Le dimissioni di Starmer

Starmer lascia e Burnham si scalda: il Labour spera nel “Re del Nord”, un nuovo messia da Manchester

Travolto da malcontento e scandali, è diventato in poco tempo il premier più impopolare. L’ex sindaco di Manchester favorito per la successione: “Il Paese si attende stabilità e serietà”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

23 Giugno 2026 alle 09:00

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AP Photo/Kin Cheung
AP Photo/Kin Cheung

Ha provato fino all’ultimo a resistere. Ma alla fine, abbandonato da tutti, si è fatto da parte. Una fine ingloriosa per sir Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito, entrato trionfalmente, nemmeno due anni fa, al 10 di Downing Street, per uscirne, due anni dopo, come un leader ferito, impopolare ai massimi livelli. In un discorso davanti a Downing Street, Starmer – commosso – ha rivendicato il lavoro fatto per «risollevare un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito», ma ha poi aggiunto: «La domanda che sta facendo il mio partito adesso è se io sia la persona giusta per guidarlo verso le prossime politiche. E la mia decisione è quella di mettere al primo posto il Paese. Questa è la regione per cui do le mie dimissioni. Ho parlato questa mattina con Sua maestà che le ha accettate». La voce di Starmer viene infranta dalla commozione alla fine del discorso fuori Downing Street: “Lascio il lavoro più importante del mondo, ma ora mi spetta il lavoro più bello: essere marito della donna che amo e un padre amorevole con i miei figli. Grazie a tutti”.

Sir Keir S non ha fatto alcun riferimento alle critiche rivolte alla sua azione politica, a scandali come quello della nomina di lord Peter Mandelson (amico del faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein) ad ambasciatore negli Usa o alla batosta elettorale subita dal Labour alle elezioni amministrative del 7 maggio scorso. Ha invece esaltato quelli che ha presentato come i risultati positivi dei suoi 6 anni da leader e 2 da primo ministro, sostenendo d’aver ereditato nel 2020 (da Jeremy Corbyn, esponente della sinistra radicale) un partito “in bancarotta di consensi, politica e morale” e di avergli restituito credibilità sul piano “dell’economia, della difesa, della sicurezza nazionale” e del contrasto “dell’antisemitismo”. Ha quindi ricordato la vittoria alle elezioni politiche del 4 luglio 2024 e il ritorno al potere dei laburisti “dopo 14 anni” di esecutivi conservatori e di “caos”: un approdo che “nessuno nel 2020 riteneva possibile”. Starmer ha annunciato anche la tabella di marcia per l’elezione del suo successore, molto probabilmente il grande favorito Andy Burnham, che sarà nuovo leader laburista e primo ministro britannico: “Le nomination chiuderanno il 9 luglio, il processo di selezione inizierà prima della chiusura estiva del Parlamento (20 luglio, ndr) e dovrebbe concludersi prima del ritorno dei deputati a Westminster (ovvero il 30 agosto, ndr)”.

La domanda che lo accompagnerà in un futuro che si fa già presente è come sia riuscito in poco tempo a diventare il primo ministro più impopolare della Storia moderna, più del clownesco Boris Johnson, più di quella Liz Truss che in sole sette settimane aveva portato la Gran Bretagna sull’orlo della bancarotta finanziaria. Lui stesso non se ne è mai fatto una ragione: ma questa – concordano gli analisti politici – è appunto la testimonianza di ciò che più gli viene rimproverato, ossia la assoluta mancanza di giudizio politico. A segnare la crisi del 63enne Keir Starmer sono state la sua impopolarità record, le critiche raccolte alla testa del governo nei due anni scarsi trascorsi dalla vittoria alle elezioni politiche del luglio 2024 su temi chiave – come l’economia, il welfare, la difesa o l’immigrazione -, lo scandalo della nomina ad ambasciatore negli Usa di lord Peter Mandelson (amico di Jeffrey Epstein), la debacle storica subita dai laburisti alle amministrative del 7 maggio, ma soprattutto il ritorno in Parlamento di un concorrente in grado di dar vita a un’alternativa all’apparenza credibile e unificante come il popolare ex sindaco 56enne di Manchester, Andy Burnham, il “re del Nord”.

In un messaggio diffuso sui social, il neodeputato esponente della “soft left’” progressista del Labour, ha reso l’onore delle armi di rito al premer dimissionario: “La sua decisione segna l’inizio di una transizione ed è importante che questo processo sia condotto in modo ordinato e responsabile. Io farò la mia parte”. Poi ha aggiunto: “Il Paese si attende stabilità, serietà e il mantenimento del focus sulle questioni più importanti, ed è quello che avrà”, evocando peraltro anche la necessità di “spingersi in avanti” sulle “priorità” da conseguire “lavorando insieme per riportare” il Regno “laddove deve essere”. La gente, ha sottolineato, “vuole vedere progressi nella crescita dell’economia, sulla riduzione del costo della vita, sui servizi pubblici, sulla crisi abitativa e sulle opportunità per le future generazioni”. “Il cambiamento politico non dovrà mai distaccarsi dalla responsabilità di migliorare la vita delle persone”, ha concluso, rivendicando al Labour la capacità di dare il meglio di sé quando “guarda avanti con fiducia e obiettivi” ambiziosi e promettendo di voler trasformare questa “transizione in un processo positivo di rinnovamento del nostro partito e del nostro Paese”. Insomma, l’esatto opposto di quanto fatto dal suo triste e solitario predecessore.

23 Giugno 2026

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