Proroga delle tariffe all'1 agosto

Von der Leyen in bilico, l’Europa si spacca sui dazi: è l’Unione succube di Trump

Se l’Italia è docile ai desiderata degli Usa, la Germania si ribella: “O accordo equo o contromisure”. E la maggioranza di von der Leyen rischia di scomparire

Esteri - di David Romoli

9 Luglio 2025 alle 07:00

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AP Photo/Omar Havana
AP Photo/Omar Havana

In attesa di arrivare alla mano decisiva nella partita dei dazi, posticipata da Trump sino al primo agosto, l’Europa ostenta fiducia nella possibilità di arrivare all’intesa. Tutto però lascia pensare che ci speri effettivamente molto credendoci però piuttosto poco. Lunedì, prima del rinvio, filtravano da Bruxelles voci sulla possibilità di concludere con reciproca soddisfazione entro il 9 luglio, data che era ancora in quel momento scadenza della “tregua” decisa dal presidente americano. Nel pomeriggio la riunione dei Paesi Ue doveva però prendere atto di quanto l’accordo fosse invece ancora lontano. Il rinvio è stato salutato da tutti, pur senza ammetterlo, come una mano santa.

Il commissario all’Economia Dombrovskis afferma che sarebbe molto meglio chiudere la partita entro luglio. Però ammette che il rinvio “ci dà un po’ di tempo in più”, col tono di chi prevede che quel tempo sarà tutto necessario. Il ministro delle Finanze tedesco Klingbell passa ai toni minacciosi: “Se non risuciremo a raggiungere un accordo equo la Ue deve adottare contromisure”. Essendo la Germania, con l’Italia, uno dei Paesi europei più favorevoli a una soluzione conciliante le sue parole hanno un significato chiaro. Le conferma del resto il presidente del Ppe Weber: “Trump non può strattonarci: siamo su un piede di parità. Se si dovesse arrivare a un accordo generale il tema della reciprocità sarà sul tavolo”. La reciprocità è solo una delle moltissime spine anche nella possibile intesa sui dazi al 10%, quella che l’Italia apertamente sponsorizza. Gli Usa chiedono che la Ue non risponda con tariffe equivalenti sulle merci americane e questo è ancora il meno.

L’accordo sarebbe appunto “generale” ma ogni Paese ha bisogno che siano esentati alcuni prodotti ed è su quelle possibili esenzioni che la trattativa è più serrata e difficile. Come lo è sull’abbassare al 10% i dazi che gli Usa hanno già decretato, come quello particolarmente penalizzante per Italia e Germania del 25% sulle auto.
La realtà è che senza esenzioni oculatamente mirate i dazi al 10%, sommati alla svalutazione del dollaro sarebbero comunque molto duri. Confindustria aveva già suonato a distesa la sirena d’allarme: 20 miliardi e 118mila posti di lavoro in meno. Ieri si è aggiunta Confagricoltura: “Sono insostenibili”. Le opposizioni martellano e reclamano un dibattito in Parlamento che il governo non ha alcuna intenzione di concedere. Il governo ieri non ha presentato una sua mozione contrapposta a quella del Pd sulla difesa del made in Italy: “I dazi sono competenza esclusiva della Commissione europea. Il Parlamento italiano non è competente”, ha sentenziato Tajani.

In questa situazione sarebbe già un risultato prezioso se la Ue riuscisse a difendere la propria unità in caso di mancato accordo. Dividersi sarebbe suicida e tuttavia le lacerazioni politiche che stanno squassando l’Unione non permettono di escludere la spaccatura. Domani si voterà la mozione di censura contro von der Leyen proposta da un parlamentare dell’estrema destra romena aderente però all’eurogruppo Ecr, quello dei Conservatori di Giorgia Meloni. La voteranno i patroti di Orbàn e Salvini, i 5S di Conte, la sinistra e una parte minoritaria dei Conservatori. Il grosso del gruppo Ecr, con FdI in testa voterà invece contro la censura, come i Popolari e i Liberali. Socialisti e democratici, l’eurogruppo del Pse, invece si asterrà, pur essendo sulla carta il secondo partito della sedicente maggioranza europea. Perché la mozione fosse approvata sarebbero necessari i due terzi dell’Assemblea. Dunque la censura sarà respinta. La presidenza von der Leyen supererà la prova, la seconda “maggioranza Ursula” invece no.

L’astensione del Pse ufficializzerà l’inesistenza di una maggioranza politica e la strategia dei socialisti, che puntano a usare il voto sul bilancio europeo come arma di ricatto per costringere von der Leyen a confermare la maggioranza che la aveva votata prendendo le distanze dalla destra sarà nella migliore delle ipotesi solo una pezza. Anche perché i socialisti sono a loro volta divisi. Il nord condivide le politiche dure sull’immigrazione. I socialisti del sud Europa no. Il Pse è favorevole al riarmo ma la sua delegazione più folta, il Pd italiano, è contrario. Le divisioni nel campo socialista hanno fatto fallire, due giorni fa, il tentativo di non confermare per la terza volta l’irlandese Donohoe alla guida dell’Eurogruppo. In queste condizioni, se non si arriverà all’accordo con Trump il presidente americano non troverà comunque le porte spalancate per il suo tentativo di spaccare la Ue, essendo la posta in gioco troppo alta. Però neppure le troverà blindate e a prova di bomba.

9 Luglio 2025

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