Autore e figura di primo piano nell’ebraismo italiano

“Netanyahu corrotto e pericoloso, ma la mattanza a Gaza non è un genocidio”, parla Gadi Luzzatto Voghera

«Questo termine rappresenta bene la distorsione di prospettive di chi guarda a Gaza dall’Occidente. Le parole per descrivere la mattanza di civili sarebbero innumerevoli»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

11 Luglio 2025 alle 08:00

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“Netanyahu corrotto e pericoloso, ma la mattanza a Gaza non è un genocidio”, parla Gadi Luzzatto Voghera

Nel 2024 ha scritto un libro importante. Coraggioso. Di stringente, drammatica attualità. Sugli ebrei. Domande su antisemitismo, sionismo, Israele e democrazia (Bollati Boringhieri, 2024). L’autore è Gadi Luzzatto Voghera, figura di primo piano nell’ebraismo italiano. Direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Studioso di Storia contemporanea, specialista in Storia degli ebrei e dell’antisemitismo, è membro della delegazione italiana nell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Fra le sue pubblicazioni più significative ricordiamo Antisemitismo. Domande e Risposte (1994), Il prezzo dell’eguaglianza. Il dibattito sull’emancipazione degli ebrei in Italia (1781-1848) (1998), Antisemitismo a sinistra (2007), Rabbini (2011) e Antisemitismo (2018).

“Il suicidio di Israele”, il libro di Anna Foa vincitore del Premio Strega per la Saggistica, ha incontrato il successo di pubblico ma ha pure scatenato polemiche che hanno coinvolto anche la diaspora ebraica. Lei come la pensa?
Ogni contributo che aiuti a comprendere la complicata dinamica mediorientale è per me benvenuto. In passato Anna Foa ci ha aiutato con diversi testi fondamentali a leggere le complicate dinamiche che hanno presieduto alla storia della diaspora ebraica nell’Europa cristiana. Il suo sguardo di oggi sulla realtà israeliana risente a mio parere della visione prospettica europea, sia da un punto di vista culturale, sia sul piano della vera e propria militanza politica. Ci sta: la sempre più piccola diaspora ebraica europea è ammutolita dal 7 ottobre 2023, da quando i terroristi organizzati di Hamas e della Jihad islamica hanno seminato morte e violenza nelle comunità ebraiche attorno a Gaza e hanno rapito centinaia di civili inermi. Il trauma della persecuzione si è materializzato in poche ore e il silenzio che ne è seguito è stato la diretta conseguenza di quel trauma. Anna Foa, da intellettuale militante e da ebrea diasporica, ha deciso di intervenire contro quel silenzio, per dire che le scelte militari e politiche del governo di estrema destra di Netanyahu avranno delle conseguenze letali e disgreganti per l’intero mondo ebraico. Da qui la parola suicidio, che tanto ha colpito in termini editoriali e mediatici. L’opinione pubblica di sinistra (che rappresenta la gran parte del mercato dei lettori in Italia) si è sentita in qualche misura appagata. Finalmente un’ebrea che parla male di Israele (!). In realtà non è così. Foa è polemica con i vertici delle comunità ebraiche europee (Italia compresa), che a suo giudizio sono appiattiti sulle posizioni governative israeliane in maniera pericolosa. E se la prende con il governo di Netanyahu per le sue scelte dissennate. Ma le sue parole vengono equivocate da quella componente della sinistra (sempre più vociferante) che cova un mai risolto sentimento antisemita e interpreta Israele come l’“ebreo collettivo”, plaudendo quindi a ogni espressione critica nei suoi confronti, specie se viene da un’ebrea. Si può così dire: ecco, vedete, se critico Israele non sono antisemita perché anche un’ebrea la pensa come me! Uno schema semplice, che tuttavia non funziona…

Perché?
Perché il libro di Anna Foa soffre di un difetto fondamentale che lo rende problematico. Guarda a Israele con sguardo e competenze occidentali. Manca una conoscenza della lingua ebraica e della lingua araba che consenta di avere accesso a dinamiche culturali e politiche proprie di quel territorio. Ed è totalmente assente la contestualizzazione necessaria del conflitto mediorientale in un’ottica geopolitica.

La politica, come il giornalismo, dovrebbe conoscere il valore delle parole. Il loro peso. Perché in Italia c’è chi insorge, s’indigna, scrive editoriali furibondi, quando si usa la parola genocidio per descrivere ciò che è in atto a Gaza?
Ecco, è proprio la parola genocidio che può rappresentarci al meglio la distorsione di prospettive di chi guarda a Gaza dall’Italia e in genere dall’Occidente. Ritorno sulla mancanza di contestualizzazione: Hamas non ha scatenato l’inferno in maniera autonoma il 7 ottobre: quello è stato l’inizio di una guerra per l’egemonia regionale voluta dall’Iran e in parte finanziata dal Qatar. I soggetti sono molti: Israele, Egitto (che ha enormi responsabilità anche nella morte di migliaia di civili palestinesi), Turchia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati. E, naturalmente, Usa, Cina e Russia. Europa non pervenuta. Siamo quindi di fronte a una miniguerra mondiale, che si affianca a quella che si combatte da quattro anni in Ucraina. In tale contesto, le parole che noi abbiamo a disposizione per descrivere la mattanza di civili sarebbero innumerevoli, ma il riferimento immediato, che ci deriva paradossalmente dall’enorme lavoro culturale che si è compiuto sui massacri del Novecento e in particolare sulla Shoah, è la parola genocidio. Si tratta, però, di una parola sbagliata e per certi versi insultante. Lo dico spesso: il nostro presente non è capace di produrre un nuovo vocabolario per descrivere la realtà che ci troviamo a osservare e vivere oggi. E alcune fonti di comunicazione (penso all’efficace apparato di Hamas e ad al-Jazeera, o all’agenzia iraniana Irna o alla rete televisiva RT Russia Today, (bandita in Occidente da novembre 2022) tendono a diffondere un termine come genocidio per descrivere quel che accade a Gaza, proponendo così la facile equiparazione Israele=Nazismo. Un classico dell’antisemitismo, da decenni. La realtà è che noi non sappiamo veramente cosa sta succedendo a Gaza, perché le informazioni che ci giungono sono tutte di parte. Quel che sorprende è che il mondo del giornalismo, che come dici tu dovrebbe essere attento alla verifica delle fonti e all’uso delle parole, tende invece a schierarsi in maniera apodittica selezionando notizie e linguaggi ideologici. Si tratta di un vecchio discorso: non possiamo aspirare a un’informazione asettica e neutra. Ma certamente possiamo e dobbiamo chiedere un’informazione competente e impermeabile alla falsificazione e alla propaganda.

