L’esposto presentato da Mediterranea
Gli scafisti della Meloni scaraventano in mare 10 ragazzini
A scaraventare in acqua davanti ai soccorritori di Mediterranea dieci ragazzini sono stati i miliziani della 101esima brigata di Tripoli comandata da un astro nascente tanto caro a Piantedosi
Politica - di Luca Casarini
L’esposto presentato da Mediterranea ai giudici di Trapani e a quelli della Corte Penale Internazionale dell’Aja, espone fatti molto gravi, concreti, documentati con video e foto. Fatti che nel Mediterraneo centrale purtroppo non sono una novità, ma stavolta sono evidenti le prove delle azioni criminali degli amici e complici del governo italiano, una risma di banditi veri e propri trasformati in questi anni in uomini al soldo di Roma per fermare, con ogni mezzo, profughi e migranti che tentano di fuggire verso le nostre coste.
Se non fosse che quelli in mare e in terra sparano per davvero, potremmo definirla la “pistola fumante” delle complicità italiane nella violazione sistematica e continuativa delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra. E’ la prova del fatto i destinatari dei lauti finanziamenti italiani sono bande di assassini, signori della guerra locali divenuti interlocutori privilegiati e protetti dai nostri servizi di sicurezza e dal governo, attraverso l’elargizione di somme di denaro cospicue e di mezzi e programmi di addestramento militare effettuati a nostro carico nelle basi di Gaeta e altri siti sparsi per tutto il nostro paese.
I fatti sono chiari: coloro che lo scorso 21 di agosto, di notte, hanno scaraventato in mare davanti agli occhi increduli dei soccorritori della nave Mediterranea, dieci ragazzini profughi, con il chiaro rischio di ucciderli per annegamento, erano miliziani di una brigata, la centoundicesima, in servizio per il governo di Tripoli. Anzi, sotto il comando di un astro nascente, dopo l’agguato che ha teso ad un altro boss tripolino, Al-Kikli, uccidendolo, il nuovo sottosegretario alla difesa Al Zoubi, ricevuto dieci giorni dopo ciò che era accaduto in mare, proprio da Piantedosi e, naturalmente, da colui che manovra sul campo in Libia, il Generale Caravelli, capo dell’Aise, il servizio segreto esterno. Si dice che sia proprio il Generale Caravelli, insieme al sottosegretario Mantovano, ad aver fortemente voluto nel settembre del 2024, la messa sotto sorveglianza con il software militare “Graphite” degli attivisti di Mediterranea, consegnando un rapporto di classificazione nei quali questi ultimi vengono definiti come target per “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Ma la coppia in realtà è un triangolo: Mantovano, Caravelli e Piantedosi sono oggi il cervello operativo di tutto quello che riguarda la Libia. Oltre ai rapporti torbidi con i torturatori come Almasri, bisogna metterci anche l’incessante lavoro di contrasto e criminalizzazione delle ong che si ostinano a soccorrere migranti in mare. L’omissione e il sabotaggio dei soccorsi, a favore della cattura da parte libica di donne uomini e bambini che scappano dall’inferno, sono una complessa articolazione del piano di “respingimento” messo in atto dal governo. Un piano di “remigrazione” come direbbe Casapound o un neonazista dell’Afd, giocato in anticipo. Le conseguenze di questa proiezione operativa dell’ideologia che anima i signori al governo, quelli che applaudono ai discorsi del papa sul fatto che siamo tutti “fratelli e sorelle”, le contiamo sul numero di bare ma soprattutto sul numero di quelli ai quali non è concessa nemmeno una bara, quelli che stanno in fondo al mare, o sepolti in qualche fossa comune in Libia. Sono innocenti, certo, ma quell’ideologia, che ha preso in ostaggio il mondo dei nostri tempi, li considera “umanità in eccesso”, e liberarsene, in un modo o nell’altro, fa parte del buongoverno.
I servizi costruiscono dossier sugli attivisti ed attiviste dei diritti umani e del soccorso in mare. Sono materiali utili a diversi utilizzi: o si fanno uscire a mezzo stampa, utilizzando pseudo giornali compiacenti e schierati, e dunque interi fascicoli di mesi e anni di intercettazioni vengono montati ad arte per tentare di demolire le persone, oppure si cerca la procura disposta ad aprire inchieste su misura, fondate su ipotesi assurde, come il “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a mezzo di soccorso in mare”, ma suffragate da pedinamenti, mail rubate, foto e video su spostamenti, audio estrapolati da conversazioni e tutto l’armamentario da Grande Fratello che conosciamo. Non importa che il processo vada buon fine. Basta che ci sia la notizia del suo inizio. Prevale la logica da milizia anche a palazzo Chigi. Stavolta le prove ci sono, sono già sulle scrivanie di giudici, alcuni dei quali sanno benissimo di cosa si parla: quelli della Corte dell’Aja hanno toccato con mano nel caso Almasri, quanto siano forti e di indicibile natura i rapporti tra governo italiano e trafficanti torturatori ricercati. Ma perché i miliziani governativi di Tripoli hanno messo in atto un tentato omicidio davanti ad una nave del soccorso civile? I fatti sono i fatti, e appunto investigatori e giudici potranno farne tesoro se vorranno perseguire reati commessi a danno di innocenti.
