L'intervista al porporato di origini lucane
Alle radici della fede, il cardinale Roberto Repole: “Occidente in crisi, aumentano i tiranni: abbiamo bisogno di guide amorevoli come Papa Leone”
La consegna delle chiavi della Città di Rapone, in provincia di Potenza, Comune di origine della famiglia dell'Arcivescovo di Susa e Vescovo di Torino. "L'accoglienza dei migranti è anche un'occasione di restituzione. I media esasperano le divisioni nella Chiesa"
News - di Antonio Lamorte
Anche se solo per un momento, un momento lunghissimo e ancora indimenticabile, quando il cardinale protodiacono Dominique Mamberti ha pronunciato l’Habemus Papam in Piazza San Pietro, i fedeli di una piccola comunità in Basilicata hanno trattenuto il respiro, pensato che l’incredibile si fosse avverato. “Per fortuna io ero dall’altra parte, io ero tranquillo”, ha commentato ironico il cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, tra i primi a essere informato dell’elezione del suo quasi omonimo Robert Prevost, Papa Leone XIV, perché lui c’era in Cappella Sistina, a votare nel Conclave. Lo ha detto sorridendo, il cardinale, mentre veniva accompagnato per le strade di Rapone, Comune in provincia di Potenza che era stato dei suoi nonni e di suo padre Vito, prima che la famiglia emigrasse in blocco in Piemonte.
A Rapone, il “Paese delle Fiabe”, ci vivono ormai meno di mille persone. Il cardinale ci è tornato per due giorni fitti di incontri con la comunità culminati nella consegna delle chiavi della città. “Questa è una comunità che vuole resistere – le parole della sindaca Felicetta Lorenzo – vogliamo resistere insieme creando i presupposti per quel risorgimento, quel rinascimento delle comunità cui tutti gli attori sul territorio devono contribuire. Lei (al cardinale Repole, ndr) è la testimonianza concreta che tramite la fede, la passione, lo studio e la dedizione si possono raggiungere grandi risultati. Vorremmo ci considerasse la sua famiglia allargata, che ci porti sempre nel suo cuore e nelle sue preghiere”.
Due giorni alle origini della vita e della fede, un benvenuto e un bentornato insieme, alle radici dell’appartenenza tra piatti tipici e poesie, le associazioni e le realtà del posto che hanno omaggiato il cardinale. “Soprattutto nel contesto mediatico attuale che riconosce soltanto determinati canoni, dobbiamo riappropriarci del fatto che le nostre vite, nella loro semplicità, qualche volta anche nella loro banalità, sono qualcosa di davvero profondissimo e serissimo, per noi e per coloro ai quali trasmettiamo la vita”, ha ricordato Repole che spesso è tornato sui concetti di gratitudine – ai tempi della società individualista – e di Comunità – in un territorio sopraffatto dallo spopolamento: ma cos’altro è la fede cristiana se non il credo della resurrezione, della vita che vince sulla morte.
Eminenza, quali sono i suoi ricordi del paese?
Di quando ero piccolo ho pochissimi ricordi. Sono dei flash, perché sono venuto fino a quando avevo tre, quattro anni. I primi ricordi più intensi risalgono all’anno della mia maturità, nel 1986, quando con mio fratello e i miei due cugini, venimmo con lo zio Carmine. I nonni stavano al paese in estate. Quello che ricordo è soprattutto legato ai miei affetti: del paese avevo sentito parlare mio padre e i nonni, ero innanzitutto venuto a vedere dov’erano vissuti. Ricordo un paese molto tranquillo, con tradizioni agricole intense. C’erano ancora tutte quelle persone anziane di cui sentivo spesso parlare.
Avrà ricordi più definiti della comunità lucana al nord.
La comunità lucana al nord, in Piemonte, ha uno spiccato senso di appartenenza. Mio padre con i suoi cinque fratelli emigrarono tutti in Piemonte, dopo si trasferirono anche i nonni. Fittarono un alloggio a Druento ma passavano l’estate al paese. Le tradizioni lucane c’erano nella misura in cui si riuniva la famiglia. Druento, dove sono cresciuto, in qualche decennio è passato da poche migliaia di abitanti a quasi novemila. Famiglie arrivate dal Veneto, dalla Sardegna, dalla Sicilia. Riconosco però nella mia formazione la grande operosità della mia famiglia. A mio nonno devo molto anche dal punto di vista della fede: quando ero bambino mi raccontava le storie della sua prigionia in Inghilterra e in India ma anche le parabole di Gesù Cristo. È così che ho avuto la mia introduzione all’universo simbolico del cristianesimo.
