Le rivelazioni ad Axios
Iran, trattative in stallo sull’asse Teheran-Washington: il rischio è un’altra Guerra Fredda tra due blocchi
Due blocchi contrapposti in un duello a bassa intensità con conseguenze pesanti per entrambi. È questo lo scenario rivelato dalla testata Usa. E gli Emirati Arabi lasciano l’Opec
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Una nuova Guerra Fredda. La guerra dei blocchi (di Hormuz). Cambiano le definizioni ma resta la sostanza di un conflitto che, se prolungato nel tempo, può avere effetti devastanti sulle economie di mezzo mondo, in primis l’Europa, e le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Il conflitto con l’Iran è entrato “in una fase simile alla Guerra Fredda”, caratterizzata da sanzioni finanziarie, intercettazioni di cannoniere e colloqui sull’avvio di negoziati. È quanto si legge in un’analisi effettuata da Axios. Secondo la testata la situazione di stallo “non sembra avere una fine imminente” pertanto “i prezzi dell’energia rimarranno elevati per mesi”, e “una guerra vera e propria potrebbe scoppiare da un momento all’altro”. Diversi funzionari statunitensi avrebbero spiegato ad Axios di essere preoccupati perché gli Usa potrebbero essere “trascinati in un conflitto congelato, senza guerra e senza accordo”. In questo scenario, gli Stati Uniti dovrebbero mantenere le proprie forze nella regione “per molti altri mesi”. Lo Stretto di Hormuz resterebbe chiuso, il blocco statunitense rimarrebbe in vigore ed entrambe le parti continuerebbero ad aspettare che l’altra ceda o apra il fuoco per prima. Una situazione che, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, sarebbe la “cosa peggiore” per Trump, “sia politicamente che economicamente”.
«Tutto ciò che (i leader iraniani, ndr) capiscono sono le bombe», avrebbe detto recentemente il presidente a un collaboratore, pur mantenendo – secondo le stesse fonti – una linea «frustrata ma realistica»: evitare l’uso della forza senza però arretrare. All’interno dell’Amministrazione, una parte dei consiglieri spinge per mantenere il blocco dello Stretto di Hormuz e rafforzare ulteriormente le sanzioni prima di valutare nuove azioni militari. Parallelamente, Trump si sta confrontando anche con esponenti più interventisti, tra cui il senatore Lindsey Graham, favorevoli a un’azione militare per sbloccare l’impasse. Sul tavolo resta anche la proposta iraniana di riaprire lo stretto in cambio della fine del blocco navale statunitense. Tuttavia, secondo fonti informate, nessuna decisione è stata presa e Trump non sarebbe incline ad accettare, temendo che ciò rinvii il nodo centrale del programma nucleare iraniano. L’Iran ha comunicato agli Stati Uniti di essere vicina al fallimento economico. Così Trump su Truth. “L’Iran ci ha appena informato che sono in una ‘situazione di collasso’, ha scritto. “Vogliono che apriamo lo Stretto di Hormuz il prima possibile, mentre cercano di capire la situazione della loro leadership (cosa che credo saranno in grado di fare!)”, ha aggiunto.
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Gli effetti della guerra hanno anche ricadute interne all’amministrazione Usa. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance in privato avrebbe espresso una forte preoccupazione per il modo in cui il Pentagono guidato da Pete Hegseth sta gestendo la guerra all’Iran. Lo sostiene The Atlantic, citando due alti funzionari dell’amministrazione americana. Vance sarebbe scettico riguardo alle informazioni fornite dal Pentagono sulla guerra. Il vicepresidente avrebbe inoltre condiviso con il presidente Donald Trump le sue preoccupazioni sul numero effettivo delle scorte di alcuni sistemi missilistici. Le preoccupazioni, continua The Atlantic, «sarebbero personali e non rappresenterebbero un’accusa» nei confronti di Hegseth o del generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto, di aver fornito informazioni fuorvianti al presidente. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha smentito l’esistenza di contrasti interni. Al Daily Beast ha dichiarato che «il segretario Hegseth e il vicepresidente Vance hanno un rapporto di lavoro eccellente, basato su un profondo rispetto reciproco e allineamento. All’interno del team per la sicurezza nazionale del presidente Trump, il confronto rigoroso e le domande incisive sono esattamente ciò che i professionisti fanno per ottenere risultati. È un lavoro di squadra responsabile e di alto livello».
Una petroliera che trasporta gas naturale liquefatto ha attraversato lo Stretto di Hormuz per la prima volta dall’inizio della guerra con l’Iran. Lo riporta Sky News sottolineando che la petroliera da 136.357 metri cubi è stata avvistata l’ultima volta nel Golfo il 30 marzo, ma è ricomparsa ieri al largo della costa occidentale dell’India, secondo i dati di tracciamento navale di Icis Lng Edge, MarineTraffic e Lseg. Si tratta di un’ulteriore prova del fatto che le navi che navigano nel Golfo – ricorda il media – utilizzano tattiche elusive, come smettere di trasmettere la propria posizione o trasmettere numeri di identificazione falsi, per evitare di essere prese di mira. Ed è sempre più crisi del petrolio, in cui geopolitica e mega interessi economici s’intrecciano indissolubilmente. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro uscita dall’Opec e dall’Opec+, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di petrolio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita, in un momento in cui la guerra con l’Iran ha causato uno shock energetico storico e destabilizzato l’economia globale. La perdita degli Emirati Arabi Uniti, membro storico dell’Opec, potrebbe creare disordine e indebolire il gruppo, che di solito ha cercato di mostrare un fronte unito nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni che vanno dalla geopolitica alle quote di produzione. I produttori del Golfo, membri dell’Opec, sono in difficoltà per la chiusura dello Stretto di Hormuz, il canale tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, a causa delle minacce e degli attacchi iraniani contro le navi.
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati di Washington, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani durante la guerra. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha criticato la risposta araba e del Golfo agli attacchi iraniani in una sessione del Gulf Influencers Forum di lunedì. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a vicenda dal punto di vista logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Gargash. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non me l’aspettavo dal Consiglio di Cooperazione (del Golfo) e questo mi sorprende», ha affermato. A livello statistico, la decisione di abbandonare l’Opec è più che rilevante. A febbraio 2026, infatti, gli Emirati Arabi Uniti erano il terzo tra i produttori dell’Opec, subito dopo Arabia Saudita e Iraq. Il Paese era entrato nell’organizzazione quasi 60 anni fa – nel 1967 -, sette anni dopo la sua fondazione. In generale, inoltre, gli Emirati Arabi Uniti sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. Nel 2022 – secondo varie classifiche ufficiali – il Paese produceva 4 milioni di barili al giorno, oltre il 4% del totale mondiale, piazzandosi al settimo posto tra le nazioni produttrici. Uscendo dall’Opec Abu Dhabi – che è membro dal 1967 – ha le mani libere nel decidere la sua politica di export di greggio e potrà reagire in modo più veloce alla volatilità dei mercati.
L’uscita degli Emirati – terzo o quarto produttore del cartello – rischia di indebolire ulteriormente la coesione dell’Opec, già messa a dura prova da divisioni interne e dalla crescente influenza di Opec+. Un segnale chiaro che, nel nuovo disordine energetico globale, i singoli Paesi del Golfo stanno scegliendo strade sempre più autonome. Già nelle scorse settimane c’erano state avvisaglie della scelta degli Emirati. Certo è che il timing dell’annuncio è però particolarmente drammatico. Il mondo sta affrontando la peggiore crisi energetica da decenni, scatenata dal conflitto tra Usa, Israele e Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa oltre un quarto del petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto mondiale.