La grande intellettuale della diaspora ebraica

Intervista ad Anna Foa: “Gli errori della sinistra in politica internazionale: non basta dire ‘pace’, serve il diritto”

«È forse la maggiore conquista dal dopoguerra, non ci si rende conto dei disastri prodotti dalla sua demolizione che vede Israele e l’America di Trump in prima linea. Purtroppo la sinistra europea non l’ha difeso»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

17 Gennaio 2026 alle 10:12

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Un mondo in fiamme, dove la prepotenza armata sta cancellando il diritto internazionale e ogni barlume di umanità. L’Unità ne discute Anna Foa, una grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega così lo straordinario successo del suo ultimo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza). Membro della redazione della Rassegna mensile di Israel e del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, Anna Foa ha scritto saggi per la Storia d’Italia Einaudi e articoli per L’Osservatore Romano e Avvenire.

È stata membro del comitato scientifico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, ha fatto parte della redazione di Donne, Chiesa, Mondo (supplemento dell’Osservatore Romano), collabora al quotidiano dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche 24, al portale dell’ebraismo italiano www.moked.it, e a programmi culturali Rai, sia televisivi che radiofonici. Nel 2019 è stata insignita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella del grado onorifico di commendatore, assegnato ai cittadini che si sono distinti per il loro contributo nelle professioni, nella cultura e nella società. È stata professoressa associata (2000-2010) di Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma.

“Il mondo in mano ai gangster. Khamenei, Trump, Netanyahu, Putin, i re della guerra”. Così titolava in prima pagina l’Unità. Professoressa Foa. È una fotografia aderente al mondo di oggi?
Direi proprio di sì, e aggiungerei un doloroso purtroppo. Spero che ci sia altro, ma a livello di capi di Stato mi sembra che quelli che stiano facendo più chiasso e più danni siano loro. Putin con l’Ucraina e le minacce all’Europa. Israele lo sappiamo bene, quello che sta succedendo anche adesso che la guerra a Gaza si è più o meno fermata ma continua in Cisgiordania. Trump sta togliendo la democrazia negli Stati Uniti uccidendo i suoi stessi cittadini e minacciando interventi ovunque, dalla Groenlandia al Sudamerica, dove l’ha già realizzati, all’Iran dove speriamo che si riesca a liberare senza di lui, e poi ovviamente Khamenei con un regime assolutamente terribile che deve essere abbattuto e nonostante la durissima repressione in atto, spero con tutto il cuore che gli iraniani, con i giovani e le donne in prima fila, riescano stavolta a conquistare la libertà. Vedo qualche possibilità in più rispetto al passato, ora che anche il ceto dei commercianti, la borghesia del bazar, si è unito ad una protesta che ha anche radici economiche. La loro lotta è la nostra lotta.

In tutto questo, che fine ha fatto il diritto internazionale?
Il diritto internazionale è stata la prima vittima di questa situazione. Mi pare che non ci sia abbastanza resi conto nel mondo dei disastri suscitati dalla demolizione del diritto internazionale. E in questo Israele è stato in primo piano, insieme agli Stati Uniti di Trump.
L’affermarsi del diritto internazionale è forse la maggiore conquista che si sia fatta nel secondo dopoguerra. Quella di immaginare un mondo con dei tribunali che giudicassero i criminali di guerra a livello internazionale. Il definirsi di organizzazioni internazionali che aiutassero, agissero, prestassero soccorso ai profughi in fuga da guerre, pulizie etniche, stupri di massa e via elencando indicibili orrori. Tutto questo è stato sistematicamente demolito. La demolizione etica e politica che ne ha fatto Israele con il peggiore governo della sua storia statuale, accusando di terrorismo le organizzazioni internazionali e di antisemitismo l’Onu, non può essere sottaciuta né giustificata tirando in ballo il diritto di difesa. Faccio queste considerazioni su una gloriosa, storica testata della sinistra. E questo mi porta ad una riflessione amara…

Quale, professoressa Foa?
Beh, è mancata da parte della sinistra europea una difesa del diritto internazionale. È stata troppo tiepida. Avrebbe dovuto essere la prima delle difese da compiere. Era la difesa di qualcosa che era stata una grandissima conquista del secondo dopoguerra, che difendeva la pace. Erano gli strumenti per la pace. E questo è stato mancato. Anche il pacifismo che si limita a dire pace senza comprendere appieno l’importanza del diritto internazionale nell’affermazione della pace ha le sue responsabilità nel fatto che nessuno ha pensato al diritto internazionale, come fossero delle briciole di un piatto mentre invece ne era la portata principale.

