La guerra Israele-Palestina

Israele non può ignorare la sofferenza di Gaza

Il vicolo cieco è dunque questo: le ragioni israeliane, opposte all'accusa di genocidio che l’accusato ritiene non solo infondata, ma infamante, rischiano di essere sepolte sotto le macerie di Gaza.

Editoriali - di Iuri Maria Prado - 19 Gennaio 2024

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Israele non può ignorare la sofferenza di Gaza

C’è rischio che, oltrepassato l’ingresso della Corte dell’Aia, Israele si ritrovi per ora in un vicolo cieco. Nel rispondere alle allegazioni sudafricane di genocidio, infatti, Israele ha potuto contestare da molti punti di vista il fondamento delle accuse, a cominciare da quello che insiste sulla mancanza, a giudizio della parte accusata, del requisito ineludibile perché si possa parlare di questo illecito: e cioè la deliberazione, l’intento di commetterlo.

Ma argomentare, come Israele ha fatto, che nulla, nelle dichiarazioni e negli atti del governo israeliano, documenta in modo appagante un qualsiasi intento genocidiario, non risolve il problema con cui Israele deve fare i conti al di là del nome adoperato per qualificarlo: e cioè la situazione di sofferenza cui è sottoposta la popolazione civile di Gaza, con la coda di preoccupazione e proteste che la pressione israeliana sulla Striscia continua a far ingrossare.

Spiegare, come Israele ha fatto, che alcune sconsiderate dichiarazioni di ministri o militari (radere al suolo Gaza, farla finita con gli animali, ecc.) non erano imputabili al governo, che anzi le ha immediatamente ripudiate, basta forse a certificare che non è integrato quel requisito di intenzione genocidiaria: ma non basta a dissipare il risuono di quella parola (animali) dalla scena delle stragi.

Indugiare, come Israele ha fatto, sulle direttive e sulle cautele che le forze armate israeliane sono chiamate a rispettare per limitare i danni alla popolazione civile può essere utile, forse, per contestare l’addebito secondo cui Israele sta deliberatamente sterminando i civili in un’operazione di indiscriminato massacro: ma non è utile, anzi, davanti al giudizio comune secondo cui la risposta al pogrom del 7 ottobre si sta risolvendo in una devastazione comunque sproporzionata.

Insistere, come Israele ha fatto, sulla presentabilità del Sudafrica, gravemente compromessa per i documentati rapporti che ha avuto con Hamas, può aiutare a screditare l’immagine dell’accusatore: ma non aiuta a estinguere il tifo che in ogni caso, e cioè a prescindere da chi muove l’accusa, assiste chiunque parli e militi contro Gerusalemme.

Discutere, come Israele ha fatto, del comportamento sleale che il Sudafrica ha tenuto in via diplomatica e pre-processuale (esistono fasi prodromiche e interlocutorie, in questo tipo di procedimenti, e pare che il Sudafrica abbia agito in elusione dei normali protocolli), denuncia magari qualche poco commendevole disinvoltura della controparte: ma è inefficace, se non controproducente, davanti all’obiezione di senso comune secondo cui quando di tratta di fermare una catastrofe non si perde tempo a misurare le virgole sulla carta bollata.

È possibile che Israele non potesse difendersi diversamente, perché se ti accusano di genocidio tu contesti che ci sia, contesti di averlo voluto fare e contesti di averlo fatto. Ma è probabile che queste difese siano, per ora, insufficienti (la Corte, per ora, è chiamata solo all’emissione di misure provvisorie).

Il vicolo cieco è dunque questo: le ragioni israeliane, opposte a un’accusa – quella di genocidio, appunto – che l’accusato ritiene non solo infondata, ma infamante, rischiano di essere sepolte sotto le macerie di Gaza.

19 Gennaio 2024

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