Quando e come ha scoperto la sua vocazione?
Sono entrato in seminario molto presto, a 11 anni. Ero molto affascinato dalla figura del mio parroco a Druento, don Francesco Cavallo, una persona molto buona. Era tramite lui che ho percepito un’intimità con la fede e che ho capito che seguire il Signore in maniera radicale poteva essere una scelta di vita.

Lei è un figlio dell’emigrazione: suo padre lucano, sua madre siciliana. A proposito delle stragi del Mediterraneo, questo giornale crede che domani ci chiederemo: come abbiamo potuto permettere tutto questo? Anche nella Bibbia si parla della migrazione e non sempre in maniera univoca: appare come una minaccia, solleva i rischi delle idolatrie, ma il Vangelo di Matteo dice anche: “Ero straniero e mi avete accolto”. È un fenomeno ancora raccontato come un’emergenza anche se dura oltre dieci anni negli stessi termini.
Il fenomeno migratorio sarà per diversi motivi sempre più intenso. Non ultimo, per i mutamenti climatici. Dal punto di vista di un cristiano farei due rilevazioni. La prima: mi colpisce, in senso negativo, che molto spesso non siamo capaci di cogliere l’identità cristiana nei confronti dei cristiani stranieri che emigrano. Sono nostri fratelli nella fede, c’è un’appartenenza comune che dovrebbe venire prima della cultura, del colore della pelle, della lingua diverse. È un segno di poca radicalità del Vangelo. E poi credo si debba essere lucidi nel capire che c’è una necessità per milioni di persone anche legata a disparità sociali, alle risorse esistenti. Bisognerebbe cogliere la migrazione anche come un’opportunità di restituzione: non può reggersi un mondo con una disparità sociale sempre più crescente. C’è però un altro aspetto che vorrei aggiungere.
Prego.
Mi piacerebbe che questo fenomeno ci portasse a riconoscere un’identità per poter dialogare con chi arriva. Il discorso pubblico rischia spesso di scivolare su due prospettive: la paura dello straniero o l’esaltazione di un’accoglienza facilona. Ma ci possiamo rapportare all’alterità soltanto quando abbiamo un’identità. Credo che questo sia il punto in Occidente, oggi: ce l’abbiamo un’identità? E quale?
Crede che l’Occidente sia in crisi?
Sì, in alcuni aspetti è in crisi. Per esempio, a me pare che abitiamo una cultura tendenzialmente di morte e poco di vita. Un mondo che in qualche modo è incapace di fare spazio alle nuove vite, credo che denoti almeno una grande inquietudine.
Secondo un’indagine ISTAT, circa il 5% delle donne italiane non vuole figli. Non crede che possa risultare in qualche modo offensivo l’atteggiamento del mondo cosiddetto Pro Vita nei confronti di chi fa un’altra scelta, di chi per ragioni personali ma anche biologiche o economiche non diventa madre?
Penso che le posture ideologiche sono posture ideologiche in qualsiasi caso, di qualsiasi segno esse siano. Non possiamo nasconderci dietro queste per affrontare un macro-problema enorme. Le persone vengono prima di ogni altra cosa. Rilevo solo un fenomeno culturale, non voglio fare battaglie ideologiche.
Alla messa per il Santo Patrono di Torino, San Giovanni Battista, ha tenuto un’omelia che è stata definita “sferzante”. Possiamo definirla una sorta di manifesto del suo pensiero: ha parlato di imprenditoria, di natalità, di cultura. E di iperliberismo: è un altro elemento della crisi dell’Occidente?
Prima citava l’idolatria: questo è un altro idolo dell’Occidente. Le cose. Quando queste prendono il posto di Dio, dominano loro e lo fanno con le loro logiche di accumulo e prevaricazione. L’iper liberismo esprime come possiamo essere dominati da logiche che non mettono più le persone al centro ma qualcos’altro. E quando qualcos’altro è al centro, le persone rischiano di diventare merci. Papa Francesco aveva ragione da vendere quando diceva che c’è una cultura dello scarto e perfino le persone possono diventare scarti.
Il Conclave è arrivato pochi mesi dopo la sua nomina a cardinale. Cos’ha provato in quei momenti?
