L'eurodeputato Pd

“Da Trump e Vance parole inaccettabili, su Groelandia e Venezuela erosione del diritto internazionale”, parla Benifei

«Le minacce sulla Groenlandia e le recenti dichiarazioni del vicepresidente minano le fondamenta dell’alleanza. Il lavoro legislativo al parlamento europeo sull’intesa commerciale va messo in pausa finché le condizioni non tornino alla normalità»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

10 Gennaio 2026 alle 09:00

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Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica
Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica

Brando Benifei, eurodeputato del Partito democratico, Presidente della Delegazione per le Relazioni con gli Stati Uniti e Coordinatore per il Gruppo S&D in Commissione del commercio internazionale.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un fatto senza precedenti: forze statunitensi hanno compiuto un’operazione militare in Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro e il trasferimento negli Stati Uniti. Qual è la sua reazione a questo intervento, e soprattutto come valuta la legittimità di un’azione simile?
Quello che è accaduto in Venezuela segna un’ulteriore pericolosa erosione del diritto internazionale. Anche se Maduro deve essere considerato, incontrovertibilmente, come responsabile per la repressione interna e la crisi umanitaria e sociale che ha causato al popolo venezuelano, l’uso unilaterale della forza da parte di Washington viola i principi di sovranità e non ingerenza che devono regolare le relazioni internazionali. La sua cattura da parte degli Stati Uniti, penetrando con metodi militari in territorio straniero senza un mandato internazionale appropriato non può essere normalizzata. L’Unione Europea deve difendere il diritto internazionale basato su regole, non piegarsi alla logica del più forte.

Alcuni leader europei hanno espresso posizioni divergenti sull’episodio venezuelano. Ritiene che l’Europa si sia mossa con sufficiente fermezza?
Assolutamente no. La risposta dell’UE è stata troppo timida, e questo manda un segnale sbagliato. La difesa dei principi democratici non può essere selettiva: si deve condannare l’uso della forza non autorizzato, pur condannando contestualmente regimi autoritari.
Principi e pragmatismo non sono in contraddizione, ma in necessario equilibrio.

In parallelo, è tornato alla ribalta il discusso tema della Groenlandia, con dichiarazioni pubbliche del presidente Trump che evocano un possibile interesse – militare o meno – sull’isola. Quanto realistica è, secondo lei, una simile eventualità, e l’Europa deve prepararsi militarmente?
L’idea che un Paese alleato tratti un territorio di un altro alleato come un oggetto da acquisire è profondamente preoccupante. Parliamo di un territorio autonomo del Regno di Danimarca, parte integrante della comunità transatlantica. Ogni ipotesi di mossa unilaterale sarebbe una violazione del diritto internazionale e richiederebbe una risposta condivisa da parte dell’UE e della NATO. Oggi si discute se un preventivo dispiegamento di forze armate europee in Groenlandia sia da prendere in considerazione come forma di deterrenza. Credo che possa essere una strada e allo stesso tempo ritengo imperativo rafforzare la cooperazione diplomatica, la solidarietà con i Paesi alleati e dotarsi di una difesa comune europea più autonoma.

Molti commentatori parlano di una nuova epoca di ordine globale inaugurata da Trump, con un ritorno alla dottrina del potere e degli interessi nazionali più duri. Lei come interpreta questi sviluppi?
Più che di nuovo ordine, parlerei di nuovo disordine globale. Lo vediamo chiaramente nella National Security Strategy statunitense: un documento che definisce il mondo come un’arena di competizione permanente tra grandi potenze, dove la cooperazione multilaterale viene subordinata all’interesse nazionale immediato. In quella visione, il diritto internazionale, il multilateralismo e persino gli alleati diventano strumenti contingenti. Quello che stiamo vivendo è quindi un test per l’ordine multilaterale. Un mondo governato dal più forte rischia solo di alimentare nuovi nazionalismi, guerre e sfiducia tra i popoli. Tutto questo ha un legame anche con quanto sta accadendo all’interno degli Stati Uniti: con i raid dell’Ice culminati nell’uccisione di una donna inerme a Minneapolis, con la tensione fortissima fra poteri e istituzioni statali e federali, il 2026 sarà un anno complicatissimo anche per ragioni di politica interna avvicinandosi le elezioni di medio termine.

