La premier tace

Guerra e referendum: perché Trump è il peggior alleato di Meloni per la vittoria del NO

Il timido distacco dal tycoon di ieri (“Bisogna tornare alla diplomazia”) esprime la crisi nera della premier che teme di essere travolta al referendum per colpa della guerra del suo beniamino

Politica - di David Romoli

7 Marzo 2026 alle 09:00

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Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE – Obbligatorio citare la fonte LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili
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Nel governo italiano ci sono almeno tre posizioni diverse sulla guerra contro l’Iran e si sono dispiegate tutte, una dopo l’altra, nel dibattito di due giorni fa in Parlamento. Tra queste la più allarmata per le ricadute politiche anche interne di un conflitto certamente non auspicato sembra essere proprio Giorgia Meloni, già figlioccia politica di Donald Trump.

È questione di sfumature, non di scelte politiche concrete. Quelle sono in larghissima misura obbligate e non è che ci sia molto da discutere o da dividersi. Gli italiani sul teatro di guerra vanno riportati a casa il più rapidamente possibile e al conto ne mancano ancora decine di migliaia. La crisi energetica non ha ancora iniziato a mordere davvero, non si sa se lo farà ma nessun governo, in un momento come questo, potrebbe muoversi diversamente da come fa quello italiano: metterci una pezza subito e aspettare pregando che il conflitto si concluda in tempo per evitare il peggio. La questione delle basi italiane in realtà almeno per ora non si pone. Il supporto logistico è reso obbligatorio dai trattati Nato. Un salto di qualità militare creerebbe problemi a non finire, anche in termini di opinione pubblica ma sino a che quella richiesta non verrà avanzata, e non è affatto detto che lo sia, è ovvio che il governo eviti di lacerarsi su un periodo ipotetico. Gli aiuti ai Paesi del Golfo, sui quali peraltro gli Usa hanno insistito molto, non si potevano certo negare e anche da quel punto di vista, come sul fronte del rischio terrorismo, più che sperare in bene e rafforzare la vigilanza sugli obiettivi sensibili non si può fare.

La divaricazione è tutta politica, legata dunque al giudizio che l’Italia dà, o più precisamente non dà, sull’attacco israelo-americano. Se sin qui la premier ha dribblato il Parlamento è proprio per evitare di essere messa alle strette da quel punto di vista. Tajani e Crosetto sono i classici “ministri competenti”. Se la possono cavare col taglio specialistico evitando il giudizio politico. La premier non potrebbe perché proprio quello è il suo “campo specifico”. Solo che tra le righe la posizione di quei due ministri è comunque emersa in pieno ed è, se non opposta, molto distante. Tajani giustifica e va a un millimetro dall’approvare l’attacco. Crosetto lo considera grave e sbagliato. Tra queste due linee Meloni deve trovare una quadra che non suoni – come sin qui è stato – reticente, non implichi uno strappo con il presidente americano e non la faccia apparire schiacciata su una politica americana che la stragrande maggioranza degli italiani disapprova e soprattutto teme.

Molto più facile dirlo che farlo. I giorni a disposizione di Giorgia sono pochi. Ha scelto di anticipare dal 18 all’11 marzo il suo rituale intervento in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo del 19 e 20. Lo ha fatto sia perché quell’appuntamento, nel quale si parlerà solo di guerra, a quattro giorni dal referendum era da evitarsi a tutti i costi sia perché restare muta per altre due settimane non era possibile. Di qui a mercoledì dovrà quindi fare quello che dalla prima bomba su Teheran le chiede invano l’opposizione: esprimere un giudizio politico sul terremoto in corso. Ieri la premier ha iniziato a delineare quella difficile posizione. “La priorità è proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti”, ha scritto sui social ed è un passo in più rispetto alla quasi obbligata, e dunque per nulla significativa, invocazione di un ritorno al dialogo. È la promessa di impegnarsi attivamente per cercare di ricucire quel filo diplomatico.

È anche, implicitamente, la prima presa di distanza dalla guerra di Trump e Netanyahu, ancora molto timida e quasi impercettibile ma comunque tale da dimostrare che la premier è consapevole di non poter essere identificata come complice degli attaccanti. Tanto meno con un referendum ad altissimo rischio dietro l’angolo. Subito dopo la premier ha reso noto il colloquio di ieri mattina con il turco Erdogan, che è tra quelli con più voce in capitolo nel teatro mediorientale. Poi ha parlato con Macron, Merz e Starmer e tutti insieme hanno concluso che “l’intensa attività diplomatica in corso e uno stretto coordinamento militare saranno vitali nelle prossime ore e nei prossimi giorni”. Tajani, da parte sua, si premura di far sapere che se è vero che il sostegno logistico delle basi americane è parte dei trattati, è anche vero che gli americani non hanno chiesto neppure quello.

L’Italia, insomma, con la guerra non c’entra neppure di striscio. Mica come la Francia. che “ha fatto dichiarazioni per dire che gli Usa avevano violato il diritto internazionale e poi dà le basi per attaccare”. La priorità del governo, giura il ministro degli Esteri, “è arrivare alla pace e salvare le vite degli italiani”. E chissà se di qui a mercoledì prossimo la quasi ex “alleata principale di Trump in Europa” riuscirà a ridipingersi con i colori pacifisti dell’Arcobaleno. Di certo ci sta già provando.

7 Marzo 2026

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