Il segretario Pd Campania

“Meloni in Europa come una turista, con lei l’Italia è più debole e povera”, parla Piero De Luca

«Il nuovo Patto di Stabilità porta la firma del governo. Noi l’abbiamo contestato da subito e ne chiediamo una revisione integrale. Invece di scrivere lettere la premier lavori per un tetto europeo al prezzo del gas una tassazione degli extraprofitti delle società energetiche, e per investimenti e approvvigionamenti congiunti»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

5 Giugno 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Politiche europee della Camera dei deputati e segretario del Partito democratico della Campania.

Il centrodestra accelera sulla legge elettorale mentre il Paese è alle prese con la crisi economica. Come si spiega questa distanza tra le priorità della maggioranza e i problemi degli italiani?
È la fotografia di un governo arrivato al capolinea, che continua ad occuparsi della sua esistenza in vita futura piuttosto che preoccuparsi delle condizioni di vita attuali dei nostri cittadini. Gli italiani chiedono risposte sui temi dei salari, dell’energia, dalle bollette al costo dei carburanti e al carrello della spesa, ospedali e liste d’attesa che funzionino, giovani che non debbano emigrare per trovare un futuro. Invece il Parlamento è ostaggio del Melonellum, una legge che non serve al Paese, ma serve alla maggioranza per provare ad evitare una possibile sconfitta elettorale. La fretta di Meloni non è un segnale di forza: è un indice di debolezza presentare un testo sartoriale costruito su misura per una destra in difficoltà, ancor più agitata dall’insidia di Vannacci, che presenta però, anche nella nuova bozza, molte criticità e profili di incostituzionalità: premio di maggioranza abnorme, esclusione del Trentino Alto Adige dal calcolo del premio, doppie liste bloccate che azzerano la riconoscibilità dei candidati e la rappresentanza territoriale, una soglia al 42% che consente alla coalizione vincente di garantirsi una maggioranza assoluta in grado di eleggere da sola il Presidente della Repubblica, e avvicinarsi pericolosamente ai quorum di garanzia per giudici costituzionali e CSM. Una grave distorsione della rappresentanza irricevibile.

Venezia resta al centrodestra. Meloni esulta. È davvero così? In Campania, peraltro, il voto amministrativo ha consegnato risultati significativi al centrosinistra
Chi legge Venezia come una vittoria nazionale del governo è in malafede, o non ha guardato bene i numeri. Venezia era governata dal centrodestra da undici anni ed ha vinto la proposta che è risultata avere maggiore radicamento, da cui peraltro Meloni si era tenuta a distanza in fase elettorale: Martella ha fatto una campagna generosa. Nel frattempo, guardando al quadro complessivo, su diciotto capoluoghi al voto, noi abbiamo vinto al primo turno in cinque, la destra in tre, mentre quattro hanno eletto sindaci certo non di centrodestra. Se guardiamo ai comuni sopra i 15 mila abitanti, noi ne abbiamo vinti 37, il centrodestra 25. E ora aspettiamo l’esito dei comuni al ballottaggio con fiducia. La partita è aperta e il centro sinistra è pienamente competitivo nonostante la narrazione della destra. Quanto alla Campania, le vittorie del PD e del centrosinistra rappresentano il frutto di anni di lavoro serio. Confermano il radicamento dei nostri amministratori, impegnati ogni giorno a fornire soluzioni ai problemi reali delle persone per migliorare le condizioni di vita nei quartieri, nonostante i tagli operati dal Governo agli enti locali, e gli oltre 15 miliardi di euro cancellati ad investimenti e sviluppo del Sud in questi anni. È un segnale importante anche sul piano nazionale, rispetto ad una destra concentrata tanto sulla propaganda e poco sui bisogni dei cittadini.