Passiamo ora alle relazioni economico-commerciali: l’intesa sui dazi tra UE e Stati Uniti, raggiunta a Turnberry in Scozia, ha scatenato un dibattito molto acceso. Lei ha espresso critiche verso questo pacchetto. Ci spiega perché?
In primo luogo, quell’accordo è presentato come lo strumento che fissa un quadro per abbassare i dazi su larga parte dei prodotti europei e salvaguardandone l’accesso al mercato americano, per scongiurare l’entrata in vigore delle cosiddette “tariffe reciproche” di Trump. In realtà, l’accordo stabilisce un innalzamento dei dazi sulla quasi totalità dei prodotti europei al 15%, mentre al contempo rimangono dazi al 50% su prodotti quali l’acciaio e i suoi derivati, che di fatto sono esclusi dal mercato americano. Da parte mia ho sostenuto che un accordo così com’è uscito dal negoziato fosse insostenibile e, sotto molti aspetti, giuridicamente discutibile; al Parlamento Europeo stiamo infatti lavorando per ricalibrare i termini e proteggerne l’equilibrio e la legalità nella cornice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Inoltre, l’intesa prevede concessioni unilaterali da parte europea, non solo con un impegno a investire negli Stati Uniti in ambito energetico, nell’industria manifatturiera e in prodotti per la difesa, senza adeguate contropartite, ma anche offrendosi di voler riconsiderare alcune norme europee chiave in ambiti quale le emissioni energetiche, le norme di responsabilità sociale e d’impresa, tra cui la due diligence, e le norme sulla deforestazione. Su questo fronte l’atteggiamento troppo sottomesso alle pressioni americane da parte della Commissione Europea è qualcosa che non si può accettare.

Alcuni eurodeputati, lei compreso, hanno parlato della necessità di mettere in pausa il lavoro legislativo in corso sull’abbassamento dei dazi sui prodotti industriali e alcuni prodotti agroalimentari americani verso l’Unione Europea, che codifica normativamente l’accordo politico negoziato tra Trump e von der Leyen con lo joint statement UE-USA sui dazi. Qual è il senso di questa richiesta?
Ritengo che sia necessaria una pausa al lavoro legislativo al Parlamento Europeo sull’accordo UE-USA sui dazi fintanto che le condizioni politiche stanti alla base delle relazioni transatlantiche non ritornino alla normalità. Le minacce di Trump e della sua amministrazione sulla Groenlandia, e ancora poi recentemente le dichiarazioni di JD Vance e di Stephen Miller, superano ampiamente il perimetro dell’accettabile e portano la discussione a un livello davvero critico, mettendo in discussione le fondamenta della nostra alleanza e partnership strategica transatlantica, che dobbiamo preservare ma solo sulla base del rispetto reciproco. Fortunatamente anche nel Congresso voci critiche, non solo fra i Democratici, si stanno finalmente alzando.

Questo ci porta alla sua visione più ampia: come deve muoversi l’Unione Europea per limitare la dipendenza dagli Stati Uniti nei settori militare, commerciale, energetico e tecnologico?
Serve un progetto strategico europeo ambizioso, a partire dalla necessaria diversificazione dei mercati, per consolidare relazioni politiche e commerciali con altri Paesi. Accordi come quello con il Mercosur sono un tassello importante di questa strategia, purché siano accompagnati da regole forti su ambiente, diritti sociali e lavoro, per evitare che standard più bassi diventino concorrenza sleale per le nostre imprese e lavoratori. L’Europa deve accelerare il suo lavoro per raggiungere una vera autonomia: investire in tecnologie europee, energia rinnovabile e semiconduttori è cruciale. Non possiamo essere vincolati da monopoli tecnologici o forniture esterne in settori chiave della nostra competitività. Per quanto concerne la difesa, serve sviluppare capacità proprie dando all’Europa margini di autonomia e responsabilità reali, anche per non trovarci costretti ad accondiscendere a scelte altrui che non riflettano i nostri valori. Infine, bisogna ribadire e far rispettare perentoriamente l’autonomia regolamentare dell’UE: dobbiamo mantenere e sviluppare normative che riflettano principi di sostenibilità ambientale, giustizia sociale, protezione dei lavoratori e diritti umani. È fondamentale non solo per la nostra identità, ma anche per proteggere le imprese europee dalla concorrenza di chi non rispetta standard comparabili. Questo vale nei confronti degli Stati Uniti ma in relazione a tutti i rapporti commerciali che l’UE instaura, compreso, e in particolare, nell’accordo con il Mercosur.

Nei prossimi mesi l’Europa sembra avere davanti un bivio: rafforzare il legame con Washington o spingere verso una maggiore autonomia. Qual è il suo messaggio finale?
L’Europa non deve scegliere tra servilismo e contrapposizione sterile. Deve invece promuovere un modello di cooperazione basato sul rispetto delle regole, sui diritti e sulla sostenibilità. La nostra forza non risiede nella subalternità né nella guerra commerciale, ma nella capacità di costruire relazioni internazionali equilibrate, rispettose delle identità e fondate su regole condivise. È un percorso difficile ma necessario, perciò il nostro governo deve smettere di tenere l’Italia ai margini di questa discussione, con un impegno palesemente scarso nella costruzione della sovranità europea. Giorgia Meloni purtroppo continua a subordinare ai suoi interessi politici quelli dell’Italia e dell’Europa, ma la speranza è che con le prossime elezioni politiche e la vittoria del centrosinistra l’Italia possa riprendere un ruolo propulsivo nella costruzione di un ordine mondiale differente.

10 Gennaio 2026

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