Lo stallo
Gaza, sette mesi dopo la “tregua” la Striscia rimane un inferno: e il Board of Peace trumpiano resta senza soldi
Mentre Israele torna a bombardare pesantemente il sud del Libano, intensificando i suoi raid contro obiettivi descritti come legati ad Hezbollah, il gruppo politico e militare sciita alleato dell’Iran, nella Striscia di Gaza a sette mesi dal “cessate il fuoco” tutto resta in uno stallo da cui non si vede uscita.
L’IDF, le Forze di difesa di Israele, hanno continuato ad espandere il proprio controllo nell’enclave palestinese e negli ultimi sette mesi, dall’accordo siglato nell’ottobre 2025 e che prevedeva tre fasi per arrivare alla fine definitiva del conflitto, sono passate a controllare ormai il 60 per cento del territorio della Striscia.
Una situazione possibile grazie alla sostanziale scomparsa della comunità internazionale che, con l’eccezione della Global Sumud Flotilla, si sta dimostrando disinteressata al destino del popolo palestinese di Gaza, concentrandosi dallo scorso febbraio sull’altro “punto caldo” del Medio Oriente, l’Iran colpito sempre da Israele e Stati Uniti.
Un contesto in cui è emerso chiaramente il fallimento di quella che doveva essere la “struttura” pensata per guidare gli accordi di pace tra Hamas e Israele, in particolare la fase due e tre dell’intesa, di fatto mai partite: il Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A gennaio Jared Kushner, genero di Trump, aveva presentato un improbabile piano per la ricostruzione di Gaza davanti ai membri del Board, che sarebbe dovuta partire dopo la della fase due, che però non è mai terminata.
Nella Striscia circa due milioni di persone sono costrette a vivere nel 40% del territorio che una volta costituiva l’enclave palestinese: qui però i bombardamenti israeliani hanno distrutto tra l’80 e il 90% degli edifici e dunque la larghissima parte della popolazione è costretta a vivere nelle tende, in condizioni igienico-sanitarie precarie. Ad oggi non è mai iniziata la rimozione delle tonnellate di macerie provocate dai raid dell’IDF, necessaria per la successiva ricostruzione della Striscia: il governo israeliano ha mesi blocca l’ingresso a Gaza del materiale edile perché lo considera utile anche agli scopi militari di Hamas, come la costruzione dei tunnel.
Non va meglio sul fronte degli aiuti umanitari. Da Tel Aviv il governo Netanyahu sostiene che nella Striscia entrino tra i 600 e gli 800 camion al giorno, ma solo il 20 per cento è gestito da organizzazioni umanitarie, esclusivamente se approvata da Israele. Ai varchi di accesso restano inoltre bloccati non solo il cibo ma anche medicinali, carburante per i generatori di elettricità e altri beni essenziali per la popolazione civile palestinese.
All’inattività politica del Board of Peace corrisponde uno stallo anche sul piano economico e finanziario. Come rivelato dal Financial Times, il fondo istituito dalla Banca Mondiale per il Board of Peace non ha ricevuto alcun finanziamento, nonostante le promesse di donazioni per un totale di 17 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti e di altri leader mondiali: Trump come noto aveva richiesto ai leader mondiali quote associative “a vita” pari a un miliardo di dollari.
“Non è stato depositato nemmeno un dollaro“, ha affermato una fonte al quotidiano finanziario. Il consiglio di amministrazione ha ricevuto delle donazioni, ma queste sono state depositate direttamente sul suo conto presso JPMorgan, secondo quanto affermato dal portavoce del consiglio stesso. Come sottolinea il Financial Times, a differenza della Banca Mondiale il conto JPMorgan non ha alcun obbligo di comunicare la propria situazione finanziaria ai contributori e ai membri del consiglio di amministrazione.