Membro della Segreteria nazionale Cgil
Intervista a Christian Ferrari: “Col dl sicurezza Italia verso la democratura, la Cgil difende la Costituzione”
“Dalla riforma della giustizia al premierato, dalla repressione del dissenso ai provvedimenti contro chi manifesta: scendere in piazza contro questa torsione autoritaria di stampo trumpista è doveroso”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Christian Ferrari, membro della Segreteria nazionale della Cgil. I censori in servizio permanente bacchettano: il sindacato faccia il sindacato e non si occupi di pace, di Palestina e di giustizia. La Cgil non la pensa così. Cos’è? Non siete più un sindacato?
Il nostro programma fondamentale è la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro. La Cgil ha dato un contributo decisivo a conquistarla, a scriverla, a farle varcare i cancelli di fabbriche e luoghi di lavoro. È semplicemente impensabile che resti indifferente di fronte al tentativo di stravolgerla. Per giunta a colpi di maggioranza, come se non fosse patrimonio di tutte e tutti ma proprietà di una sola parte. Siamo arrivati al punto che il governo, dopo essersi appropriato della funzione legislativa ordinaria, nel caso della legge Nordio si è impossessato perfino della funzione di revisione costituzionale, esautorando il Parlamento, che ha approvato il disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri senza cambiarne un solo comma. Siamo a un’anticipazione di quella “Democrazia del Capo” che ha in mente Palazzo Chigi e che vede nella controriforma della giustizia solo il primo tassello di un disegno più ampio di sovvertimento della nostra Repubblica parlamentare. Il secondo passo sarà il premierato che, se vincessero i sì, vedrà un’accelerazione, magari con l’antipasto di una modifica della legge elettorale in senso ipermaggioritario. L’ultimo tassello è l’attuazione dell’autonomia differenziata di Calderoli. Se l’intero progetto venisse portato a termine, la nostra Democrazia costituzionale ne risulterebbe irrimediabilmente sfigurata: tutto il potere sarebbe concentrato nelle mani della donna o dell’uomo soli al comando, con il popolo chiamato ogni cinque anni a sottoscrivere una cambiale in bianco a chi eserciterà il mandato senza rendere conto a nessuno. Se non ai poteri economici e finanziari, che un modo per far valere i loro interessi lo trovano sempre. Riteniamo un nostro preciso dovere contrastare questa deriva, che ci porterebbe dritti-dritti verso una vera e propria democratura. Così come facciamo la nostra parte per difendere e attuare l’articolo 11 della Carta costituzionale: la promozione della pace – in Medioriente come in Ucraina – è l’unica strada percorribile per chi non vuole rassegnarsi a uno stato di guerra permanente, allo sterminio indiscriminato delle popolazioni civili e alle conseguenze economiche e sociali che i conflitti determinano anche alle nostre latitudini.
Qual è la vera posta in gioco nel referendum sull’ordinamento giudiziario?
Oltre ai rischi in prospettiva di cui ho appena parlato, c’è un pericolo immediato e concretissimo: un forte indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura che – non va mai dimenticato – non sono il privilegio di una casta, ma la garanzia di un’effettiva uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La frammentazione in tre dell’attuale Consiglio superiore della magistratura e il sistema del sorteggio per la selezione della componente togata hanno esattamente questo obiettivo: alterare il bilanciamento dei poteri disegnato dai costituenti per sottoporre quello giudiziario – in particolare i Pubblici ministeri – al condizionamento dell’esecutivo. Lo fanno per dare vita a un sistema più garantista? Non scherziamo, basta leggere la propaganda dei partiti di maggioranza (il cui slogan è sostanzialmente “più manette per tutti”) per capire che lo scopo è esattamente il contrario: una giustizia indulgente, ai limiti dell’impunità, per i potenti e feroce con le persone comuni. Palazzo Chigi ormai pretende di stabilire i capi di imputazione e magari pure le condanne. E hanno già annunciato la prossima mossa: sottrarre la direzione della polizia giudiziaria alle Procure, per portarla sotto il controllo diretto del governo. Sono convinto che, nel corso della campagna elettorale, sempre più cittadini che hanno creduto in buona fede nella promessa di migliorare le garanzie della difesa si renderanno conto che la legge Nordio non solo non risolverà nessuno dei problemi più urgenti (tempi dei processi, carenza di personale, esplosione del precariato, tecnologia insufficiente, certezza della pena, sovraffollamento carcerario), ma metterà in discussione le garanzie e i diritti di tutte e tutti.
- Meloni nella morsa: il decreto sicurezza tra le obiezioni di Mattarella e lo strappo di Vannacci nella Lega
- Decreto Sicurezza, il via libera slitta tra i dubbi di costituzionalità del fermo preventivo: fuori la cauzione per le piazze
- Stretta sulla sicurezza, governo Meloni verso il decreto dopo gli scontri di Torino con scudo penale e fermi preventivi
A proposito di diritti negati. C’è il diritto alla sicurezza sui posti di lavoro. Invece, i morti aumentano e le loro famiglie attendono ancora giustizia.
