Un pasticcio giuridico e umano

Centri in Albania: ascoltate le storie dei prigionieri, come potete dire che funzionano?

La destra esulta per 90 presenze, ma l’ “efficienza” non si misura sui numeri, che sono comunque assai inferiori a quelli previsti dal progetto originario. Sono le vite delle persone trattenute a parlare

Politica - di Rachele Scarpa

27 Febbraio 2026 alle 18:12

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AP Photo/Vlasov Sulaj
AP Photo/Vlasov Sulaj

Da un lato c’è la narrazione, il gioco retorico, la domanda semplice e semplificante: “funzionano o non funzionano, questi centri in Albania?” La risposta, altrettanto semplice, viene servita su un piatto d’argento: “sono pieni, dunque funzionano”. Dall’altro lato c’è la realtà, che è, come sempre, molto più complessa di così.

Ho provato tristezza nel vedere alcune testate e diversi esponenti della destra estrarre dal lungo comunicato da me inviato insieme al Tavolo Asilo e Immigrazione sulla visita ispettiva al centro di Gjader un unico dato numerico, assolutizzarlo e lasciarlo macerare nella propaganda. Si è lasciata fuori dalla porta la sostanza. E oggi vorrei provare a restituirla. Non si può ridurre il dibattito sui centri di permanenza in Albania a una questione di efficienza. E, in ogni caso, l’efficienza non si misura solo nei numeri. Sono le storie delle persone trattenute a parlare. Ci sono almeno due persone già deportate in Albania una prima volta nel 2025 e riportate lì di nuovo in questi giorni. Il primo è un cittadino del Togo, in Italia da oltre dieci anni, senza precedenti, operaio specializzato in un’officina meccanica. Lavora in nero perché irregolare, dunque ricattabile e sfruttato. Fermato durante un controllo, trasferito in Albania, poi liberato dalla Corte d’appello che non aveva convalidato il trattenimento, è tornato a lavorare per lo stesso datore che continua a rifiutarsi di regolarizzarlo. Presentatosi spontaneamente in questura dopo un nuovo controllo, è stato condotto prima a Trapani e poi di nuovo in Albania.

Il secondo è un cittadino senegalese con moglie e figlie a Brescia. Anche lui già trattenuto in Albania e liberato per ragioni di salute. Tornato in Italia, aveva ripreso a lavorare come verniciatore di barche ed era riuscito a convincere il datore a regolarizzarlo. Si è recato di sua iniziativa in questura per avviare la procedura del permesso di soggiorno: è stato trasferito prima in CPR a Gradisca e poi nuovamente in Albania. Togo e Senegal sono Paesi con percentuali di rimpatrio molto basse. È lecito chiedersi quale esito concreto produca questo circuito.

C’è poi il caso di un cittadino iraniano trattenuto da tre mesi. Con il contesto di grave instabilità nel suo Paese, il rimpatrio è impraticabile. Eppure lui stesso racconta che la fatica a regolarizzarsi in Europa lo ha spinto in una condizione di tale povertà da desiderare il ritorno in Iran. A proposito di solidarietà, che viene sempre inspiegabilmente a mancare quando si tratta di soggettività povere e marginalizzate.
Infine, il testimone chiave della morte sospetta del 25enne Simo Said nel CPR di Bari. Un giovane di origine algerina, primo soccorritore di Simo, profondamente traumatizzato, oggi trasferito in Albania nonostante una richiesta di incidente probatorio depositata dall’avvocato della moglie della vittima. Come è stato possibile allontanare dal territorio italiano una persona che dovrebbe testimoniare in un procedimento su una morte avvenuta in un CPR? Non me lo spiego.

Solo dopo queste storie possiamo parliamo di numeri. Fino a poche settimane fa il CPR funzionava con presenze tra le 10 e le 20 unità, in una dinamica di continuo svuotamento dovuta ai rinvii pendenti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea che obbligavano i giudici italiani, applicando la legge, a rimandare tutti in Italia. Sarebbe stato prudente, per il governo, fermarsi già dopo il primo rinvio. Non è accaduto. Dal 17 febbraio in poi, consultando il registro degli eventi critici e ricostruendo i dati – perché nemmeno ai parlamentari è garantito accesso a un elenco completo delle presenze – ho stimato l’arrivo di circa 75 persone in più nelle ultime due settimane, per un totale che oggi si aggira intorno alle 90 presenze. Ma il progetto originario parlava di 3.000 persone l’anno. La sezione per richiedenti asilo, oltre 830 posti, è vuota. Il centro nel porto di Shengjin resta inutilizzato, cattedrale nel deserto.

Si esulta per 90 presenze come se fossero il segno di un successo. Anche volendo restare sul terreno sterile dei numeri, non siamo di fronte a un modello efficiente. Se poi aggiungiamo le storie, la sofferenza, l’assenza – già da aprile 2025 – di provvedimenti scritti e motivati per i trasferimenti, che apre lo scenario a centinaia di potenziali ricorsi e risarcimenti, il quadro diventa quello di un pasticcio giuridico, erariale e soprattutto umano. Il nuovo Patto europeo su asilo e migrazione entrerà in vigore solo nel giugno 2026. Nulla di quel quadro normativo è oggi applicabile, ed è tutt’altro che scontata la sua compatibilità con il Protocollo Italia-Albania per come è oggi. Eppure il Governo continua ad anticiparne l’impianto, trasformando queste strutture in un laboratorio politico e in un terreno di potenziale scontro con la magistratura. “È pieno, dunque funziona” è uno slogan efficace. Ma la realtà non è uno slogan. La realtà sono persone che entrano ed escono senza soluzione, testimoni allontanati, rimpatri impossibili, centri semivuoti presentati come trionfi, diritti calpestati. Tutto sempre e inevitabilmente all’insegna dell’opacità. Se questo è funzionare…

*Deputata Pd

27 Febbraio 2026

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