Caos in Medioriente

“Ha detto no all’atomica”, ma l’Iran smentisce Trump

Il tycoon esprime la volontà di vedere Khamenei e conferma la telefonata in cui dà del pazzo a Bibi. Ma Teheran non conferma l’intesa con gli Usa e bombarda l’aeroporto internazionale del Kuwait

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

4 Giugno 2026 alle 16:30

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AP Photo/Alex Brandon
AP Photo/Alex Brandon

Medio Oriente tra aperture dichiarate e pioggia di missili e droni. Al centro c’è sempre lui, Donald Trump. Apre, chiude, dichiara e si corregge. Fa tutte le parti in commedia. Una tragicommedia. L’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. Così il tycoon parlando al podcast `Pod Force One´ di Miranda Devine. «Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale», ha aggiunto. Trump ha affermato inoltre di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: «È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti». Il presidente americano si è detto possibilista sul futuro dei rapporti con la nuova leadership iraniana: «Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”.

Dall’ayatollah al “guerriero di Tel Aviv”Trump ha confermato di aver dato del «fottutamente pazzo» al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano. Sempre parlando al podcast `Pod Force One´ di Miranda Devine, Trump ha ammesso comunque di «lavorare bene insieme» a Netanyahu. «Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – spiega – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra». E poi, aggiunge, “Senza di me non ci sarebbe Israele”. Trump ha poi smentito l’ipotesi secondo cui sarebbe stato convinto da Netanyahu ad attaccare l’Iran: «Sono stato io a iniziarla perché non potevo permettere loro di avere un’arma nucleare. Questo protegge anche Israele perché sarebbero stati probabilmente i primi a venire attaccati». In tempo reale, arriva la reazione iraniana. Malgrado «le fantasie di Trump, l’Iran in questi giorni non ha dato alcuna risposta agli americani». Lo ha scritto l’agenzia di stampa iraniana «Tasnim», contraddicendo quanto affermato da Trump, secondo cui i negoziati stanno «andando bene» e il regime iraniano ha «già accettato di non dotarsi di un’arma nucleare». Secondo quanto riferito da Tasnim, negli ultimi giorni l’Iran «non ha dato alcuna risposta agli americani riguardo al testo dell’accordo e, a causa dei crimini del regime sionista in Libano, ha di fatto sospeso lo scambio di testi tramite intermediari fino a quando le condizioni poste dall’Iran sul Libano non saranno soddisfatte». Per questo, l’affermazione di Trump «è completamente diversa dalla realtà».

Cronaca di guerra

All’alba di ieri, il Comando Centrale americano diffonde un comunicato: missili e droni iraniani sono stati lanciati non solo verso il Kuwait, ma anche verso il Bahrein e contro marinai civili nelle acque del Golfo. Diversi vettori, spiegano, non avrebbero superato la linea di lancio. Altri sarebbero stati intercettati prima di raggiungere i loro obiettivi. Nelle prime ore di questa mattina l’esercito del Kuwait annuncia che il Terminal 1 del principale aeroporto internazionale è stato colpito da droni iraniani. È il terminal dove passano businessman e famiglie in transito. I voli vengono sospesi, dirottati altrove. I militari parlano di feriti, senza dire quanti, mentre sui social girano le immagini del vetro in frantumi e dei soffitti sventrati. Gli Stati Uniti, intanto, rivendicano raid contro una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, al largo delle coste iraniane. È uno dei nervi del sistema di sorveglianza di Teheran sullo stretto di Hormuz. L’Iran lo cita subito come casus belli, il pretesto per la raffica di missili successiva. E Teheran risponde via Guardiani della Rivoluzione: i nostri obiettivi, dicono, erano il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein e una nave americana identificata come Panaya. È di un morto e diversi feriti il bilancio dell’attacco con droni e missili contro un terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait. Lo ha riferito il Ministero degli Esteri kuwaitiano, condannando i ripetuti attacchi iraniani contro infrastrutture civili e strategiche del Paese. Il ministero ha denunciato su X i «brutali e continui attacchi» condotti con missili balistici e droni, che avrebbero colpito anche sedi diplomatiche e provocato danni a strutture vitali. Il Kuwait ha inoltre rivendicato il proprio «diritto pieno e intrinseco» a rispondere alla «ripetuta aggressione iraniana».