Pochi giorni fa l’Italia ha celebrato gli ottant’anni della Repubblica. Eppure, abbiamo un governo che guarda con ambiguità ai valori fondanti della Costituzione, che sembra più a suo agio con i nazionalismi europei che con la tradizione repubblicana e atlantista.
Celebrare la Repubblica significa onorare la memoria di chi ha lottato per la Liberazione e di quanti hanno contribuito a costruire la nostra democrazia. Significa rinnovare l’impegno a difendere i princìpi fondanti della nostra Costituzione, pace, libertà, uguaglianza, solidarietà, unità nazionale ed a mantenere salda la collocazione europea ed internazionale dell’Italia. È un impegno su valori essenziali, che noi sentiamo profondamente. Non possiamo dire lo stesso del governo, diviso anche in occasione di questa celebrazione, vista l’assenza del Vicepremier Salvini. Del resto, il messaggio sui temi internazionali contenuto nelle parole magistrali del Presidente della Repubblica sarà risuonato particolarmente a Palazzo Chigi. L’Italia ha una tradizionale postura diplomatica, una storica cultura del dialogo e del rispetto del diritto internazionale, consacrata nell’articolo 11 della Costituzione, che la destra non sta onorando, collocando il Paese dalla parte sbagliata della storia. Pensiamo alla subalternità politica e culturale rispetto alle azioni illegali di Trump, dall’attacco all’Onu con il Board of Peace alla folle guerra unilaterale in Iran, dalle minacce militari verso la Groenlandia ai dazi. Rileviamo i silenzi o l’indifferenza – che ha significato connivenza finora – rispetto ai crimini di Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania, cui bisogna reagire con sanzioni, embargo di armi e sospensione dell’accordo di associazione tra Ue e Israele. Per non parlare del sostegno all’Ucraina e della sua adesione all’UE, su cui il governo continua a mostrarsi diviso.

Lo stesso atteggiamento ambiguo si riscontra in Europa. Cosa pensa il PD della proposta di flessibilità della Commissione e della proposta Fitto?
La premier continua ad utilizzare all’occorrenza una propaganda stantia e superata sull’Europa, per cercare un capro espiatorio all’incapacità del governo di dare risposte alla crisi energetica e ai temi economico-sociali, salvo poi implorare risorse o spazi di manovra proprio da Bruxelles. Un’Europa più forte, più autonoma è l’unica possibile soluzione alle crisi del nostro tempo, l’unico modo per difendere davvero gli interessi dei nostri cittadini. Del resto, non è colpa dell’UE se l’Italia cresce un terzo della media europea e un quinto della Spagna, se veniamo da oltre tre anni di crollo della produzione industriale, se i salari reali sono 8 punti percentuali più bassi del 2021, se ci sono 4 milioni di lavoratori poveri e 6 milioni di italiani costretti a rinunciare alle cure sanitarie. La Premier dovrebbe assumersi le sue responsabilità in Italia ma anche in Europa, perché guida il Paese da quasi 4 anni e partecipa ai vertici UE in sede di Consiglio. Ciò che si realizza o non si realizza è responsabilità anche sua. Il nuovo Patto di Stabilità porta la firma del governo. Noi l’abbiamo contestato da subito e ne chiediamo una revisione integrale. La Premier dovrebbe essere protagonista di questo percorso, invece si aggira come una turista o talvolta come opinionista. Piuttosto che scrivere lettere, dovrebbe contribuire a scrivere regolamenti, come fatto quando abbiamo costruito il Next Generation EU. Meloni lavori se ne è capace per un tetto europeo al prezzo del gas, una tassazione degli extraprofitti delle società energetiche, e per investimenti e approvvigionamenti congiunti. La Commissione ha battuto un colpo su questi temi, consentendo flessibilità per 3 anni fino ad un massimo di 0,6% del PIL. Si tratta di quasi 14 miliardi per l’Italia, ma attenzione. Se la premier pensa di parlare di vittoria, si tratta di una vittoria di Pirro perché queste spese non possono riguardare la riduzione delle accise, ma solo investimenti strutturali nelle rinnovabili. L’esatto opposto di quanto fatto finora dal Governo. Meloni non ha più alibi. Siamo contenti se cambia idea sulle rinnovabili nei prossimi anni. Ma ci dica anche come intende intervenire da subito per aiutare famiglie e imprese, visto che finora si è consumato solo uno psicodramma nell’Esecutivo, che naviga a vista. Sicuramente bisogna evitare di ricorrere ai fondi di coesione. La proposta di Fitto è irricevibile perché rischia di essere un prelievo forzoso ai danni dei territori più fragili, cancellando risorse che hanno già una programmazione precisa, su sociale, salute, infrastrutture, istruzione, occupazione, e non possono essere utilizzate come un bancomat.