È stata un’emozione molto forte. Ero stato nominato appena a dicembre, non mi aspettavo che in un tempo così ravvicinato mi trovassi a vivere una cosa di questo genere. C’è stata innanzitutto una grandissima emozione per la perdita di Papa Francesco, una persona molto significativa nel mio percorso. Ho sentito una grande responsabilità e un’emozione molto forte nel dover scegliere il successore di Pietro. Si prova in quel momento il senso di qualcosa di molto più grande di quello che il mondo in genere vede. Tutte le elucubrazioni sono state smentite, a cominciare dalla velocità con la quale è stato eletto Papa Leone IV. È davvero lo Spirito Santo a guidare la Chiesa.

La Chiesa di oggi è unita?
La Chiesa è davvero vasta, diversificata e allargata in tutti gli angoli della Terra. La trovo unita nelle questioni di fondo, giustamente diversa più in superficie. Ho l’impressione che i new media tendano a esasperare le divisioni.
Colpa nostra insomma, dei giornali?
Penso che il mondo dei new media tenda a esasperare posizioni che magari sono minoritarie ma che diventano eclatanti perché fanno rumore: penso che in futuro i giornali potrebbero offrire più pacatezza di riflessione.
Sotto quale segno è cominciato il Pontificato di Papa Leone XIV?
Ho detto subito di aver percepito la nostra necessità di un padre, a partire dal Conclave. Ne sono ancora convinto: in un mondo in cui aumentano i tiranni, abbiamo bisogno di guide amorevoli anche se non ce lo diciamo abbastanza.
Cos’è un padre, come lo definirebbe?
Come una persona che si prende cura e che indica un cammino facendo crescere nella libertà.
Dov’è che la Chiesa dovrebbe cercare il suo posto, il suo futuro, in un mondo polarizzato dal profitto e dai conflitti?
Bisognerebbe intanto riuscire a sprovincializzarci e vedere che c’è un futuro che parla della Chiesa dell’Africa e dell’Asia dove il cristianesimo è vitale e in espansione. La crisi che stiamo vivendo in Occidente in fondo è una crisi di de-culturazione: manca una cultura condivisa che porta anche a una crescente de-socializzazione, a una fatica a intessere relazioni, a fare comunità. Credo che nel dna del cristianesimo ci sia qualcosa di avvincente che passa proprio attraverso l’appartenenza a Cristo, che è qualcosa di intimo e personale ma non di individuale e solitario. Che ti lega ai fratelli e alle sorelle nella fede. Può darsi che in futuro, anche per la sua dimensione ecclesiale e comunitaria, il cristianesimo avrà molto da offrire alla sopravvivenza dell’Occidente. Se non ci mondanizziamo, il Cristianesimo ha immense praterie davanti a sé.
Ci sono però fedeli che sviluppano un astio verso la Chiesa, che ravvisano quantomeno un’incoerenza in certe espressioni di ricchezza e opulenza.
Questo fa bene: è un buon segno perché richiama ai valori fondamentali ed evangelici della Chiesa. Dopodiché come cristiani c’è bisogno di guardare anche al nostro modo di vivere e di rapportarci con la ricchezza. Soprattutto nel Vangelo di Luca, la ricchezza viene vista con sospetto non tanto per una questione sociale o moralistica, quanto più perché può prendere il posto dell’attesa di Gesù Cristo. È una sfida radicale che riguarda ogni cristiano.
A chi soffre per una perdita o un grande dolore, a chi attraversa un momento terribile e si sente tradito, dov’è che dovrebbe guardare per cercare e ritrovare la fede che ha perso?
Ogni vita è diversa, ogni dolore è diverso e va trattato con rispetto. Posso dire che il motivo di fondo per cui io sono cristiano è la fede in Gesù Cristo risorto dalla morte. Se non ci fosse questo, io non troverei un senso alla mia vita. Forse è qualcosa che dobbiamo riscoprire anche noi cristiani: è il cuore del cristianesimo ma non è detto che questo cuore non sia nascosto, offuscato da tanti altri aspetti. In fondo io aspetto Gesù Cristo e tutti i defunti con lui: aspetto di rincontrare tutti in un modo nuovo e ancora impensabile in questa dimensione. È la vita che combatte la cultura della morte. Se non avessi questa fiducia, anche se andasse tutto bene secondo i piani e i parametri mondani, non troverei un senso. E le situazioni più drammatiche possono servirci per andare ancora più a fondo nella nostra fede. Quello che ho percepito io nel Signore è che se Cristo era risorto, lì valeva la pena di spendere la vita: non ho mai trovato niente mai di più serio e affascinante.
