La rubrica Sottosopra
La morte del diritto internazionale, così la società dell’1% si è mangiata la democrazia
La prepotenza dell’1 per cento degli ultraricchi ha bisogno della guerra, come il naufrago del salvagente. Ma non è affatto detto che avrà l’ultima parola
Editoriali - di Mario Capanna
… Una politica che teme la luce del sole…
(I. Kant)
Oggi il diritto è derelitto. Soprattutto quello internazionale. Soppiantato dalla forza. Meglio: da quella specifica forma di violenza che è la prepotenza. Chi è più potente stabilisce ciò che è “giusto”, in particolare per sé. E lo impone. Per riuscirci, se non bastano l’economia e la finanza (v. i dazi), irrompe con gli eserciti: così la guerra diviene sempre più la regolatrice suprema dei rapporti fra i popoli e le nazioni.
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Fin dall’antichità ci si è comportati secondo questi criteri distruttivi – basterebbe ricordare le vicende fra Sparta e Atene, fra Roma e Cartagine – ma oggi si è arrivati a un incomparabile salto di qualità, con la società dell’1 per cento: l’1 per cento dell’umanità è giunto a possedere ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento! Una condizione mai verificatasi prima, con un accaparramento così concentrato delle risorse complessive.
Quell’1 per cento vede all’apice la congrega dei super ricchi, in grado di condizionare – e, all’occorrenza, ricattare – parlamenti e governi, nonché le ramificazioni istituzionali degli Stati, e rendendo impotente l’Onu. Il diritto internazionale è per loro come il fumo negli occhi: hanno bisogno non di rispettarlo, ma di prescinderne e distruggerlo, come sta avvenendo. In un recente articolo, in prima pagina sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha affermato: “Il diritto internazionale è in crisi perché è venuto meno anche in minima misura il sentire comune circa il bene e il male, il vero e il falso, in troppi di coloro che parlano a suo nome”. Tesi risibile. Ceffi di guerra, come Netanyahu e Trump, sanno benissimo ciò che e bene e male, ciò che è vero e falso, e infatti usano il falso per il proprio “bene” e per quello dei deep States che rappresentano. Per cui è “giusto”, per loro, realizzare il genocidio contro i palestinesi, rapire e sequestrare il presidente venezuelano Maduro, strangolare Cuba, aggredire l’Iran quando era in corso il negoziato.
Mentre la violenza è cieca, come si usa dire, la prepotenza ci vede benissimo. Sceglie con cura criminale gli obiettivi che ritiene utile raggiungere per il proprio rafforzamento, e persegue con determinazione i suoi scopi, a costo di mettere a soqquadro il mondo. Ritiene, anzi, che la creazione del caos planetario sia la migliore strategia per raggiungere i suoi fini. In questo senso la follia di Trump riflette perfettamente quelli che sono gli interessi profondi di quell’1 per cento di tecno capitalisti neofeudali d’assalto, che ricercano il dominio su tutta la Terra. Sono stato il primo, su queste pagine, a parlare della sindrome del “narcisista maligno” e del “manipolatore perverso”, che caratterizza i comportamenti del presidente americano. Più crudamente Lucio Caracciolo ha detto di recente che Trump “è fuori di testa”.
Egli travalica ormai ogni limite, come dimostrano – dopo avere attaccato sfrontatamente papa Leone XIV – la pubblicazione della foto che lo ritrae accanto a Gesù, come a dire che è lui il vero profeta e interprete di Dio, e il trattare come reietti tutti coloro che non gli “baciano il culo” (parole sue), come da ultimo ha dovuto sperimentare la peregrina Giorgia Meloni.
C’è da chiedersi che cosa aspetti il Congresso a rimuovere Trump per malattia e incapacità manifesta, in base al 25° emendamento della costituzione americana. Ma, quand’anche ciò avvenisse, non ci sarebbe la garanzia che gli Usa pongano fine alle violazioni del diritto internazionale, usando la guerra nel tentativo (illusorio?) di frenare la propria crisi interna e quella egemonica nel mondo. La prepotenza dell’1 per cento degli ultraricchi ha bisogno della guerra, come il naufrago del salvagente. Ma non è affatto detto che avrà l’ultima parola. Se le persone e i popoli irrompono da protagonisti nella storia, costruire un nuovo mondo è possibile. Scopriremmo che la convivenza pacifica e la cooperazione fra le nazioni sono immensamente più piacevoli che produrre montagne di cadaveri, e che il diritto internazionale si fonda non sulla minaccia e il ricatto, ma sulla pace come costruzione consapevole della dignità umana. Fra tutti. E per tutti.