Il Bahrein ha annunciato che la sua difesa aerea ha intercettato e distrutto tre missili e diversi droni iraniani lanciati contro obiettivi civili nel Paese. In una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale, il Comando generale delle Forze di difesa del regno ha affermato che l’Iran persegue un «approccio ostile e sistematico» prendendo di mira obiettivi civili con missili e droni. Le forze del Bahrein hanno reagito agli attacchi con «elevata prontezza» e li hanno sventati, ha aggiunto. Il Comando Generale ha dichiarato che attaccare obiettivi civili e proprietà private con missili e droni costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario. Nonostante questa estensione della guerra all’intero Golfo arabico, l’Iran ha accettato di negoziare aspetti del suo programma nucleare che in precedenza si era rifiutato di discutere. A dirlo è Marco Rubio alla commissione esteri della Camera precisando che ciò non costituisce una garanzia che i colloqui porteranno a un accordo per porre fine alla guerra. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha affermato il segretario di Stato spiegando che i negoziati sono stati resi difficili dall’instabilità della leadership iraniana. Per il capo della diplomazia statunitense l’obiettivo della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran era smantellare uno «scudo» di armi convenzionali che Teheran utilizzava per proteggere il proprio programma nucleare da eventuali attacchi. Rubio ha affermato inoltre che lo scopo della guerra non era un cambio di regime in Iran, come invece affermato da Trump all’indomani degli attacchi.

Attacchi che continuano a insanguinare il Libano. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che 48 persone sono state uccise e 97 sono rimaste ferite negli attacchi israeliani condotti nelle ultime 24 ore in Libano. Sale così a 3.516 morti e 10.674 feriti il bilancio delle vittime in Libano dal 2 marzo, quando sono ripresi gli attacchi israeliani contro Hezbollah. Quanto a Israele, il premier Benjamin Netanyahu ha minimizzato le divergenze con Trump sulla gestione del dossier iraniano, affermando che i due leader sono d’accordo «sulle questioni principali». Intervistato dalla Cnbc a Gerusalemme, Netanyahu ha riconosciuto l’esistenza di differenze di vedute in alcune occasioni con Trump, ma ha sottolineato la solidità del rapporto tra i due. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato. Alla domanda sulle parole usate da Trump nei suoi confronti, il primo ministro israeliano ha risposto con tono distensivo, senza entrare nei dettagli e sottolineando che i due possono «essere in disaccordo al mattino e avere un’azione comune nel pomeriggio». Netanyahu ha quindi ribadito che Israele e Stati Uniti condividono gli stessi obiettivi strategici nei confronti della Repubblica islamica.
Nel corso dell’intervista Netanyahu ha messo in dubbio la reale stabilità della tregua tra gli Usa e la Repubblica islamica, parlando di una “partita tattica” in corso tra le parti. Ha quindi ricordato le parole del presidente americano, Donald Trump, secondo cui “se necessario, ci sarà un ritorno su larga scala all’azione militare”, sottolineando che si tratta di una decisione di Washington. “Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte”, ha precisato.

Visto che c’era, Netanyahu non ha perso l’occasione per scagliarsi di nuovo contro i leader europei, come il presidente francese Emmanuel Macron, che hanno criticato le azioni militari di Israele. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato in un’intervista a Cnbc. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari», ha aggiunto. Nella speranza di una ripresa della guerra a tappeto contro l’Iran, Israele continua l’opera di conquista su altri fronti mediorientali. Secondo un’inchiesta del Financial Times, Israele avrebbe preso il controllo di più di 1.000 chilometri quadrati di territorio dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L’espansione militare riguarda Gaza, il Libano meridionale e alcune aree della Siria. Secondo i calcoli del quotidiano britannico, la superficie controllata equivale a circa il 5% dei confini riconosciuti di Israele nel 1949. Oltre metà dei territori occupati si trova nel sud del Libano. Qui l’esercito israeliano ha creato una “zona di sicurezza” avanzando fino a dodici chilometri oltre il confine. L’obiettivo dichiarato è allontanare Hezbollah e impedire il lancio di missili anticarro contro le comunità israeliane vicine alla frontiera. “Volevano circondarci con un anello di fuoco, noi abbiamo creato un anello di sicurezza”, ha dichiarato Netanyahu il mese scorso. Nella Striscia di Gaza, le forze israeliane controllano ormai oltre metà dell’enclave palestinese. Secondo funzionari delle Nazioni Unite, nuove aree cuscinetto hanno ulteriormente ridotto lo spazio disponibile per i circa due milioni di abitanti, confinati nel 40% del territorio precedente alla guerra. In Siria, Israele ha approfittato del crollo del regime di Bashar al-Assad per stabilire nuove postazioni militari vicino al confine. Il Financial Times stima una presenza israeliana stabile su circa 233 chilometri quadrati, dal monte Hermon fino alla zona di Maariyah, oltre 70 chilometri più a sud. L’esercito israeliano non ha commentato direttamente le cifre pubblicate dal quotidiano, ma ha confermato che le truppe sono schierate “in aree adiacenti al confine e in varie zone operative”. In Libano, l’occupazione israeliana si estende di giorno in giorno. Come a Gaza. E le chiamano guerre difensive.

4 Giugno 2026

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