Tre donne, tre morti

Susan, Azzurra e Michela: le storie di tre e della candela bruciata dalla stessa parte

Ecco sono tre donne che seguendo strade distanti tra loro sono giunte all’epilogo della propria vita con fierezza, in solitudine, con sovrana compostezza, tracciando comunque un segno in un’estate in cui la politica riesce a discutere senza vergogna se 9 euro lordi all’ora siano un salario equo per un lavoratore

Editoriali - di Alberto Cisterna - 12 Agosto 2023 alle 13:38

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Susan, Azzurra e Michela: le storie di tre e della candela bruciata dalla stessa parte

Non è facile trovare un filo, una linea sia pur sottile che tenga insieme le morti atroci di due donne nel carcere di Torino e lo spegnersi lento e inesorabile della vita di Michela Murgia. Eppure qualcosa che le tenga insieme, nella stessa terribile giornata, ci deve pur essere. Era anche agosto, in quel 1950, quando Cesare Pavese – prima del suo suicidio – scriveva all’amata Pierina: «non si può bruciare la candela dalle due parti, nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola». Ecco vite che bruciano, per scelta o per una spietata malattia, come una candela che giunge alla fine senza che nessuno riesca a spegnere la fiamma che divora.

La volontà di lasciarsi morire di fame e di sete, come per Susan J., nigeriana e madre di un bambino di 4 anni, o la scelta di appendersi a una corda in una cella come per Azzurra C. o la composta risposta innanzi alla malattia di Michela M. condividono la stessa dignità e hanno lo stesso valore emblematico di un coraggio che solo le donne sanno testimoniare sino in fondo, senza sbavature ed eccessi muscolari.
Ecco sono tre donne che, con declinazioni esistenziali diverse, seguendo strade distanti tra loro sono giunte all’epilogo della propria vita con fierezza, in solitudine, con sovrana compostezza, tracciando comunque un segno in un’estate in cui la politica riesce a discutere senza vergogna se 9 euro lordi all’ora siano un salario equo per un lavoratore divorato dall’inflazione e della incipiente povertà.

È evidente che la crisi strutturale che ha colpito la società italiana – come una carta abrasiva, come una dolorosa sabbiatrice – sta scrostando la patina di falso benessere e la vernice di falsa equità che, prima del Covid-19 e della guerra di Putin, ancora avvolgeva la gente di questo paese. La scarnificazione del tessuto sociale, economico e, infine, morale che regge la nazione conferisce valore immenso a quelle tre morti, così diverse eppure così abbaglianti nel grido di dolore che da esse promana. Perché solo un amore incondizionato per la libertà, per la felicità, per le persone che arricchiscono l’esistenza di ciascuno, rende la morte un evento unico e irripetibile. Altrimenti è un puro distacco, una fragile resa, un’impotente sconfitta. Susan, Azzurra e Michela si sono presentate all’appuntamento con la morte in modo diverso tra loro, incomparabilmente diverso, in una condizione di vita materiale e di vissuto spirituale declinato in modo del tutto distante.

Eppure ciascuna lascia il peso di una testimonianza che non può essere archiviata troppo in fretta. La consunzione rapida e solitaria di Susan destinata a scontare 10 anni di carcere lontana da suo figlio, l’asfissia mortale di Azzurra nella sua cella, il dignitoso e orgoglioso cedimento di Michela allo spandersi incontrollabile del male rimandano ad altro e più in alto. Si comprende che il carcere non può essere il luogo della vendetta collettiva per gli errori, anche gravi, che si sono commessi; che la solitudine e la fragilità esistenziali non possono ricevere alcun conforto in una cella; che la malattia non è solo un calvario terribile, ma anche la fase della vita in cui l’esistenza rivendica orgogliosa la sua forza e la sua incomprimibile bellezza e dignità rispetto al buio della morte.

Un’immigrata nigeriana, una giovane donna, una scrittrice di successo puntano insieme l’indice contro chi esige vendetta, pretende manette, predica sopraffazione verso gli ultimi, vorrebbe che il dolore altrui non infastidisse i privilegi e lo stordimento del benessere; che la malattia fosse un fatto privato da non esibire perché turba. In agosto, tre candele si sono consumate da una parte sola.

12 Agosto 2023

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