Gli scontri del 25 aprile
25 aprile, il caos Liberazione firmato dalla polizia: le provocazioni dei filo-Netanyahu e l’antisemitismo che non muore
Perché mai gli agenti hanno collocato alla testa del corteo i manifestanti pro Trump e Netanyahu? Scelte del genere rendono gli incidenti inevitabili
Politica - di David Romoli
Il fattaccio del 25 aprile a Milano, che non è come negli anni scorsi un incidente serio ma minore ed è invece la spia di problemi grossi all’interno del centrosinistra, è la conseguenza di un concorso di responsabilità, anzi di colpe. La più grave ricade sulle spalle di chi avrebbe dovuto gestire con cautela la piazza per evitare incidenti, cioè delle forze dell’ordine. Sarebbero state loro a guidare lo spezzone con le bandiere israeliana, americana e iraniana alla testa del corteo. Non era mai successo negli anni scorsi e i primi a stupirsene sono stati proprio gli ebrei che avevano organizzato la presenza della Brigata Ebraica. Assegnare proprio a quello spezzone la testa del corteo significava rendere inevitabili gli incidenti: dunque o le forze dell’ordine hanno dato prova di diabolica intelligenza nel creare ad arte condizioni esplosive oppure, al contrario si sono dimostrate assolutamente inette.
I partecipanti ci hanno messo del loro: già portare la bandiera israeliana, invece che quella simile ma non identica delle Brigata Ebraica, voleva dire esporsi consapevolmente a rischio di contestazioni. Sfidarle può essere stata una scelta politica consapevole ma sbandierare anche le foto di Netanyahu e dello Scià, in una manifestazione i cui umori erano ovvi e noti, era a tutti gli effetti una provocazione da manuale.
I manifestanti che hanno imposto non il ritiro delle fotografie o persino delle bandiere e che hanno imposto la cacciata della Brigata Ebraica con tanto di inseguimenti e insulti a volte palesemente antisemiti chiudono il trittico dei co-responsabili di un mezzo disastro politico e culturale. Basti pensare che dei quattro leader che a nome del Clnai firmarono il 25 aprile 1945 l’ordine di insurrezione generale due, Emilo Sereni e Leo Valiani, erano ebrei e il secondo era di fatto sionista. L’aspetto più allarmante è che in questi anni è cresciuto davvero un nuovo antisemitismo certamente evocato dagli orrori di Gaza ma che va molto oltre la denuncia dei crimini del governo Netanyahu: considera colpevoli, o complici, tutti quegli ebrei che non si schierano apertamente e molto rumorosamente contro Israele. Si camuffa dietro l’ambiguità di un termine come “antisionismo” che non è opposizione anche estrema alle politiche di un governo israeliano ma critica dell’esistenza stessa di Israele. In questo clima non stupisce che fioriscano leggende sui dossier Epstein che permetterebbero agli ebrei di ricattare e controllare i potenti del mondo: i Protocolli dei Savi di Sion 2.0.
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Per quanto ridestata da Gaza, questa forma di antisemitismo non è ciò che cerca furbescamente di far credere il governo Netanyahu. In realtà si può essere drasticamente filopalestinesi e non antisemiti e molti in effetti lo sono. Ma proprio questa possibilità sottolinea ancor di più la diffusione di un antisemitismo di cui Gaza è stata l’innesco e in alcuni casi l’alibi. In secondo luogo, l’episodio di Milano, accompagnato da quello di Roma dove è stato cacciato chi sventolava la bandiera ucraina, rivela la diffusione di una sorta di “campismo” radicale e integralista che divide il Campo della sinistra. L’accusa estrema che è arrivata in risposta, quella di “squadrismo” indica quanto sia già profonda la lacerazione che divide non tanto i gruppi dirigenti quanto la base elettorale stessa, ed è un problema molto più grave.
I leader del Campo largo hanno sin qui sottovalutato entrambi i problemi. La diffusione dell’antisemitismo è stata spesso derubricata ad alibi per impedire critiche a Israele, ed in parte è stato anche vero. Ma appunto solo in parte e l’aspetto invece più allarmante è stato sinora quasi sempre ignorato. La crescita di umori pronti a solidarizzare con chiunque purché anti-israeliano e anti-americano è stata a propria volta considerata una faccenda secondaria. Rischia invece di lacerare e dividere la base elettorale molto più di qualsiasi altro argomento, per divisivo che possa essere.