Ma noi, che investigatori e giudici non siamo, abbiamo proprio per questo una libertà in più: quella di provare ad immaginare, fare delle ipotesi e proporle all’attenzione dell’opinione pubblica. Ad esempio, visti i fatti, sorge una domanda: ma perché i miliziani del governo di Tripoli hanno messo in scena, davanti ad una nave di soccorso, quel tentato omicidio di dieci profughi? Secondo me volevano inscenare in realtà quello che in gergo si chiama “jettison” o modalità da “runaway boat”. È una tecnica usata qualche volta da barche veloci che partono con il loro carico umano dalle coste libiche, raggiungono una nave e “scaricano” le persone. E poi tornano indietro. Il vantaggio di una tale modalità è salvare imbarcazione e motore, e magari farsi pagare più caro il viaggio che è rapido e relativamente sicuro. Ma nel caso dei miliziani della 111ma brigata questo sembra poco plausibile. Hanno rischiato di ammazzare tutte le persone, e secondo le testimonianze dei sopravvissuti, ne hanno proprio ucciso quattro appena partiti, proprio perché protestavano e si agitavano. Il “viaggio” non era infatti concordato con i ragazzi migranti. Li hanno prelevati di notte, senza dire niente, e caricati nel motoscafo veloce. Non potevano poi “approcciare” per il trasbordo, pericoloso comunque, perché il rischio di essere riconosciuti era troppo alto. Anche se teleobiettivi e buone videocamere hanno consentito lo stesso di identificarli. Dunque fanno tutta questa scena, buttando in acqua le persone, forse per due ragioni possibili.
La prima: fare andare via la nave di soccorso da dove si trovava. E il motivo forse non è solo il solito e cioè impedire i soccorsi. Da due giorni infatti le attenzioni verso Mediterranea che stava pattugliando quel tratto di mare nelle acque internazionali davanti a Tripoli erano più pesanti del solito. Il motoscafo che ha buttato a mare i ragazzini era lo stesso di una flottiglia di otto che di giorno aveva circondato Mediterranea e intimato mostrando le armi di andarsene da li, di andare “verso nord”. La pattuglia degli otto motoscafi veloci con i miliziani armati, in mimetica e con i passamontagna calati sul volto, si è poi ritirata, facendo spazio all’arrivo di una motovedetta “classe Corrubia”, una di quelle fornite dal governo italiano alla cosiddetta “guardia costiera libica”. Il messaggio non è cambiato: “andate via da qui”. Essendo acque internazionali ed essendo l’equipaggio di Mediterranea poco incline ad obbedire ad ordini illegali per di più dei soggetti in questione, l’unica maniera di fare andare via la nave era quella di obbligarla ad un soccorso, gettando in mare qualcuno. Ma cosa doveva passare di là, per cui non ci dovevano essere testimoni? Perché se fosse stato solo impedire i soccorsi, bastava la loro presenza e un loro eventuale intervento prima di Mediterranea. E quindi, cosa volevano che non si vedesse?
Seconda ipotesi: da molto tempo i servizi italiani e i loro corrispettivi libici, stanno lavorando per costruire una montatura giudiziaria a livello internazionale, contro la rete del soccorso civile in mare. La criminalizzazione di chi soccorre è uno dei punti centrali nell’affermazione dei piani del governo italiano. La montatura probabilmente si basa sulla creazione ad arte di scenari nei quali le ong siano spacciabili “complici” degli “scafisti”. Ora, chi va in mare ma anche tanti altri, sanno che questo non solo non è mai stato vero, ma è anche impossibile: gli scafisti, i capi che decidono quante barche partono oggi e quante domani, sono quelli che prendono soldi dal governo italiano. Anche quelli che “lavorano in proprio”, pagano la tangente alle guardie. Le ong, con il loro lavoro non solo di soccorso, ma di denuncia e testimonianza dei crimini che si commettono in Libia ad opera delle milizie, sono il nemico. I capi milizie in Libia sono stati fatti diventare “Ammiragli”, come Bija, “Ministri”, come Trebelsi, “capo della polizia giudiziaria”, come Almasri. Gli si concedono salvacondotti e passaporti con visti permanenti, perché possano curare i loro affari in tutta Europa. Persino le cure, quando ne hanno bisogno, vengono a farle in Italia, nei migliori ospedali pubblici e privati, protetti dalla Digos.
Le Ong lottano contro tutto questo. Per fermarle, quale modo migliore di costruire la prova dei “legami” con i criminali? Non vi sarebbero solo risvolti giudiziari se si affermassero queste bugie: ad esempio i libici potrebbero colpire una nave di soccorso anche in acque internazionali, se la ritengono “mezzo per la continuazione di un reato cominciato sul suolo sovrano”. Pochi giorni fa una motovedetta libica ha sparato per venti minuti e ad altezza giusta per uccidere, contro la nave Ocean Viking. Ci sono i filmati, i buchi e anche i proiettili. Qualcuno del governo, delle istituzioni ha per caso detto qualcosa? Stanno “lavorando” per legittimare l’innalzamento del livello di scontro nel Mediterraneo contro la Flotta Civile. Per trasformare definitivamente le finte zone Sar come quella libica, in una specie di zona franca dove catture, deportazioni e naufragi siano legalizzate.