Di fronte alla mattanza di Gaza, David Grossman ha affermato che ciò che sta facendo Netanyahu cancella perfino “la memoria del 7 Ottobre”.
David Grossman è una delle voci (ce ne sono molte in Israele, che è e rimane un paese democratico) che con maggior forza tenta di trasmettere all’Occidente la gravità delle azioni che il governo Netanyahu sta mettendo in atto a vari livelli: contro i palestinesi, per cancellare anche solo la possibilità di una necessaria convivenza futura; contro il sistema democratico israeliano, per affermare una visione autoritaria e illiberale di gestione del potere; contro le correnti storiche e tutt’ora vive di un sionismo umanitario che non ha mai interpretato nella storia l’istituzione di uno stato per gli ebrei nell’ottica di una cancellazione dell’altro (nel caso specifico, degli arabi palestinesi). Mi piace citare a questo proposito le parole scritte un secolo fa da Robert Weltsch nel suo “Jüdische Rundschau”, il più diffuso periodico ebraico nella Germania tra le due guerre: “Qui ci troviamo di fronte a uno scontro tra due nazioni e possiamo arrivare a una soluzione del problema solo se riusciamo a far convivere i due popoli, eliminando in modo consapevole lo sciovinismo di entrambe le parti. Questo succede in Palestina, così come in altri Paesi dove i popoli si scontrano. Un popolo non può ignorare la presenza dell’altro popolo, sia esso ben accolto o criticato: il fatto rimane. Le alternative sono dunque due: o si possono sterminare gli ‘altri’, o si deve cercare un equilibrio”. Parole che sono ahimé molto attuali per tutti.

Israele è ancora una democrazia? Haaretz ha definito quello di Benjamin Netanyahu un governo in cui “i ministri fanno a gara a chi è più fascista”. Fascista, non genericamente di destra.
In passato qualche analista politico ha sostenuto che Israele non sarebbe mai divenuta una democrazia piena se non avesse attraversato (come è accaduto per diversi paesi europei) una fase di fascismo e una conseguente guerra civile. Due prospettive terribili, che non mi auguro in alcun modo. Fascismo, come genocidio, è un termine, una categoria politica, vecchia e fuori contesto. Possiamo usarla, se ci fa piacere, per attaccare in maniera insultante l’attuale governo in Israele, ma non ci aiuta a comprendere e a spiegare. Io userei termini politicamente meno nobili: governo corrotto, incompetente, pericoloso. La corruzione è nei fatti: il primo ministro è sotto processo per frode ed è evidente che l’appoggio dei partiti ultrareligiosi viene comprato a fronte di finanziamenti alle loro scuole private e in cambio dell’esenzione di centinaia di migliaia di giovani dal servizio di leva (un vero scandalo). Incompetente: incapace di prevedere e contenere gli avvenimenti del 7 ottobre, poco abile a gestire la guerra dell’informazione, che sta perdendo da due anni. Pericoloso, perché con le sue politiche mette a rischio centinaia di migliaia di civili (le comunità del Nord e dell’area attorno a Gaza), agisce per indebolire i meccanismi di bilanciamento del potere, si disinteressa totalmente delle gravi conseguenze che le sue azioni hanno sulle comunità ebraiche della diaspora.

Non ritiene che la narrazione di Netanyahu di un Israele aggredito, circondato da un mondo ostile, stia vincendo anche all’interno della diaspora ebraica?
In effetti è quello che vorrebbe Netanyahu, facendo leva su una narrazione che ha le sue radici nella tradizione ebraica. La storia degli ebrei viene proposta come un continuo susseguirsi di persecuzioni, dall’Amalek biblico, per passare ai sovrani Isabella e Ferdinando nella Spagna del 1492, al nazismo in Europa e oggi all’Iran con i suoi proxy. Tuttavia – come ho scritto nel mio libro Sugli ebrei (Bollati Boringhieri 2024) – la diaspora è una realtà storicamente articolata e mai omologata su narrazioni univoche. Il dibattito interno alle comunità ebraiche è molto vivace, come visibilissima è la dialettica che caratterizza il confronto politico in Israele. Nessuno, neppure Netanyahu, potrà mai sostenere che “gli ebrei la pensano così”. Questa rappresentazione è propria del linguaggio antisemita. È l’antisemitismo che rappresenta gli ebrei con un’immagine univoca e negativa (e falsa), per poi attaccarli collettivamente e provocare quel che sappiamo (la Shoah, ma anche i pogrom e il 7 ottobre).

11 Luglio 2025

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