Restando sulla sinistra e su quel grande movimento che si è manifestato su Gaza. C’è chi sostiene che la stessa empatia non sta scattando nei confronti del popolo iraniano in rivolta. È un’accusa strumentale?
Certamente è anche questo. Va poi considerato che ci sono alcuni casi di violazione o di violenze o di dittature che hanno avuto maggior peso di altre nella storia, come lo hanno avuto le lotte di liberazione di alcuni popoli rispetto ad altri. Questa è una constatazione storia, non una giustificazione etica o altro. Pensiamo al Vietnam, che è stato assunto come un simbolo dalla sinistra, del pacifismo e della lotta contro la guerra. Cose di tantissimi anni fa, ma poi, a veder bene, la staffetta è stata ripresa dalla Palestina e dalla lotta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana. Tutto questo per dire che c’è sempre stato qualche caso assurto a simbolo, maggiormente sentito di altri. Poi probabilmente pesa anche il fatto che i nemici dei miei nemici sono miei amici…Un discorso folle, assurdo, che non dovrebbe esser mai considerato, perché ha bloccato la solidarietà in molti casi. L’ha bloccata nei confronti dell’Ucraina, la sta bloccando in parte, penso al Movimento 5Stelle, rispetto all’Iran, con un distinguo nel voto parlamentare che ritengo molto grave per non dire vergognoso. Senza considerare quelli che sono effettivamente gli eventi. Se si ragiona semplicemente sulla base degli schieramenti, allora si arriva ad appoggiare di fatto il regime teocratico-militare iraniano o a sostenere Putin. Se invece si ragiona sulla base di quelle che sono le situazioni concrete, le dittature, le violenze, la repressione, beh allora ogni situazione va analizzata per quel che è la resistenza in atto in Iran va sostenuta senza se e senza ma. Lo si può fare con manifestazioni, come quella che ci sarà oggi (ieri per chi legge, ndr) a Roma in piazza del Campidoglio, e lo si può anche con latri mezzi, sollecitando, ad esempio, il boicottaggio delle merci o rivedere i nostri accordi commerciali con il regime iraniano, cercando di colpire gli interessi economici degli Ayatollah e dei Guardiani della rivoluzione. Per fare un parallelismo sulla natura di regimi etnico-religiosi che si stanno imponendo nel mondo e in particolare nel Medio Oriente.

C’è chi vede delle analogie tra il regime teocratico iraniano e quello che la destra messianica sta cercando di imporre in Israele. È un accostamento fondato, professoressa Foa?
Guardi, in una delle manifestazioni prima del tragico 7 ottobre 2023, quelle contro il progetto portato avanti dal governo Netanyahu di demolizione della Corte Suprema e delle grandi manifestazioni di massa in Israele contro quello che veniva considerato un golpe giudiziario contro lo Stato di diritto, la parola d’ordine di una delle ultime manifestazioni pre-7 ottobre, era “l’Iran è qua”, che si riferiva all’estensione di questo mefitico clima messianico con un continuo richiamo ai testi sacri e alla volontà divina. In questi giorni, i dittatori dell’Iran hanno proclamato che chi manifesta è un nemico di Dio. Siamo nello stesso clima. Naturalmente ci sono delle differenze tra il regime degli ayatollah e quello che dicono fanno gli ebrei messianici nel governo israeliano, ma ci sono anche delle somiglianze come in tutte le forme oscurantiste e iper-religiose di immagine del mondo e di azione.