Ecco un’emergenza che richiederebbe una vera riforma della giustizia (altro che la legge Nordio!) per introdurre: una Procura nazionale per i reati in materia di salute e sicurezza sul lavoro; il gratuito patrocinio per le vittime e le loro famiglie; misure di accelerazione dei processi, eccetera. Anche nel 2025 abbiamo abbondantemente superato la cifra monstre di 1.000 decessi. Una strage figlia di un modello di impresa che mette il profitto al di sopra di tutto, anche della stessa vita umana. Una strage che prosegue senza alcun intervento significativo da parte del governo che, anzi, è riuscito a peggiorare le cose su appalti, subappalti, dumping, tutele contrattuali e salariali. Con l’ultima legge di Bilancio hanno anche tagliato i fondi per la pensione anticipata dei precoci e di chi svolge lavori usuranti. A conferma che, con ogni evidenza, il tema non rappresenta una priorità per la maggioranza: è, infatti, del tutto scomparso dall’agenda di governo, così come la condizione più generale del mondo del lavoro. Non un provvedimento per contrastare la precarietà, che spinge ormai oltre 100.000 ragazze e ragazzi a lasciare ogni anno il nostro Paese per cercare un’occupazione stabile e ben retribuita all’estero; non un passo verso il salario minimo e una legge sulla rappresentanza per contrastare i contratti pirata; addirittura, il tentativo ripetuto di esonerare le imprese condannate per violazione dell’articolo 36 della Costituzione dal dovere di pagare le differenze retributive e contributive; per non dire dell’innalzamento indiscriminato dell’età pensionabile. Parlano continuamente di sicurezza, ma trascurano la fondamentale sicurezza di poter lavorare senza rischiare la vita e di poter vivere dignitosamente grazie al proprio lavoro.
Minneapolis è anche qui da noi?
Mi ha molto colpito la dichiarazione della presidente del Consiglio sulla presenza dell’Ice durante i giochi olimpici di Milano-Cortina. Non una parola di condanna per le atroci violenze perpetrate negli Stati Uniti; non una parola di cordoglio e solidarietà per le vittime uccise e per i bambini sequestrati; ma l’accusa all’opposizione di non volere in Italia gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement salvo poi pretendere che gli Usa ci difendano. Non solo, dunque, la totale indifferenza verso gli abusi di potere commessi negli Usa, dove si è arrivati alle esecuzioni – in pieno giorno e nella pubblica piazza – di due cittadini che protestavano senza commettere alcuna violenza, ma l’utilizzo strumentale di quella drammatica vicenda per giustificare preventivamente la corsa al riarmo che quest’anno vedrà il suo avvio ufficiale anche nel nostro paese. Fanno rabbrividire, invece, le parole rilasciate in una recente intervista da un deputato di Fratelli d’Italia eletto in America: “Pretti sapeva a cosa andava incontro. Nessuno scandalo”. Aggiungiamoci: Salvini che chiede la militarizzazione delle città; il parlamentare della Lega che ha ospitato alla Camera un convegno neofascista poi sventato dalla opposizione sulla cosiddetta remigrazione; la legge sicurezza già approvata (grazie alla quale diversi nostri sindacalisti sono sotto procedimento penale per aver osato organizzare manifestazioni assolutamente pacifiche) e i provvedimenti varati ieri in Consiglio dei ministri, e il quadro è completo. Un quadro molto preoccupante. La stampa mainstream fa da amplificatrice all’assioma, caro alla destra e non solo, piazze=mare in cui si muovono a loro piacimento i violenti. C’è chi ha chiesto conto a parlamentari, sindacalisti, artisti e intellettuali etc, di aver partecipato alla manifestazione di sabato scorso a Torino. Noi condanniamo sempre – senza se e senza ma – qualsiasi forma di violenza: inaccettabile in sé e, oltretutto, controproducente per la causa che a parole si dichiara di voler sostenere. Ce lo insegna la storia e, da ultimo, quanto avvenuto proprio a Minneapolis, dove la partecipazione delle persone e la protesta pacifica hanno costretto perfino Trump a fare, almeno parzialmente, marcia indietro. La Casa Bianca ha tentato in tutti i modi di provocare una reazione violenta per legittimare la stretta autoritaria agli occhi dell’opinione pubblica, ma non l’ha ottenuta grazie all’intelligenza di quello straordinario movimento di cittadinanza. Fatta questa doverosa premessa, ci preme ricordare al governo e al ministro dell’Interno che è loro preciso dovere garantire alle persone di poter manifestare liberamente e in sicurezza. La speculazione dell’esecutivo sui fatti di Torino – contro i manifestanti pacifici e contro la magistratura – serve solo a giustificare la torsione securitaria e propagandistica che sta portando avanti. Una torsione che ci avvicina al modello Trump e ci allontana dai valori e dalle libertà costituzionali. L’espressione democratica del dissenso e l’esercizio pacifico del conflitto sociale non si fermano a colpi di decreto.