Le ricadute sulla sinistra
Primarie di coalizione ma controvoglia: Schlein deve cedere alla legge elettorale voluta da Meloni
L’indicazione del premier, voluta da Meloni per mettere in difficoltà il Pd è dirimente: meglio i gazebo che un passo indietro dei leader del Campo largo
Politica - di David Romoli
La decisione di imporre l’indicazione del candidato premier nel programma della coalizione, nel disegno iniziale della premier, doveva fare da viatico per il premierato, abituando gli elettori all’idea con un primo assaggio. Dopo la batosta referendaria di quella riforma si sono perse le tracce, chissà se e quando rispunterà fuori. La premier ha però insistito per mantenere inalterato il passaggio sull’indicazione del candidato anche nel testo riveduto e modificato della legge presentato pochi giorni fa. Stavolta però l’obiettivo è diverso: è mettere nei guai la controparte, costringere il Campo largo a una scelta che i suoi leader speravano ardentemente di evitare.
Per il centrosinistra le primarie sono effettivamente un guaio. Hanno in effetti valenza opposta alle uniche primarie di coalizione mai celebrate, quelle dell’Unione di Prodi per le elezioni del 2006. Allora la competizione era inesistente, la vittoria del professore era molto più che certa. Bertinotti era il principale sfidante ma correva per far pesare la sinistra all’interno della coalizione, non per vincere. Nel complesso il rito mirava a cementare un’alleanza molto variegata e ci riuscì solo in parte. Stavolta le primarie minacciano invece di lacerare un elettorato che in quattro anni non si è ancora davvero amalgamato. Se Conte dovesse prevalere è praticamente certo che una parte dell’elettorato Pd diserterebbe le urne. Se Elly dovesse prevalere in modo troppo netto su Giuseppi, sarebbe la base 5S, che già fatica molto a votare candidati di un partito già odiato e non manca di confermarlo ogni volta che si aprono le urne, a non supportare la vincitrice. Inoltre la campagna elettorale evidenzierebbe quel che i leader hanno sin qui fatto: il possibile non per nascondere ma per fingere che sia di secondaria importanza. Il riferimento è alle divisioni su temi come l’Europa, l’Ucraina e la spesa pubblica, a tutto detrimento del possibile voto degli indecisi.
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Per evitare l’ordalia c’è una strada sola, che infatti, almeno sulla carta, non è ancora ufficialmente esclusa: la convocazione di un tavolo di tutto il Campo per decidere insieme chi candidare lasciando le spade nelle guaine. Per un passo del genere sarebbe però necessaria la disponibilità al passo indietro dei due principali leader. Non se ne vede traccia. Al contrario, Schlein non intende convocare tavoli di sorta proprio perché teme manovre dei volponi dell’antico Ulivo e dei centristi per scalzarla. Messa di fronte a una richiesta esplicita di tirarsi generosamente indietro per il bene di tutti, avrebbe molte difficoltà nell’impuntarsi. Dunque meglio dribblare il rischio e passare direttamente alle primarie, costi quel che costi. Con quali regole allestire il torneo però è ancora oscuro, dal momento che i leader hanno preferito illudersi di non doversi porre il problema. L’unico precedente non ha valore, essendo la situazione attuale troppo diversa da ogni punto di vista.
Bisogna quindi definire particolari non proprio secondari. Per esempio se votare in un turno solo o a doppio turno. Nel primo caso ai due sfidanti si aggiungerebbe probabilmente solo un candidato “centrista” a cavallo tra minoranza Pd e Iv, per dare voce e far pesare l’ala destra dell’alleanza. Nel secondo probabilmente le candidature si moltipicherebbero e anche i relativi giochi e alleanze per il ballottaggio. Bisogna poi definire la platea, se aperta a tutti come nelle primarie del Pd o limitata in qualche modo, ma qui l’ipotesi è davvero poco probabile. Non lo è invece l’ipotesi di ammettere il voto online. La platea elettorale, a quel punto si allargherebbe di moltissimo con esiti potenzialmente imprevedibili. Nel complesso, comunque, sarebbe consigliabile per il Campo non perdere più tempo e preparare l’appuntamento con l’attenzione e la cura dovute a un passaggio che sarà certamente importante, potenzialmente in grado di coinvolgere una fetta larga di elettorato tentato dall’astensione, ma anche delicato e rischioso.
La tentazione di rimandare ancora è legata alla speranza che a cavare fuori il centrosinistra dai guai sia la Corte Costituzionale, bocciando l’indicazione del candidato. È possibile ma, stando ai segnali arrivati negli ultimi giorni, non probabile. L’indicazione nel programma è molto più impegnativa del nome sulla scheda tuttavia continua a non essere vincolante per il capo dello Stato e solo quello, pare sarebbe il confine che divide il regno delle norme ancora costituzionali da quello della incostituzionalità.