L'autobiografia del deputato

Massimiliano Smeriglio, dal dolore dell’infanzia alla politica si racconta in “Mio padre non mi ha insegnato niente”

“Mio padre non mi ha insegnato niente”. L’autobiografia e la confessione del dirigente politico e parlamentare europeo Massimiliano Smeriglio

Cultura - di Franco Giordano - 6 Marzo 2024

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Massimiliano Smeriglio, dal dolore dell’infanzia alla politica si racconta in “Mio padre non mi ha insegnato niente”

“La felicità fiorisce ai margini”. Sulla scia di una citazione di Ernst Junger, Massimiliano Smeriglio affronta l’avventura letteraria più complessa della sua esistenza.

Mette le cose in chiaro da subito, sin dal titolo del suo libro “Mio padre non mi ha insegnato niente” Edizioni Fuori Scena. Sente il bisogno impellente di “vomitare” il malessere accumulato in tanta parte del suo vissuto.

Lo racconta crudamente, direi impietosamente, per evitare che le residue scorie possano inficiare il presente, il suo futuro, i suoi affetti, la compagna di vita Francesca ed i suoi figli.

La scrittura è un evidente bisogno terapeutico, un dialogo incessante con la sua interiorità, ma riesce a sorprendere il lettore per l’intensità emotiva e per la capacità descrittiva che trasmette.

Non sbanda. Regge a tutti i tornanti del dolore. Un padre assente, una madre anaffettiva, un contesto sociale difficile vengono raccontati in una moderna chiave di neorealismo.

La vita di Massimiliano si dipana in un racconto sulla Roma degli inizi degli anni ’70, sulle sue borgate, sul quartiere della Garbatella, sino ai tempi nostri.

Pur avendo la sua vita una drammatica specificità sembra inestricabilmente intrecciata con la storia sociale della capitale. Ma l’autore non indaga con le lenti della politica, come ci si aspetterebbe da chi per passione ha ricoperto incarichi istituzionali di rilievo, in quel frastagliato universo urbano e relazionale.

Racconta delle miserie, a volte del degrado morale, a volte della ricchezza di valori che convivono in un medesimo lembo di territorio e persino nei suoi legami parentali più prossimi.

Ad una prima lettura colpisce la durezza con cui elabora, direi giustamente, soprattutto la figura paterna ed il disincanto con cui descrive l’inadeguatezza di quella materna.

Ma a ricostruire più attentamente la trama del libro mi pare che l’operazione prevalente compiuta (non saprei dire quanto conscia) sia un’altra: riconoscere quei serbatoi di affettività, di calore umano, di valori positivi da cui è stata attinta una linfa vitale in grado di dare un senso all’esistenza e che hanno permesso al giovane Massimiliano di reggere l’urto di avvenimenti devastanti e di smussare la rabbia che avrebbe potuto farlo deragliare.

La politica compare perché un tempo la politica esisteva nella società, segnava l’evoluzione culturale, la coscienza di sé di parti importanti del popolo.

Non era scissa e confinata all’attività autonoma di un ceto. Il nonno comunista, il bisnonno trucidato alle Fosse Ardeatine perché oppositore della dittatura fascista.

I valori veicolati parlano di giustizia sociale, di uomini retti con la schiena dritta in grado di intervenire sui disastri economici delle famiglie, ma non ancora in grado di affrontare la complessa aspirazione paritaria nelle relazioni di coppia o di riconoscere una piena soggettività femminile.

Smeriglio si aggrappa a quel senso di umanità e di giustizia dei nonni materni, a quello straordinario tessuto relazionale delle mamme di uno stesso lotto di palazzine della Garbatella, ai suoi coetanei figli di quelle mamme, alla socialità della parrocchia di Padre Guido.

Sono ciambelle di salvataggio in un mare infido e pericoloso in cui culture machiste, spesso sessiste, il pericolo della droga, del furto, della malavita, possono trascinarti al largo rendendo l’approdo a terra sempre più lontano e sfocato. Invece l’autore non smarrisce mai il contatto con la riva.

I suoi genitori gli raccontano che la sua nascita è fortuita, non voluta. La famiglia del padre cerca l’aborto clandestino. I silenzi del padre non erano solo modalità caratteriali, ma un’immersione permanente in un altrove.

Vede la mamma “sbattersi” in varie attività, soprattutto in servizi di pulizia per cercare di sostenere i figli. Ma è incapace, a suo ricordo, di un gesto di calore e di rompere il rapporto con il marito. Accetta tutto e si lascia andare. Sopraffatta dalla rassegnazione e dall’inedia per il peso insopportabile che le ha riservato la vita.

La famiglia per Smeriglio è una prigione. Evade con la lettura e la politica del collettivo della sua scuola. Frequenta i luoghi dell’antagonismo sociale, contesta alla radice tutte le istituzioni quasi a riproporre senza soluzione di continuità il conflitto originario, quello con la istituzione-famiglia.

E contesta il Pci del nonno, autorevole punto di riferimento dei facchini dei mercati generali, perché forse coglie i segnali di un lento processo di istituzionalizzazione nella stessa evoluzione del Pci.

La “rabbia” dell’autore si stempera nell’incontro con alcuni personaggi che hanno incrociato la sua traiettoria esistenziale: un ingegnere-facchino in grado di raccontare storie che sono vere e proprie lezioni di vita, compagni di lotta e compagni di strada con cui parlare di calcio inneggiando alla “magica Roma”, i ricordi delle vacanze estive passate nella casetta all’idroscalo di proprietà dei nonni, la più grande e vera miniera di affetto e di amore dell’infanzia e dell’adolescenza, le due sorelle e poi Francesca ed i figli: Iacopo, Niccolò e Sara.

La lettura dolorosa, a volte urticante, di questa storia illumina una dimensione che mi ha sempre intrigato del vissuto politico e culturale dell’autore, vale a dire la capacità di animare e tenere viva una larga comunità che ha le sue radici proprio nel quartiere della Garbatella.

Una comunità che è certamente politica, ma che ha anche un tratto valoriale, relazionale. Massimiliano ricorda bene quanto sia stato importante per lui il legame con i suoi coetanei e le relazioni umane nel territorio e le ripropone contrastando il rischio prevalente nella stessa città di Roma di una vera e propria desertificazione emotiva ed individualizzazione dei percorsi di vita.

La chiave della comunità è, giustamente, un antidoto alle amplificazioni delle solitudini e delle angosce metropolitane. “Si può essere branco senza essere iene”.

Paradossalmente Smeriglio interpreta al meglio la definizione pasoliniana del tanto criticato Pci degli anni ’60 e primi anni ’70: “il paese nel paese”.

Tutti noi passiamo la nostra vita a liberarci dei dolori e dei traumi del nostro passato. Non possiamo essere permanentemente prigionieri della nostra storia. Non saremmo liberi, non saremmo felici.

L’autore ha lottato a lungo per la sopravvivenza emotiva e psicologica. Da un po’ di tempo vive, attorniato dal calore della sua comunità, dei suoi ideali, della sua famiglia.

Ha visto spegnersi lentamente i suoi genitori sotto il peso di grandi problemi irrisolti. Con questo libro prova a lasciarli andare. Senza rancore. Serenamente.

6 Marzo 2024

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