai dicendo che la sanità pubblica non è una priorità. Stai dicendo che preferisci acquistare prestazioni dal privato, piuttosto che investire in assunzioni di personale, andando a svuotare di competenze e di futuro il SSN. Noi invece diciamo che la salute è un diritto costituzionale non negoziabile. E che finanziare il SSN non è un costo, è un investimento nel capitale umano e nella coesione sociale.

Persone con disabilità, non autosufficienti, famiglie in povertà. Cosa è stato fatto da questo governo?
È stata approvata una delega sulla disabilità, con grandi fanfare, presentata come rivoluzione. Ma una delega è una cornice vuota se non ci metti le risorse. E le risorse non ci sono. La riforma della disabilità rischia di diventare l’ennesimo libro dei sogni: sulla carta un sistema di valutazione rinnovato, progetti di vita individuali, inclusione reale. Nella realtà, i fondi stanziati sono insufficienti, i decreti attuativi arrivano in ritardo, i Comuni, che dovrebbero essere il braccio operativo, sono lasciati senza strumenti, le sperimentazioni parziali e inefficaci. Intanto le famiglie con un disabile grave continuano a fare i salti mortali. L’indennità di accompagnamento è ferma a cifre che non bastano nemmeno a pagare poche ore di assistenza. Lo stesso possiamo dire per la riforma per la non autosufficienza. Decreti attuativi mancanti o inefficaci, che tradiscono lo spirito originario di una riforma innovativa e attesa da oltre 20 anni. Il racconto è sempre rivoluzionario, la realtà invece sempre drammatica. I caregiver familiari, che spesso sono una donna che ha rinunciato al lavoro e alla propria vita, non hanno ancora un riconoscimento giuridico degno di questo nome.

La legge per i caregiver familiari dove è finita?
Il dibattito parlamentare è stato umiliato, le nostre proposte di legge abbandonate, per dare spazio e voce al disegno di legge della Ministra Locatelli. Non è una buona proposta, poco più di uno specchio per le allodole. Mancano le risorse, mancano tutele lavorative e previdenziali, mancano diritti. E ci sono molte cose sbagliate, vincoli anacronistici, come la convivenza per avere un minimo riconoscimento. C’è chi in questo Paese dedica la propria esistenza all’assistenza di un familiare o di un amico gravemente disabile o non autosufficiente. Rinuncia al lavoro, alla pensione, alla vita sociale, alla salute. E lo Stato cosa fa? Al massimo gli dice: “Sei un bravo cittadino”, anzi sei così bravo che se convivi e rinunci al lavoro, ti riconosco un bonus contro la tua povertà. Meno di 1 euro all’ora, un’offesa per i caregiver e una vergogna per questo governo. Noi avevamo presentato proposte concrete: contributi figurativi, pensioni anticipate, servizi di sostegno, percorsi di sollievo, supporto psicologico. Tutto insabbiato. Abbiamo sprecato una buona occasione per fare una legge di civiltà e dare piena dignità a tutti i caregiver, nessuno escluso.

Il governo ha anche abolito il Reddito di Cittadinanza e lo ha sostituito con altre misure che molti giudicano insufficienti.
L’abolizione del RdC ha lasciato senza rete di protezione centinaia di migliaia di persone che non sono “occupabili” in nessun senso realistico del termine: persone anziane sole, persone con disabilità senza supporto, famiglie con minori in condizione di povertà assoluta. Il nuovo sistema, tra Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro, è frammentato, ha platee più ristrette, importi più bassi, condizionalità più stringenti. E soprattutto non funziona per chi non può lavorare, che è esattamente la platea che aveva più bisogno di tutela. Il risultato? Secondo i dati della Caritas e di altri osservatori, decine di migliaia di persone sono fuori da qualsiasi misura di sostegno. La povertà aumenta e cresce il disagio sociale. Questa non è riforma del welfare, è smantellamento.

Perché è urgente un salario minimo?
Perché in Italia esistono contratti collettivi che prevedono retribuzioni di cinque, sei euro l’ora. Perché esiste il lavoro povero, e non è un’astrazione: sono le cassiere, i rider, i lavoratori della logistica, le addette alle pulizie, gli operatori sociali. Persone che lavorano e però non ce la fanno ad arrivare a fi ne mese. Parliamo di 3 milioni di persone. Noi avevamo proposto, insieme a quasi tutta l’opposizione, un salario minimo legale a nove euro lordi l’ora. Una proposta adottata da quasi tutti i Paesi dell’Ue. Il governo ha risposto con un niet ideologico, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. La nostra proposta voleva proprio potenziare la contrattazione collettiva, a tutela dei settori non coperti e contro i contratti pirata. Il salario minimo è una questione di dignità. E la dignità non può essere negoziata al ribasso.

Lei parla spesso di un governo contro le donne.
Lo dimostrano i fatti. Guardi i congedi parentali: l’Italia è fanalino di coda in Europa per congedo obbligatorio dei padri. Il governo aveva la possibilità di intervenire, di avvicinarci agli standard nordeuropei, di spingere verso una genitorialità condivisa. Non lo ha fatto. I congedi di paternità rimangono simbolici, dieci giorni obbligatori, una presa in giro rispetto ai mesi garantiti in Svezia o Finlandia. Questo significa che il peso della cura continua a cadere quasi esclusivamente sulle donne. Il che si traduce in uscite dal mercato del lavoro, in carriere interrotte, in pensioni da fame. E poi c’è la questione dell’autonomia economica: senza salario minimo, senza reddito di sostegno adeguato, senza servizi all’infanzia universali, le donne rimangono economicamente dipendenti. Un governo che non affronta questi nodi strutturali non è neutro rispetto alla questione di genere: è un governo che perpetua la disuguaglianza, limita la libertà delle donne e rallenta il cammino di emancipazione femminile.

Eppure, il governo ha una donna come premier. Non è una contraddizione?
No, è una conferma. Avere una donna al governo non basta, se le politiche non tutelano le donne anzi smantellano un sistema di diritti. Meloni ha fatto della sua storia personale un simbolo, ma le politiche della sua maggioranza vanno esattamente nella direzione opposta. Tagliare il welfare, non estendere i congedi, non costruire una rete di asili nido universali (ricordo che sono stati tagliati 100.000 posti di asilo nido dai progetti PNRR), non combattere il lavoro povero, depotenziare i consultori, attaccare il diritto all’aborto, rappresenta un attacco alle donne.

C’è chi dice che l’opposizione sa bene cosa non va, ma non sa proporre un’alternativa credibile.
Il PD ha depositato proposte concrete su tutto quello di cui abbiamo parlato: salario minimo, caregiver, non autosufficienza, potenziamento del SSN, congedi paritari. Non sono slogan, sono testi parlamentari con coperture finanziarie, articolati e pronti. Il problema è che questo governo e la sua maggioranza non vogliono discutere. Ma l’alternativa si costruisce anche fuori dal Parlamento: si costruisce ascoltando le associazioni delle persone con disabilità, i sindacati, i medici di base, le famiglie che non ce la fanno. Si costruisce partendo dalle risposte concrete che i cittadini aspettano. Noi stiamo lavorando a un programma di governo che ponga al centro la persona. Che dica: la tua fragilità non è una colpa, è un diritto che deve essere supportato. Questo governo ha scelto di attaccare i più indifesi tra gli indifesi. Noi scegliamo di stare dalla loro parte perché crediamo che una democrazia si misuri da come tratta chi è più vulnerabile.

16 Maggio 2026

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