Si è sempre parlato dell’Occidente come il luogo dei valori e dei principi democratici. Aldilà della retorica e delle forzature propagandistiche, di quell’Occidente cosa è rimasto oggi?
Un po’ ne è rimasto ancora. Innanzitutto, è rimasta una forte spinta da una grossa parte dei cittadini di alcuni Stati, penso alla Spagna, ma anche all’Italia, alla Francia, a reagire in nome della democrazia, del rispetto dei diritti umani. E poi penso al fatto che, almeno teoricamente, non si siano ripudiati questi valori. Mi dirà che è qualche cosa che non serve a niente se poi non si osservano; tuttavia, ritengo che sia sempre meglio dare un avallo, sia pur teorico, a questi valori anche c’è chi, e il titolo appropriato de l’Unità ne cita alcuni dei più responsabili, quei valori li calpesta quotidianamente. Dico che vale comunque rivendicare e difendere quei valori perché sia chiaro sempre chi è dalla parte del giusto. Riaffermarlo è in un certo senso rassicurante. Penso che siamo di fronte ad un attacco molto ampio, molto convergente e anche molto veloce ai nostri valori, non soltanto ai valori democratici, ma anche ai valori dell’umanesimo, l’idea della pace, l’idea del valore dell’essere umano, l’idea dell’uguaglianza, tutta una serie di valori che certamente non sono stati soltanto dell’Europa, ma che nell’Europa, in alcuni momenti storici, hanno avuto la loro culla: penso, ad esempio, all’illuminismo e all’umanesimo. Penso alla risposta ai disastri della Seconda guerra mondiale. Abbiamo avuto una cultura che adesso è scomparsa in genere in Europa, anche rispetto alla grande cultura del periodo tra le due grandi guerre del ‘900. L’attuale è una cultura estremamente ridotta, estremamente impoverita. E questo è significativo.

A proposito della Seconda guerra mondiale e di quello che determinò come sua conseguenza. Nel film Norimberga, c’è la frase di Collingwood, a conclusione del film: “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto”. La memoria si è smarrita?
La memoria se non smarrita si è certamente deformata. È andata dove si voleva che andasse. Chiunque la tira dalla sua parte come fosse un tessuto elastico. La memoria storica ha subito delle deformazioni spaventose. In nome della memoria si giustificano cose che con la memoria non hanno nulla a che fare, almeno con una memoria che serva a rendere migliore il mondo, come avrebbe dovuto essere la memoria successiva alla Seconda guerra mondiale. Dico questo anche in vicinanza della Giornata della Memoria. Credo che si possa ancora lavorare sulla memoria, cercando in qualche modo di correggere queste deformazioni. Ci si deve impegnare, tutte e tutti per quello che si può e dove si può, perché sono fermamente convinta che la memoria serva. Cancellare la memoria sarebbe un atto che ci aiuterebbe a precipitare ancora più velocemente verso un mondo privo di valori. La memoria a cui l’umanità dovrebbe aggrapparsi, non può essere una memoria selettiva.
Non può, non deve essere una memoria selettiva. Ma non è una memoria selettiva ricordarsi di quello che è successo, per esempio, fra il ’40 e il ’45. Non è una memoria selettiva ricordarsi delle camere a gas. È una memoria che si basa su fatti e dati accertati e reali.

La memoria non è soltanto qualcosa che serve a colmare il dolore del passato e di quelli che sono i discendenti di quelli che sono state vittime, a milioni, dell’orrore dei lager nazifascisti. La memoria è qualcosa che deve aiutarci a guardare avanti. Anche attraverso la memoria del passato si guarda avanti e si cerca di costruire un mondo che elimini quei crimini. Mai più. Per tutti.
Per questo è stato creato il concetto di genocidio dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944 guardando a quello che succedeva, riaffermando la necessità di una memoria che identificasse dei crimini e consentisse di evitarli o comunque combatterli con l’arma del diritto internazionale. La memoria a mio avviso si è senz’altro deformata, basta vedere l’uso che ne sta facendo in questo momento il governo israeliano, accusando tutti di antisemitismo e riallacciandosi ad una sorta di antisemitismo eterno di cui vede il culmine nella Shoah e poi addirittura nel 7 ottobre che con la Shoah non c’entra nulla. Come non c’entra nulla neanche Gaza, che è un’altra cosa, ma è qualcosa che ci deve anche aiutare a rifiutare quello di terribile è successo lì, come ci aiuta a rifiutare durante la Shoah, ricordando che i crimini commessi dai nazifascisti, come a Marzabotto, non furono rivolti soltanto contro gli ebrei.

 

17 Gennaio 2026

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