L’Ambasciatrice della Palestina in Italia
“La Palestina è il luogo dell’eccezione, dove l’oppressore viene protetto e giustificato”, parla l’ambasciatrice Abuamara
«Il problema non è l’assenza di norme, è l’assenza della volontà politica di applicarle quando a violarle è Israele. I palestinesi non chiedono al mondo un trattamento speciale»
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Rabbia, dolore ma anche orgoglio, determinazione, resilienza. Sono i sentimenti di un popolo. Il popolo palestinese. Sentimenti e determinazioni a cui in questa intervista esclusiva a l’Unità dà corpo e anima l’Ambasciatrice della Palestina in Italia Mona Abuamara
Gaza, la sofferenza, la disperazione, la morte della sua gente sembra non far più notizia almeno sulla stampa mainstream. È la vittoria d’Israele?
Prima di definirla una vittoria per Israele, la definirei un fallimento dei media internazionali e della coscienza politica del mondo. L’obiettivo di Israele è sempre stato non solo distruggere Gaza fisicamente, ma anche logorare il mondo moralmente, far apparire la sofferenza palestinese come qualcosa di normale, ripetitivo e quindi ignorabile. Quando l’uccisione di bambini, la fame imposta ai civili, la distruzione di ospedali, scuole, case e interi quartieri non suscitano più indignazione nell’opinione pubblica, significa che è accaduto qualcosa di profondamente pericoloso alla nostra comune umanità. Ma questa non è una vittoria. Una vittoria non può essere costruita sul genocidio, sulla pulizia etnica, sulla fame e sulla distruzione di massa. Ciò che Israele può riuscire a fare temporaneamente è controllare la narrazione in determinati spazi politici e mediatici. Quello che non può controllare è la verità. E la verità è chiara: Gaza non è una tragedia umanitaria causata dalla natura. Gaza viene deliberatamente distrutta da una potenza occupante che continua a godere dell’impunità.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di aver dato ordine all’esercito di occupare il 70% della Striscia di Gaza, costringendo due milioni di palestinesi, in maggioranza donne, ragazzi, bambini, a sopravvivere in condizioni disumane nel restante 30%. Signora Ambasciatrice, come definirebbe questa politica?
Questa politica deve essere definita per ciò che è: trasferimento forzato, ingegneria demografica, pulizia etnica e prosecuzione del progetto israeliano d’insediamento coloniale. Ordinare l’occupazione della maggior parte della Striscia di Gaza e costringere oltre due milioni di persone a vivere in una porzione di territorio sempre più ridotta non è una misura di sicurezza. È la trasformazione deliberata di Gaza in uno spazio invivibile con l’obiettivo di allontanare i palestinesi dalla loro terra. Questa non è una guerra tra due parti uguali. È una politica imposta da una potenza militare occupante contro una popolazione civile intrappolata. È l’utilizzo della fame, dei bombardamenti, dell’assedio e del trasferimento forzato come strumenti di dominio.
Dalla martoriata Gaza alla Cisgiordania sotto apartheid, dove milioni di palestinesi sono alla mercè dei coloni in armi e dell’esercito che li spalleggia. Un popolo in ostaggio, come lo è anche quello del sud del Libano costretto a scappare dall’avanzata dell’esercito israeliano. La “legge” del più forte ha cancellato il diritto internazionale?
La legge del più forte non ha cancellato il diritto internazionale. Ha però messo a nudo l’ipocrisia di coloro che affermano di difenderlo mentre permettono a Israele di violarlo ogni singolo giorno. Il diritto internazionale è chiaro. L’occupazione non è sovranità. Gli insediamenti coloniali sono illegali. L’annessione è illegale. L’apartheid è illegale. Il trasferimento forzato della popolazione è illegale. Colpire i civili è illegale. Il problema non è l’assenza di norme. Il problema è l’assenza della volontà politica di applicarle quando a violarle è Israele. Questa è l’eccezione della Palestina: il luogo in cui l’ordine internazionale basato sulle regole viene sospeso, dove alla vittima si chiede di comportarsi responsabilmente mentre l’oppressore viene armato, protetto e giustificato.
Se il diritto internazionale non viene applicato in modo uguale per tutti, non scompare. Si trasforma in uno strumento di potere.
Chi prova ad aiutare la popolazione di Gaza viene trattato da Israele come gli attivisti della Flotilla: sequestrati in acque internazionali, picchiati, derisi, umiliati, mostrati come trofei di guerra. Sembra che il responsabile sia solo un ministro del governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Non è troppo semplice?
Sì, è una lettura fin troppo semplicistica. Ben-Gvir non è un’eccezione al sistema. Ne è il prodotto. Il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla riflette una politica israeliana più ampia, secondo la quale chiunque tenti di rompere l’assedio, far conoscere la verità o mostrare solidarietà ai palestinesi viene criminalizzato, umiliato o minacciato. Non si tratta soltanto di un ministro estremista. Si tratta di una struttura statale nella quale governo, esercito, coloni, tribunali e Parlamento lavorano per lo stesso obiettivo: completare l’opera che hanno intrapreso durante la Nakba e mantenere il dominio su quella parte del popolo palestinese che non hanno ancora massacrato o espulso dalla sua terra con la pulizia etnica. Israele vuole far credere al mondo che la sua violenza sia il risultato delle azioni di pochi estremisti. Invece, questo è Israele che mostra il suo vero volto, e il mondo dovrebbe credere a ciò che vede, piuttosto che all’illusione dell’unica “democrazia” della regione che condividerebbe i valori e i principi dell’Occidente. Quali sarebbero esattamente questi valori e principi?
L’Italia, insieme alla Germania, pone ostacoli in sede Ue perché non sia nemmeno sospeso l’accordo commerciale con Israele. L’Italia continua a fare affari miliardari con Israele. Le parole di condanna si riducono a lacrime di coccodrillo smentite dai fatti?
La condanna senza conseguenze non può sostituire l’azione. E sì, quando i governi condannano le azioni di Israele mentre vanno avanti con la cooperazione militare, la protezione politica e l’accesso dei prodotti delle colonie ai propri mercati, le parole cominciano a perdere significato. L’Accordo di Associazione tra l’Unione Europea e Israele contiene una clausola sui diritti umani. Se questa clausola significa qualcosa, deve essere applicata. In caso contrario, l’Europa sta dicendo al mondo che i diritti umani sono negoziabili quando a violarli è Israele. I palestinesi non chiedono al mondo un trattamento speciale, ma un trattamento uguale. Chiedono ai Paesi di rispettare i propri principi, i propri obblighi derivanti dal diritto internazionale e i valori che affermano di difendere. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, la sospensione di accordi che premiano l’impunità e l’adozione di misure concrete per far rispondere Israele delle proprie responsabilità non sono gesti simbolici. Sono azioni che proteggono non solo i legittimi diritti del popolo palestinese, ma, ancora di più, l’ordine internazionale fondato sul diritto.