Qual è il suo bilancio del governo Meloni e a che punto è il lavoro dell’opposizione?
Partiamo da un dato inconfutabile: Meloni ha promesso un’Italia più forte e sta consegnando un Paese più debole, più povero e meno competitivo. Le riforme sono evaporate. Il premierato è finito in un cassetto. L’autonomia differenziata è stata smontata dalla Corte Costituzionale, nonostante il governo provi a farla rientrare dalla finestra con pre-intese che sono incostituzionali e pericolose. La riforma della giustizia è stata fermata da 15 milioni di italiani con il referendum. Nel frattempo, la pressione fiscale è ai massimi da undici anni, abbiamo le bollette più care d’Europa, i salari reali sono crollati, nulla è stato fatto sulle pensioni, sull’emergenza abitativa, e sulla sicurezza che è fuori controllo nonostante la propaganda securitaria della destra. Noi avvertiamo la responsabilità di tirare il Paese fuori da queste sabbie mobili e mettere in campo una proposta che consenta di migliorare le condizioni di vita delle persone. Non partiamo da zero: abbiamo una coalizione che ha vinto elezioni regionali importanti presentandosi unita come mai da anni e che sta già lavorando insieme in Parlamento, con proposte comuni come quella sul salario minimo. Aggiungo che in queste ore abbiamo definito una posizione unitaria sulla politica europea in una mozione sulla revisione del Patto di stabilità, condividendo l’esigenza di promuovere investimenti comuni con Eurobond sul modello del Next generation da trasformare in uno strumento permanente, una politica di difesa comune per efficientare le risorse, un impegno a riconsiderare gli impegni assunti in sede Nato sulle spese per la difesa. Si tratta di un passo avanti rilevante, che mette un mattone ulteriore verso la costruzione di un’alternativa progressista all’attuale governo, evidenziando come le opposizioni siano più unite della maggioranza sui profili strategici relativi al futuro dell’UE.

Se Meloni scegliesse il voto anticipato il centrosinistra sarebbe pronto, chi lo guiderebbe?
Se il campo progressista si presenta unito può vincere. Il punto su cui lavorare oggi non è chi guida, ma quale direzione proponiamo al Paese. Dobbiamo avviare un cantiere programmatico che tenga insieme le forze di centro sinistra, ma che sia aperto anche a tutta la società, partendo dal basso. Non vinceremo le elezioni solo contestando le tante promesse tradite dal Governo. Dobbiamo costruire una proposta di governo credibile, che convinca e coinvolga i cittadini in un progetto di rilancio dell’Italia. Un Next generation nazionale che guardi al futuro, dia speranza e serenità di vita alle famiglie in difficoltà, a lavoratori, studenti, imprenditori. Bisogna mettere insieme un progetto che intervenga anzitutto su salari dignitosi, lavoro stabile e sicuro, sanità pubblica, istruzione, sicurezza sociale, crescita, politiche industriali, transizione energetica, Sud. La leadership si definirà al termine di questo percorso, senza bruciare le tappe, valutando anche la legge elettorale, affidando la guida al leader del partito che raccoglie maggiore consenso o con primarie di coalizione, cui la nostra segretaria Elly Schlein ha peraltro già dato piena disponibilità. Meloni pensa di coglierci impreparati, si sbaglia di grosso. Siamo pronti alla sfida di governo.

5 Giugno 2026

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